Consueto appuntamento al Dolby Theatre di Los Angeles per l’88ª edizione della cerimonia di consegna degli Academy Awards, i premi cinematografici più ambiti e più antichi del mondo (assegnati per la prima volta il 16 maggio 1929, tre anni prima del Festival di Venezia). E, come ogni anno, l’imperdibile appuntamento catalizza davanti ai teleschermi e alle reti ABC, Sky Cinema Oscar e MT8, tutti i cinefili del globo in attesa del definitivo verdetto emesso dall’Academy of Motion Picture Arts and Sciences. Quest’anno a contendersi la tanto agognata statuetta non figurava alcun titolo italiano nella categoria Miglior Film Straniero: Non essere Cattivo di Claudio Caligari, designato film rappresentante del nostro cinema, era stato infatti escluso nella selezione delle nomination. Ma, tra le maestranze che a Hollywood hanno reso innumerevoli volte onore al nostro Paese, un ottantasettenne compositore italiano si è recato oltreoceano in compagnia della moglie – la foto all’aeroporto è diventata subito virale sui social – per concorrere al Premio, quasi a suggello di una prestigiosa carriera sessantennale. Il riferimento è, ovviamente, al Maestro Ennio Morricone, eccellenza e orgoglio italiano, ben cinque volte precedentemente nominato e altrettante “scippato” del meritato riconoscimento. Non a caso, nel 2007, l’Academy ritenne opportuno insignirlo di un Oscar onorario alla carriera, consegnatoli da Clint Eastwood.

E dopo le suddette cinque occasioni sprecate, l’appuntamento con la vittoria non tarda a presentarsi: un assoluto trionfo, nell’interminabile notte degli Oscar, quello della colonna sonora di The Hateful Eight, western politico e ultima recente impresa di Quentin Tarantino, che a lungo lo ha corteggiato per convincerlo a collaborare con lui. E se un gran numero di italiani hanno atteso svegli fino alle 5.22 del mattino, la platea del teatro esplode in una eccezionale standing ovation al momento dell’annuncio. Guadagnato il palco a braccetto con il figlio Giovanni, un emozionatissimo Maestro abbraccia il suo “fratellino” Quincy Jones e, con gli occhi lucidi di lacrime appena accennate, pronuncia in italiano e con voce rotta e tremula il breve discorso di ringraziamento: «Buonasera signori, ringrazio l’Academy per il prestigioso riconoscimento. Il mio pensiero va agli altri candidati e in particolare allo stimato “veterano” John Williams. Non c’è musica importante se non c’è un grande film che la ispiri, ringrazio quindi Quentin Tarantino per avermi scelto e il produttore Harvey Weinstein e tutta la troupe del film. Dedico questa musica e questa vittoria a mia moglie Maria».

Ennio incanta e commuove la platea con la semplicità e il candore propri di un qualsiasi nonno o di un pensionato, con la differenza che lui non vuol saperne di smettere di lavorare e sa di poter consegnare al grande schermo ulteriori preziosi lavori. L’establishment di Beverly Hills gli tributa omaggio e si emoziona, prima fra tutti Cate Blanchett seduta in prima fila. Una statuina, sinceramente sperata e da tanti preannunciata, che ha visto il Maestro, già vincitore del Golden Globe e del BAFTA, avere la meglio su numerosi temibili colleghi/amici: nel suo discorso ha fatto menzione del cinque volte premiato John Williams (con all’attivo 50 nomination) per Star Wars: Il risveglio della forza, ma concorrevano anche Jóhann Jóhannsson con Sicario, Thomas Newman (alla tredicesima candidatura) per Il ponte delle spie e Carter Burwell con Carol.

Morricone afferma che non può esistere grande musica senza un grande film alla base. Ebbene, in questo caso, a noi sembra proprio il contrario: il film di un Tarantino alle prese con la continua autocitazione non è sicuramente imperdibile ma è senz’altro impreziosito da una grande colonna sonora, forse non la migliore del Maestro ma, allo stato dei fatti, la più fortunata. D’altro canto, è grazie alla tenacia e alla caparbietà del regista di Pulp Fiction, grande ammiratore del Maestro (tante volte aveva “citato” e utilizzato le sue musiche, da Kill Bill vol. 1 a Grindhouse e Bastardi senza gloria), che tale proficua collaborazione ha avuto i natali quando, nel maggio scorso, il regista ritirò in Italia i David di Donatello vinti anni addietro («Credo di aver convinto prima di tutto la moglie di Ennio che ha amato la sceneggiatura» aveva dichiarato Tarantino). Unica nota – stonata in questo caso – è il mancato riferimento alla propria nazionalità da parte dell’acclamato compositore che riceve, così, il primo “vero” Academy Award in una serata speciale e indimenticabile.

