Carmelo Sardo con in mano il suo libro

C’è una vecchia e diffusa convinzione nel nostro paese secondo cui nessuno si fa fino in fondo la galera. Quante volte, sulla spinta emotiva innescata da un orripilante fatto di cronaca, sentiamo dire come una stanca litania populistica, che «questi mostri dovrebbero rinchiuderli e buttare la chiave», salvo poi infervorarsi perché «tanto li prendono e poi li scarcerano subito» o che «al massimo si fanno dieci anni e poi escono»? Certo, ci sono casi che, giudicando col cuore di genitori e non con ragionevolezza, ci inducono a trasformarci in giustizieri impietosi. Del resto, confessiamolo, come si potrebbe accettare che il «mostro» -che di questo si tratta – che uccide un bambino strappandolo dalle braccia della madre, ce lo ritrovassimo libero dopo “appena” dieci – dodici anni di carcere?

Prendiamo Mario Alessi. Ve lo ricordate? E’ quel muratore di origini siciliane che dieci anni fa a Casalbaroncolo, provincia di Parma, rapì e poi uccise il piccolo Tommy Onofri, quel bellissimo bambino di soli diciotto mesi con quegli occhioni azzurri e il sorriso tenero dei piccoli, la cui storia ci commosse e ci addolorò tutti. Ecco, chiaramente Mario Alessi è stato condannato all’ergastolo. E uno pensa che in galera ci marcirà. Invece no. Perché Mario Alessi dopo dieci anni di carcere può cominciare a fare richiesta per accedere ad alcuni benefici, compresi il lavoro esterno e la semilibertà. E quindi potrà uscire dal carcere, mettiamo al mattino, per rientrare la sera. Ma attenzione: non è un privilegio concesso a Mario Alessi. Per quanto possa far comprensibilmente arrabbiare la povera madre di Tommy, e di riflesso tutti i genitori di questo mondo, è quanto prevede la legge. Tutti i Mario Alessi d’Italia, tutti i condannati all’ergastolo, dopo un tot di anni di carcere (almeno una decina) hanno il diritto – se si sono comportati bene – di accedere a questi benefici. A meno che, badate bene, non si tratti di un mafioso o di un terrorista, che abbiano ucciso nell’ambito di una guerra criminale. In questo caso l’ergastolo per loro è un «fine pena mai» effettivo, senza concessione di alcun beneficio per il resto della loro vita. E infatti quello che viene comminato nella fattispecie non è un semplice ergastolo, ma il cosiddetto ergastolo ostativo.

Nelle nostre carceri sono reclusi oltre mille e seicento detenuti condannati all’ergastolo ostativo. Dalle loro celle usciranno solo dentro a una bara. A meno che non decidano di collaborare con la giustizia. Introdotto nel 1992 dopo le stragi dei giudici Giovanni Falcone prima e Paolo Borsellino dopo e delle loro scorte, l’ergastolo ostativo è stato voluto dallo Stato per dare una dura risposta all’attacco sferrato dalle organizzazioni mafiose. E’ così successo che alcuni detenuti, pur senza collaborare con la giustizia, si fossero negli anni dissociati dalla mafia, e avessero avviato un percorso di recupero e di redenzione, attraverso la cultura e la presa di coscienza del senso civico e del rispetto delle regole democratiche. Ma l’applicazione dell’ergastolo ostativo non riconosce nessuna forma di resipiscenza, tradendo il principio espresso con l’articolo 27 dalla Costituzione italiana secondo cui «le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato».

Uno degli interventi più eclatanti contro l’ergastolo è stato quello di Papa Francesco, che ancora una volta ha confermato come gli stiano a cuore le sorti dei più deboli, degli ultimi, e in questo caso di chi ha sbagliato e sta pagando duramente per i propri errori. Papa Francesco ha parlato dell’ergastolo come di «una pena di morte nascosta», e ha esortato tutti «i cristiani e gli uomini di buona volontà a lottare non solo per l’abolizione della pena di morte, legale o illegale che sia, e in tutte le sue forme, ma anche al fine di migliorare le condizioni carcerarie, nel rispetto della dignità umana delle persone private della libertà.»
In Europa è solo l’Italia ad avere questa forma così dura di condanna. Ci sono paesi, come la Norvegia, dove Anders Behring Breivik, il terrorista che il 22 luglio del 2011 uccise con un terrificante tiro al bersaglio ben 77 persone, la maggior parte dei quali ragazzi, è stato condannato a ventuno anni di carcere, il massimo della pena visto che la Norvegia ha abolito l’ergastolo. In Italia invece ci sono detenuti che sono rinchiusi continuativamente da quasi trent’anni senza avere mai usufruito di una sola ora di permesso.

