Franco Di Mare
Franco Di Mare durante l'inaugurazione del Taobuk 2015

Di nuovo a Bauci. Era il 22 maggio quando al San Domenico Palace Hotel di Taormina, il giornalista Franco Di Mare presentava il suo libro, Il caffè dei miracoli, in cui parlava di questo posto immaginario che si può scorgere anche nel testo le “Metamorfosi” di Ovidio e nelle “Città invisibili” di Italo Calvino. Venerdì 18 dicembre, alle ore 18.30, presso la Fondazione Mazzullo di Taormina, Franco Di Mare tornerà a parlare di quel paese immaginario nell’evento organizzato e promosso dalla libreria Mondadori di Taormina. Un luogo che appartiene un po’ a tutti. Che non ha una precisa identificazione geografica. Come la Vigata di Andrea Camilleri o la Springfield dei Simpson. Così il noto giornalista che ha dedicato una parte della sua vita a inchieste e reportage da tutto il mondo, presenterà Il teorema del babà, ultimo suo libro edito da Rizzoli. Abbiamo discusso con lui del libro e abbiamo cercato di metterlo in relazione con la realtà locale, ovvero Taormina. Un qualcosa che avviene con naturalezza, considerando come nel Caffè dei miracoli l’aver messo, da parte dell’autore, al centro della discussione il tema della “bellezza”, aveva permesso di evidenziare delle similitudini con la Perla dello Jonio.

“Il teorema del babà”. Un titolo che incuriosisce. Anche i babà hanno un teorema?
«In realtà è una metafora della vita, nel senso che gli ingredienti per fare un babà sono pochi e semplici, ma fare un babà è qualcosa di molto complicato. Così come vivere una storia d’amore. Sembra tutto semplice, facile all’inizio, ma portarla avanti è qualcosa di complicato. Proprio come il babà. Ecco il perché del titolo».

In questo ultimo libro emerge la dicotomia tra cucina tradizionale e molecolare. È il contrasto tra tradizione e innovazione. È una metafora del mondo globalizzato?
«È una metafora del progresso, della conservazione, della relazione tra chi non vorrebbe cambiare nulla e chi invece è un innovatore. È una metafora di chi siamo noi. Un Paese che parla in continuazione di riforme, ma poi in realtà non le vuole fare e trova tutte le scuse per non metterle in atto».

Lei ha scritto che la cucina è metafora della vita, dunque anche i locali che popolano un piccolo centro come Bauci, ma anche Taormina, sono lo specchio della loro realtà?
«Esattamente così. Il modo di cucinare è la metafora della nostra relazione con il mondo, il modo in cui noi realizziamo la trasformazione degli alimenti dice qualcosa di noi e del nostro modo di essere. Per questo i ristoranti e le cucine sono una diversa dall’altra. Per questo ci sono le cucine molecolari e le cucine innovative che affrontano nuove maniere di trasformare i prodotti, che sono gli stessi, ma il modo di cucinarli e presentarli è completamente diverso. Il punto è: come fare per armonizzare queste maniere diverse di vedere la cucina? È un po’ come trovare una relazione tra chi vorrebbe che nulla cambiasse e tutto cambiasse».

A Taormina, nell’ultimo periodo, ha aperto una friggitoria sul Corso Umberto. Sembrano essere finiti i tempi del viaggio e del cibo slow, che anche da queste parti stanno lasciando il passo al cibo mordi e fuggi. Nel suo libro affronta anche questo cambiamento sociale?
«In realtà nel libro affronto il tema dell’innovazione e della tradizione. Questo qui, invece, è “cibo spazzatura”. Le friggitorie di questo tipo non hanno nulla a che vedere con il cibo da strada rappresentato dagli sfincioni, dal pane e panelle che si vende ancora in alcune parti dell’isola. È un cibo di grande tradizione popolare e non ha nulla a che vedere con il fatto di installare un cartello colorato, tradurlo in inglese e presentare un cibo come se si trattasse di qualcosa di tradizionale».

Per un siciliano, leggendo le sue storie, sembra di rivedere la Vigata di Andrea Camilleri. Quando ha scritto di Bauci, dei suoi personaggi, a cosa si è ispirato?
«Mi sono ispirato a una tradizione di resistenza al cambiamento che esiste in tutti i piccoli paesi d’Italia. Io l’ho chiamata Bauci, perché ho pensato a un paese che esiste in Campania e si chiama Ravello. Bauci, però, è uno dei nomi delle Città invisibili di Italo Calvino. Non volevo parlare solo di Ravello, perché Bauci potrebbe essere Taormina, Gallipoli o chissà quale altro borgo d’Italia. Bauci rappresenta un paese immaginario in cui ci troviamo tutti noi. Si, è come la Vigata di Camilleri».

© Riproduzione Riservata

Commenti