L'ombra della Corte dei Conti su Asm di Taormina

Relazione entro il 31 marzo – Dopo la Procura delle Repubblica di Messina e dopo la Guardia di Finanza, anche la Corte dei Conti si avvia ad accendere i riflettori su Asm. L’organo di controllo ha infatti comunicato agli enti locali l’intenzione di voler procedere a uno specifico esame a tappeto delle aziende miste e ha indicato nel 31 marzo il termine per la predisposizione di una relazione sui risultati conseguiti da trasmettere alla stessa Corte e da pubblicare sul sito istituzionale dell’Amministrazione. Con l’adozione di quello che viene definito un “piano di razionalizzazione”, il legislatore ha chiesto insomma un’attenta riflessione sul mantenimento delle partecipate nella prospettiva di aggregazione di società di servizi pubblici di rilevanza economica e di contenimento dei costi di funzionamento o di semplice riorganizzazione degli organi amministrativi e di controllo delle strutture aziendali. Un forte incentivo, inoltre, viene individuato nelle possibili procedure di mobilità del personale. Ai Comuni è stato indicato un “vademecum” per adeguarsi e revisionare i piani: la rimodulazione dovrà tenere in considerazione l’eliminazione delle società non indispensabili al perseguimento delle proprie finalità, istituzionali; la soppressione di quelle composte da soli amministratori o da un numero di amministratori superiore a quello dei dipendenti; l’aggregazione di società di servizi pubblici di rilevanza economica e infine il contenimento dei costi di funzionamento attraverso la riorganizzazione degli organismi e la riduzione delle remunerazioni.

Non solo Asm – Quando si parla di “partecipate” l’Asm non è l’unico contesto che chiama a delle riflessioni immediate il Comune di Taormina, e non bisogna dimenticare che ci sarebbe pure da fare chiarezza sul Consorzio della Rete Fognante. Ad ogni modo la situazione di Asm rimane certamente la più spinosa: l’Azienda Servizi Municipalizzati è in liquidazione dal settembre 2011, i bilanci al momento non sono stati approvati dal Consiglio comunale che a tal riguardo di recente ha deciso di «congelare» il discorso e non pronunciarsi per «assenza di serenità» dovuta ad una indagine in corso da parte della Procura della Repubblica di Messina. E adesso ecco che si affaccia all’orizzonte la Corte dei Conti, che nel 2015 ha già fatto “tremare” il Comune di Taormina portando l’ente locale ad un pronunciamento sostanziale di dissesto emesso dai giudici di Palermo poi stoppato a fine anno dalle Sezioni Riunite, che ha accolto il ricorso di Palazzo dei Giurati e ha concesso la chance di ripresentare il piano di riequilibrio.

Danno erariale – «Direttamente»: è la caduta di questo avverbio, scritto nelle prime versioni del decreto sulle partecipate e poi cancellato, ad aprire spazi potenzialmente enormi per l’azione della Corte dei Conti sulle società partecipate: e, in questo caso, per Corte dei Conti si intendono le sezioni giurisdizionali, quelle cioè che contestano il danno erariale e chiedono (con alterne fortune) ai colpevoli di rimborsare ai bilanci pubblici i buchi che hanno scavato con scelte che possono essere ritenute colpevoli o dolose. La questione è tecnica, ma merita di essere capita per le ricadute che potrebbe avere sulla vita degli amministratori delle partecipate, già chiamati dalla riforma ad affrontare il taglio dei posti e i nuovi limiti ai compensi. Il nuovo testo unico sulle partecipate parla di responsabilità in un articolo di due commi. Nel primo dice che gli amministratori sono soggetti alle azioni di responsabilità davanti al tribunale ordinario (eventualità verosimilmente rara, perché prevede una «denuncia» da parte dei colleghi o degli enti proprietari), tranne che per il danno erariale, dove opera la Corte dei Conti. Nel secondo, e questo è il punto, spiega che il danno erariale è «il danno, patrimoniale o non patrimoniale, subìto dagli enti partecipanti», aggiungendo che possono essere chiamati a risponderne anche i rappresentanti degli enti proprietari che chiudono gli occhi sui problemi gestionali delle partecipate. Nelle prime versioni del decreto il tutto era limitato al «danno direttamente subìto» dagli enti soci, mentre ora si parla di «danno subìto» e nulla più.

Questione da dirimere – Non è, almeno sulla carta, una differenza da poco, perché se da un lato è ovvio che un danno prodotto ai conti delle partecipate si ripercuote sui bilanci degli enti soci (la riforma della contabilità impone il bilancio consolidato anche per questo), dall’altro non sarebbe semplice per i magistrati dimostrare che i colpi inferti al bilancio della partecipata (soldi pubblici) da amministratori non oculati producono «direttamente» un danno agli enti soci, viste anche le tante strade che possono imboccare i rapporti finanziari fra un’amministrazione e le società. Messa così, quindi, la nuova regola aprirebbe ai magistrati contabili anche le porte delle partecipate (circa 4 mila in Italia) in cui i soci pubblici sono in minoranza, porte finora chiuse da una sentenza della Cassazione (la 26283/2013) che concentrava l’azione della Corte dei Conti sulle società in house, caratterizzate dunque da partecipazione interamente pubblica con presenza di controllo analogo e attività prevalente svolta per l’ente proprietario. Nel nuovo quadro, anche le in house rientrerebbero però nella regola generale, che impone un danno all’amministrazione socia per far scattare l’azione delle procure contabili.

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