Teatro Antico

Novamusa ricorre in Cassazione – Si arricchisce di un nuovo capitolo la controversia giudiziaria legata agli incassi per le visite nei principali siti archeologici siciliani. E il Teatro Antico di Taormina non fa eccezione. Dopo la condanna della Corte dei Conti a risarcire 19 milioni euro da spartire tra Regione e comuni, Novamusa ha presenatato ricorso innanzi alla Suprema corte di Cassazione.

Il Comune di Taormina si costituisce – Nello specifico, alla città di Taormina spetterebbero circa 965 mila euro. Il sindaco, Eligio Giardina, ha conferito incarico all’avvocato Pietro Rabiolo, con studio a Caltanissetta, per costituirsi innanzi alla Suprema corte di Cassazione, contro il ricorso promosso dalla società Novamusa. E’ stata conferita, inoltre, procura speciale al legale con ogni potere di rappresentanza a difendere le ragioni dell’Ente locale. Con la stessa determina è stata impegnata la somma di 8mila e 754 euro, il superiore importo dovuto sarà liquidato solo al termine del grado o della fase di giudizio per cui l’incarico è stato conferito.

Una querelle lunga un decennio – Era il 2003 quando alla società Novamusa srl venne conferito, dall’assessorato ai Beni culturali, l’incarico di occuparsi degli incassi delle aree archeologiche di Taormina, Siracusa, Castelvetrano, Calatafimi-Segesta e Marsala. In base alla convenzione il 60 per cento degli incassi doveva confluire nelle casse regionali, il 30 per cento in quelle del comune sul cui territorio si trova il bene archeologico e il 10 per cento andava a Novamusa che ne gestiva i botteghini. Ma quella convenzione non venne mai rispettata. Secondo la sentenza della Corte dei Conti, dello scorso dicembre, Novamusa non avrebbe versato il ricavato dei biglietti a Regione e Comuni che adesso rivendicano ben 19 milioni di euro. Da parte sua, Gaetano Mercadante, legale rappresentante dell’impresa, sostiene di aver restituito una parte degli incassi trattenendo 19 milioni euro quale compensazione per gli interventi effettuati negli anni nelle aree archeologiche. Una giustificazione tutta da verificare. Adesso la parola passa alla Suprema corte.

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