Kendall Schmidt
Kendall Schmidt

Papà mi porti a vedere Kendall Schmidt? Chi? Ma che ne può sapere un povero rockettaro in pensione come me, che la mattina conta – con una certa soddisfatta e sconclusionata vanità – i capelli che ingrigiscono, che ha ancora i quadri dei Beatles appesi alle pareti e che sta portando avanti una campagna in Vaticano per far fare Santo Neil Young. Che ne può sapere ripeto, chi diavolo è Kendall? Eppure tocca farmi una cultura, caricare in macchina un drappello di ragazzini incalliti conoscitori dell’idolo del momento e puntare le vele in direzione Catania. Pare che “il ragazzo”, assieme ad alcuni – ahimè – ex compagni d’armi, sia il protagonista di una serie televisiva che danno in tv. Tipo Happy days. Oddio l’ho detto. Non me ne vogliano i miei coetanei. Ma come mi è venuta in mente l’idea di accostare il glorioso team di Happy days, capitanati dal mitico Fonzie? Chiedo scusa, umilmente. Ma a pensarci bene sti giovanottini non è che abbiano inventato poi nulla. Se pensiamo alle miriadi di film in bianco e nero dei nostri ani ’60, con Rita Pavone, Morandi e Celentano, che scorazzavano cantando in giro per l’Italia dell’epoca Beat e che poi, grazie anche alla grande notorietà che veniva dal picolo schermo, raccoglievano i frutti spopolando nelle piazze del Belpaese.

Ore 17, iincontro e foto con gadget per i più fortunati. Ore 19, inizio del concerto! (oh ma quale concerto?). Kendall arriva timidamente accompagnato da due ragazzini, Martins acustica e costosissima a tracolla, look super cool, ciuffetto e scarpe fighe. I due amichetti sono uguali a lui, uno alla chitarra e l’altro prende posto su un Cajon. Iniziano a “suonare” e cantare. «Ciaoooo Italiaaaaa….comi va? Ciutto beniii ?». I numerossimi ragazzini – più numerose le ragazzine in verità – iniziano a scatenarsi e accompagnare con urla e boati le gesta e soprattutto i gesti dei tre sul palco. E fin qua nulla di nuovo. Attendo dunque la novità, ma, sigh, non arriva. Il ragazzo è una copia sputata dell’australiano Keith Urban, cantautore country pop, più noto per essere il marito di Nicole Kidman (sono ancora sposati?? Bo!) Lo imita, forse senza saperlo, in tutto. Timbro vocale, giri armonici, testi smielati e romanticissimissimi. Il resto è davvero di poco conto. Parlano in perfetto accento West Coast e continuano a fare domande ai ragazzini, che però non capiscono un tubo. Un genitore accompagnatore, in perfetto stile città du Liotru, attende una rara pausa tra le urla dei bambini e invoca ad alta voce: «Kinderrr Bbuenoooo». Cosa avrà voluto dire? Rientro a casa con un dubbio granitico.

Ma al rientro mi faccio un’altra domanda epica: ma nell’era dell’austerity, della crisi nera e profonda, che vede in forte sofferenza vendite d’ogni tipo, dove la cultura affoga per mancanza di fondi, dove i musicisti professionisti e gli artisti veri suonano per una pagnotta con la Mortadella e i prodotti tascabili e biodegradabili vanno a X Factor. In questa triste epoca, come mai il Metropolitan è pieno come un uovo (i biglietti non sono economici per nulla) e questi ragazzini americani portano “a casa la serata” alla grande? Che abbiano più di ragione dei miei capelli bianchi? Take it easy.

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