Eppure, la stessa Accademia gli ha ben cinque volte preferito qualcun altro e, innumerevoli altre, lo ha ingiustamente ignorato. Queste le cinque infruttuose nomination: nel ’78 per I giorni del cielo di Terrence Malick, nell’ ’86 per Mission di Roland Joffé (lo “scippo” più grande a detta del compositore stesso), nell’ ’87 con Gli intoccabili di Brian De Palma, nel ’91 per Bugsy di Barry Levinson e, infine, nel 2001 con Malèna di Giuseppe Tornatore. Cinque occasioni perse e cinque sconfitte, rispettivamente ad opera di: Giorgio Moroder per Fuga di mezzanotte di Alan Parker, Herbie Hancock per Round Midnight di Bertrand Tavernier, Ryuichi Sakamoto/Cong Su/David Byrne con L’ultimo Imperatore di Bernardo Bertolucci, Alan Menken con La Bella e la Bestia di Gary Trousdale e Kirk Wise, Tan Dune per La tigre e il dragone di Ang Lee. E, a parte Mission con il celebre Gabriel’s Oboe, le sopracitate colonne sonore non sono neanche tra le più note composizioni del Maestro (che vanta un attivo di oltre 500 film musicati, dei quali più di 60 vincitori di premi). Un’eccellenza italiana che ha firmato alcuni dei più famosi spartiti di musica da film: dagli spaghetti western di Sergio Leone (Per un pugno di dollari; Per qualche dollaro in più; Il buono, il brutto, il cattivo; C’era una volta il West; Giù la testa) a Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970) di Elio Petri, passando per C’era una volta in America (1984) e Nuovo Cinema Paradiso (1988), fino ad arrivare a La leggenda del pianista sull’oceano (1998). Del resto, Morricone non aveva certo bisogno di una statuetta alta 34cm per essere considerato un gigante, una leggenda vivente, tanto da spingere Tarantino – che ha ritirato il Globe in sua vece – a paragonarlo a Beethoven, Mozart e Schubert. Non va tuttavia dimenticato che Morricone vanta nel proprio palmarès anche tre Grammy Awards, tre Golden Globe, sei BAFTA, dieci David di Donatello, undici Nastri d’Argento, due European Film Awards, un Leone d’Oro alla carriera e un Polar Music Prize. Non è un caso, del resto, che il suo trionfo all’Oscar sia stata una delle massime vette di tutta la cerimonia. Non una semplice statuina, ma il coronamento di una carriera sessantennale. E pensare che, appena due giorni prima, la stella n° 2574 sulla Walk of Fame era stata dedicata al Maestro Ennio Morricone, che raggiunge così Bernardo Bertolucci, Anna Magnani, Sophia Loren e Rodolfo Valentino tra i rappresentanti del cinema italiano. A ogni gigante spetta la propria Stella nel firmamento di Hollywood Boulevard!

Sicuramente, però, l’edizione 2016 degli Academy Awards resterà negli annali anche per aver finalmente sancito la definitiva consacrazione del “redivivo” Leonardo DiCaprio, fresco vincitore del Premio Oscar come Miglior Attore, troppe volte sfiorato ma mai prima d’ora ottenuto (quinta nomination). E Kate Winslet si gode commossa la scena: sono ancora una volta loro la coppia più bella degli Oscar. Dopo la consegna da parte di Julianne Moore, Leo DiCaprio, in un discorso sobrio e perfetto, ha sacrificato parte dei tradizionali ringraziamenti – ugualmente copiosi – per puntare l’attenzione sulla problematica del surriscaldamento globale: «The Revenant racconta il rapporto dell’uomo con il mondo naturale, un mondo che nel 2015 è passato attraverso l’anno più caldo della storia. La nostra produzione si è dovuta spostare alla punta meridionale di questo pianeta solo per trovare la neve. Il cambiamento climatico è reale. Sta accadendo in questo momento. E’ la minaccia più urgente per tutta la nostra specie, e abbiamo bisogno di lavorare collettivamente insieme e smettere di rimandare. Dobbiamo sostenere i leader di tutto il mondo che non parlano per i grandi inquinatori o per le grandi aziende, ma che parlano per tutta l’umanità, per le popolazioni indigene di tutto il mondo, per i miliardi e miliardi di persone svantaggiate, per i figli dei nostri figli, e per quelle persone là fuori la cui voce è stata soffocata da una politica di avidità. Vi ringrazio tutti per questo fantastico premio stasera. Cerchiamo di non dare questo pianeta per scontato. Non prendo questa sera per scontata. Grazie mille». Tra ecologia e ambientalismo, Leonardo cita anche Mr. Scorsese, che sembra averlo eletto degno sostituto di Bob DeNiro. Un Premio a seguito di una grande prova attoriale, psicofisica e di trasformismo: ha smesso i panni del bel DiCaprio per indossare quelli dell’esploratore Hugh Glass. Insomma, in barba agli invidiosi e alle perfidie del web sul riconoscimento eternamente inseguito e mancato, Leo è stato premiato dall’Academy per essersi allineato ai paradigmi di questa e per non aver ancora una volta interpretato se stesso.