Ci sono casi eclatanti di detenuti ergastolani, reclusi da quasi mezzo secolo, che hanno tangibilmente dato prova del loro straordinario recupero, scrivendo libri, alcuni anche di successo, in cui si raccontano e raccontano del loro recupero. Come il recente caso del detenuto Giuseppe Grassonelli, rinchiuso dal 1992 senza mai ottenere un permesso, il quale entrato in carcere semianalfabeta, è giunto fino alla laurea in lettere con 110 e lode. Ho scritto insieme a lui la sua storia, finita in un potente «memoir» pubblicato da Mondadori, che ha vinto il premio letterario “Leonardo Sciascia”. Tutti i media del mondo hanno ripreso la notizia, riconoscendo il recupero culturale ed etico del detenuto, ma per il nostro ordinamento penitenziario lo stesso non potrà ottenere alcun beneficio se non attraverso una forma di collaborazione. «Non baratto la mia libertà, o fossero anche poche ore di permesso, con la condanna di un altro» ripete Grassonelli. E come lui, tanti altri ergastolani che hanno fatto un percorso analogo, laureandosi, pubblicando libri, rifiutano l’equazione secondo la quale lo Stato usa una specie di ricatto: «tu fammi i nomi di tuoi complici e noi ti garantiamo permessi e libertà condizionale».

Anche contro queste incongruenze il fronte che si batte per affermare l’incostituzionalità dell’ergastolo, e dunque la sua abolizione, non si da per vinto e anzi negli ultimi tempi si è irrobustito. Illustri personalità del nostro paese si sono intestate questa battaglia, come, tra gli altri, il professore Umberto Veronesi, uno dei massimi scienziati italiani, il quale non solo ha firmato la petizione contro l’ergastolo, ma non disdegna di partecipare a eventi, convegni e dibattiti che affrontano questo argomento, e a portare il suo contributo. Un fermento che ha spinto anche la politica a scendere in campo. C’è una proposta di legge presentata alla Camera da Enza Bruno Bossio deputata calabrese del Partito democratico, che prevede il superamento della collaborazione con la giustizia come unica soluzione per l’ergastolano ostativo per accedere ai benefici. Servirà che il condannato dimostri di ripudiare scelte criminali e di dissociarsi in maniera netta ed esplicita e di farlo in forma pubblica; dovrà impegnarsi nelle attività sociali di legalità; ed eventualmente risarcire le vittime.

Ma si sa, il nostro è un paese dove i paradossi trionfano. Come spiegare diversamente che viviamo in uno Stato dove chi ha ucciso uomini, donne e bambini innocenti è tornato un uomo completamente libero dopo «solo» una ventina di anni di carcere – come nel caso degli autori della strage della stazione di Bologna, 2 agosto 1980, la bomba che uccise 85 persone e ne ferì oltre 200- e chi invece ha ucciso solo boss e killer di mafia non uscirà mai dal carcere? Come accettare eticamente e moralmente che criminali come Renato Vallanzasca – che non è soltanto un rapinatore e un bandito, ma ha ucciso anche due agenti della polizia stradale che hanno avuto l’unico torto di fermarlo a un posto di blocco- abbia ottenuto la semilibertà e la possibilità di lavorare all’esterno del carcere, salvo poi farsi beccare mentre rubava (mutande!) in un supermercato? Qui non si tratta di stabilire se sia giusto o meno che abbiano ottenuto questi benefici. Quel che stride è un’evidente sperequazione di trattamento che la dice lunga sulla necessità di una rivisitazione della legge per non creare scompensi e riequilibrare il sistema penitenziario in un paese che contemplando la «pena di morte nascosta» -per dirla con Papa Francesco- non può definirsi un paese civile e democratico.

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