Giornata della memoria
Giornata della memoria - elaborazione grafica ©TAORMINAtoday

Per non dimenticare l’orrore del genocidio nazista – Per non scordare le atrocità delle leggi razziali. Per ricordare i deportati militari e politici italiani nella Germania di Hitler. Per commemorare le vittime dell’Olocausto. Il 27 gennaio si celebra la Memoria. Una ricorrenza riconosciuta dalle Nazioni Unite e celebrata anche in Italia dal 2001. In quel giorno del 1945 le truppe dell’Armata Rossa liberarono il campo di concentramento di Auschwitz. L’apertura dei cancelli di Auschwitz svelò al mondo intero non solo molte testimonianze della tragedia, ma anche gli strumenti di tortura e di annientamento utilizzati dentro i lager nazista. Dalla programmazione televisiva alle mostre ed eventi organizzati dalle scuole: tutto ci ricorda di ricordare. Abbiamo l’obbligo morale di tutelare il valore della memoria per far comprendere alle nuove generazioni l’orrore della Shoah.

«Meditate che questo è stato» – L’internamento nel lager è stata un’esperienza estrema, una discesa negli abissi dell’umanità. Donne, uomini, bambini, anziani venivano spogliati degli abiti, scarpe, effetti personali e anche dell’identità. Non avevano più un nome ma una matricola tatuata sull’avambraccio. Non erano più persone ma numeri. E di numeri si tratta quando si fa il conto delle perdite. Oltre 6milioni di ebrei trovarono la morte nei lager. A cui vanno aggiunti 3.300.000 prigionieri di guerra sovietici, 1 milione di oppositori politici, 500.000 zingari, circa 9.000 omosessuali, 2.250 testimoni di Geova oltre a 270.000 tra disabili e malati di mente. Cifre che ancora oggi fanno rabbrividire. Anche se la politica dello sterminio di massa non è né cominciata né terminata con Auschwitz. Dalle vittime dei gulag alle pulizie etniche in Jugoslavia e in Ruanda altre pagine di storia si sono macchiate di sangue.

Perché ricordare? Perché è importante conoscere la verità, è importante sapere quello che è accaduto, quello di cui è stato capace l’uomo, perché se è successo una volta potrebbe accadere di nuovo. L’esperienza dei lager è così assurda da risultare incredibile, da non volerla accettare. La negazione dell’Olocausto o la sua giustificazione nascono proprio dalla volontà di negare il male di cui può essere capace l’uomo. In questi giorni si torna a leggere le testimonianze di Anna Frank e Primo Levi, o a rivedere le grandi opere cinematografiche come “La vita è bella” e “Schindler’s list” ma i miei ricordi ritornano sulle sue parole.

«Vui non aviti a vistu nenti» – così esordiva quando ritornava a quei mesi di prigionia. I suoi occhi azzurri si spegnevano. La voce si incrinava sotto il peso dei ricordi. «Ci ammassarono in un grande stanzone. Eravamo tutti giovani ma non tutti italiani. Voci confuse. Io me ne stavo immobile, non riuscivo a parlare, non capivo». A raccontare era mio nonno, prigioniero di guerra tra il 1944 e il 1945 a Mauthausen, in Austria. Considerato dalla storia come semplice campo di lavoro, in realtà fu un vero e proprio campo di sterminio basato sul binomio letale: lavoro forzato e denutrizione. Ma anche lì c’erano i forni. «Li vedevo in fila, scheletri nudi e infreddoliti. Non sapevo bene dove li portavano, ma dentro di me conoscevo il loro triste destino». Non amava raccontare di quel periodo, ma del suo lieto fine. Quando è riuscito finalmente a tornare a casa e sposare la nonna, già promessa a un altro uomo. Nunziato, mio nonno, è riuscito a scappare da quell’inferno. Non è stato facile, ha percorso tanti chilometri di strada a piedi per tornare nella sua Sicilia. Lui ce l’ha fatta. E’ tornato e ha costruito la sua famiglia. Ora mio nonno non c’è più. La sua memoria sono io.

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