Nell’ambito del medesimo film, il premio per la Miglior Regia va ad Alejandro González Iñárritu, vincitore della statuetta per il secondo anno di fila (terzo nella storia, non accadeva dagli anni ‘50), così come la terza statuetta consecutiva è stata consegnata al direttore della fotografia Emmanuel Lubezki. L’Oscar alla Miglior Attrice Protagonista è andato a Brie Larson per la sua intensa interpretazione nel claustrofobico Room. Per completare il quadro delle categorie principali, è Spotlight ad aggiudicarsi il premio più importante: Miglior Film con una storia forte, di impegno civile e con poco approfondimento psicologico. E Michael Sugar, produttore del film, si è sentito in dovere di rivolgere un accorato appello: «Questo premio dà voce ai sopravvissuti. Una voce che arriverà al Vaticano. Papa Francesco, è arrivato il momento di proteggere i bambini e restaurare la fede». E, come previsto, proprio con Spotlight sono Josh Singer e Tom McCarthy ad avere la meglio per la miglior sceneggiatura («E’ stata la chiesa cattolica!» commenterà ironicamente il regista a proposito di un faretto caduto sopra la loro testa in sala stampa). Il film, modellato sul calco di Tutti gli uomini del presidente, racconta l’inchiesta giornalistica, già Premio Pulitzer, condotta da un team del Boston Globe che nel 2001 ha portato alla luce lo scandalo dei preti pedofili: «Lavorando al film – dichiara McCarthy – ci siamo avvicinati moltissimo a tutte le persone coinvolte, giornalisti e vittime, e questo premio è per loro. Dobbiamo essere sicuri che una cosa del genere non accada più, ci deve essere più trasparenza». Miglior Sceneggiatura non originale va invece a Charles Randolph e Adam McKay per La grande scommessa. La spia sovietica e grande attore di teatro Mark Rylance per Il ponte delle spie “scippa” la statuetta al favoritissimo e in stato di grazia Sylvester Stallone che in Creed, ancora una volta nei panni del pugile Rocky, incornicia la sua miglior interpretazione in carriera e perde così una grande occasione a trentanove anni di distanza dal primo film della fortunata serie. Miglior attrice non protagonista è Alicia Vikander per The Danish Girl, splendida outsider in uno degli abiti più belli sfoggiati sul red carpet, che beffa la “declassata” Rooney Mara e Jennifer Jason Leigh.

E’ Mad Max – Fury Road il film rivelazione e anche il più premiato (ben sei le statuine), che fa incetta di premi tecnici: Jenny Beavan per i Miglior Costumi, Colin Gibson-Lisa Thompson per la Miglior Scenografia, Lesley Vanderwalt-Elka Wardega-Damian Martin per il Miglior Trucco, Margaret Sixel per il Miglior Montaggio, Mark Mangini-David White per il Miglior Montaggio Sonoro, Chris Jenkins-Gregg Rudloff-Ben Osmo per il Miglior Sonoro. Il premio agli Effetti speciali se lo aggiudica Ex Machina, che spodesta Star Wars: Il risveglio della forza che rimane a bocca asciutta. Prevedibili anche Miglior Film Straniero e Miglior Documentario, assegnati rispettivamente al dramma ungherese sull’Olocausto Il figlio di Saul (già vincitore del Gran Prix della Giuria all’ultimo Festival di Cannes) per la regia di László Nemes e a Amy per la regia di Asif Kapadia. Grande festa in casa Disney, che torna dopo due anni alla vittoria dell’Oscar per il Miglior Film d’Animazione con Inside Out di Pete Docter (presentato al Taormina Film Fest la scorsa estate n.d.r.). Ne esce sicuramente sconfitto Carol di Todd Haynes così come The Martian di Ridley Scott, unitamente agli attori Michael Fassbender (Steve Jobs) e Eddie Redmayne (The Danish Girl). E’ scontro tra titani nel computo delle statuine per distributore: finisce 6 – 3 per la Warner Bros che si impone sulla Twentieth Century Fox. Per condurre la serata è stato scelto per la seconda volta il comico Chris Rock: politically correct e semplicemente stucchevole nell’affrontare la polemica #OscarsSoWhite.

Come riassumeremmo gli Oscar2016? Premi ben distribuiti tra 2-3 titoli. L’ottantottesima è stata una delle edizioni più equilibrate nella storia del Premio, tuttavia non ha fatto mancare sorprese, toccanti ringraziamenti ed emozioni semplicemente uniche.

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