Lettere al direttore

Gentile Direttore,
dopo aver riflettuto a lungo circa l’opportunità – per evitare di fare la figura di Vecchioni che spara a zero non vivendo quotidianamente una realtà complessa e articolata come quella siciliana – ho deciso di scrivere a BlogTaormina. Perché, seppur vivendo a Trieste da tanto tempo, sono e mi sento ancora un taorminese. La questione della friggitoria nel “salotto buono” della città mi ha fatto sorridere. Mi ha ricordato immediatamente il Conte Max interpretato da Vittorio De Sica. Un aristocratico che, nonostante sia ricoperto di debiti e debba ricorrere a sotterfugi per vivere al di sopra delle proprie possibilità, continua ad avere la puzza sotto il naso. Perché non sarà una friggitoria a svilire il carattere di Taormina, a trasformare il Corso Umberto nella Vucciria. Negli anni, le sconsiderate gestioni del territorio e della città hanno già provveduto a questo, sommate all’incapacità di mantenere coesa una comunità che in passato aveva dimostrato di sapere costruire un futuro resistente agli attacchi di qualsiasi crisi.

Basta fare un giro durante un pomeriggio estivo per rendersi conto quanto poco sia rimasto di quel salotto “buono”, per rendersi conto come ormai sia arredato da mobili dozzinali ritrovabili in qualsiasi località turistica. Persone a petto nudo e ciabatte che si aggirano urlanti, mangiando un trancio di pizza o un gelato mentre negoziano la borsa finta di Vuitton in piazza. O il povero turista straniero che viene spennato dal ristorante in cui ha potuto gustare un ottimo menù a base di pesce surgelato. O ancora meglio: che rischia di essere investito appena sceso dalla navetta bus costretta a lasciarlo in mezzo alla strada (letteralmente) insieme ad altre centinaia di persone. Salotto buono, stagione, turismo d’élite sono termini che non possono più esistere in una realtà profondamente cambiata. Taormina avrebbe, in questi anni, dovuto inventarsi un nuovo “sistema” capace di garantire lo stesso standard (elevato) di servizi a turisti e residenti, permettendo di portare avanti quella peculiare “caratteristicità” che tanto era piaciuta ai viaggiatori del passato. Assicurarsi una straordinaria ordinarietà in cui quotidiano e stagionale potessero convivere e completarsi. Invece si è rincorso il modello del Parco Tematico, espellendo di fatto tutte le attività legate alla quotidianità – pensi per esempio: qualcuno saprebbe dire dove sia possibile comprare una risma di carta A4 per la stampante? O dove possano andare a giocare con uno scivolo i bambini? – in favore di negozi uguali tra loro e identici a quelli presenti in altre località. Le speculazioni edilizie hanno contribuito a cancellare anche l’immagine del paesaggio legata a Taormina – San Giorgio, Villa Mon Repos, Pensione Paradiso, Madonna delle Grazie, Porta Pasquale, per citarne alcune – dimostrando una totale insensibilità verso l’unica cosa di cui la cittadina poteva andare fiera, l’equilibrio tra intervento dell’uomo e natura.

Certo gridare allo scandalo per due pedane di patate è molto più semplice. Forse dietro quei tuberi c’è una situazione più complessa, ma paradossalmente più semplice che riguarda ciascuno di noi. Ovvero la capacità di guardare oltre il continuo presente che viviamo (e che abbiamo imparato a cannibalizzare qui e subito) per riacquisire la fiducia verso un futuro degno di Taormina e dei taorminesi. Per ricominciare a progettare e a immaginare, desiderare ma senza concupire, credere che l’attuale situazione fallimentare non sia incontrovertibile e che la classe dirigente sia, magari rinunciando a favoritismi e privilegi personali, sostituibile. Pensando, insomma, soprattutto a coloro che vivono la città più a lungo di una passeggiata sul corso.

Con stima,
Marco Ragonese

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