Francesca Gullotta: «Con i soliti protagonisti politici, nessuna speranza di risollevare la città»
Francesca Gullotta: «Con i soliti protagonisti politici, nessuna speranza di risollevare la città»

Era il mese di giugno quando la professoressa Francesca Gullotta si dimetteva dal direttivo del Partito Democratico di Taormina dopo essere stata il candidato sindaco di “Taormina Bene Comune” alle ultime elezioni amministrative. «Questo Partito Democratico non mi interessa più, nè per quello che è diventato e neanche per ciò che rappresenta o che vorrebbe realizzare», erano state alcune sue dichiarazioni che avevano fatto rumore, anche se la professoressa si riferiva più all’ambito nazionale che locale. Sono trascorsi diversi mesi da quella scelta, di cui Francesca Gullotta non si è pentita, e si sono susseguite diverse vicende in città. Taormina, i suoi problemi e il riassetto della scacchiera politica che è già in atto. Abbiamo discusso di questo e di altro con la professoressa Francesca Gullotta.

Professoressa Gullotta, la città di Taormina sta vivendo un periodo particolare. Forse è il momento più difficile, dal punto di vista economico, strutturale e ambientale, da qualche decennio a questa parte. Come si può rialzare la testa?
«Si anche io ritengo che il momento storico, che stiamo attraversando, sia molto difficile e complesso da gestire dal punto di vista amministrativo. Quello che, però, rende Taormina una sorta di Giano bifronte è la presenza, da un lato, di evidenti difficoltà economico-finanziarie dell’Ente Comune e di conseguenza di disservizi per la collettività, dall’altro lato, l’esistenza di un incremento dei flussi turistici, che secondo quanto rilevato dagli albergatori, superano del 15% circa quelli dell’anno scorso. Il trend è, quindi, senz’altro positivo e lo è stato anche negli anni scorsi a riprova del fatto che Taormina non ha perso il suo appeal, di certo grazie alle congiunture internazionali, a quello che la Natura ci ha donato ma anche grazie all’accoglienza di qualità, offerta dalle nostre strutture alberghiere e di ristorazione. Allora cosa si può fare? Non è facile e non esistono, io penso delle ricette sicure, considerato anche che i Comuni sono lasciati da soli sia dallo Stato che dalla Regione, che programmano sempre minori trasferimenti, con il rischio concreto di preoccupanti squilibri di bilancio, dovuti pure ai tanti debiti pregressi. Tuttavia qualcosa, a mio parere, si poteva fare. In primis una riorganizzazione della struttura burocratico-amministrativa, con la creazione di squadre operative di settore e una seria, trasparente e condivisa pianificazione delle azioni da intraprendere, individuando obiettivi e responsabilità. Per recuperare, inoltre, credibilità e ottenere qualche risultato, in questo primo biennio, andava modificata la metodologia, uscendo dalle logiche ad personam e approssimative, spezzando il patto implicito o esplicito tra i vari portatori di interessi e i rappresentanti politici per la tutela dei reciproci e vari riscontri. A questo aggiungo un’oculata e capillare, oserei dire scientifica, azione di risanamento fiscale, con l’individuazione e il recupero dell’evasione e la predisposizione di un team per captare i fondi europei gestiti a livello nazionale e regionale. Oggi si deve innovare e cercare con progetti validi di ottenere quello che prima veniva elargito. Pensare ed agire insieme, inoltre, è meglio che genuflettersi davanti ai vari “Deus ex machina”; bisogna fare sistema organico, non alimentare individualismi, che sono pericolosi e, a lungo andare, inutili».

La classe politica, spesso e volentieri, litiga e si rinfaccia problemi legati al passato. Per concludere questo eterno ping pong, Taormina dovrebbe “saltare” una generazione politica e dare spazio ai giovani?
«Personalmente penso che l’età non sia un valore o un disvalore, nel senso che i giovani non sempre sanno fare meglio e le persone mature non è detto che siano inadeguate. Ciascuno agisce bene alla luce dei valori, che si porta dentro, e in relazione alle abilità che possiede. E non è detto neanche che basta essere onesti e di buona volontà per raggiungere dei risultati efficaci nell’amministrazione di una città. A Taormina, purtroppo, non c’è ricambio nella classe politica, perché molti giovani hanno studiato fuori e lì sono rimasti. E’ il male della Sicilia, un’isola sempre più “anziana”. A Taormina, inoltre, c’è tanta monotonia e qualunquismo nella scelta dei propri rappresentanti: ci si lascia condizionare da tanti fattori, che vanno dal legittimo bisogno del lavoro e della salute alla coltivazione del proprio orto, per dirla con Voltaire. E la conseguenza è di facile lettura. Ma tanto non cambia nulla: la clessidra si capovolge e ogni volta ritorna il ciclo dell’eguale».

Negli ultimi giorni abbiamo assistito all’arrivo dei ragazzi africani alla Casa di Riposo. Una vicenda che ha mostrato i diversi volti della città, soprattutto negativi. Si aspettava una reazione del genere?
«Taormina è una città plurale: ha tante anime e tante sfumature. E’ ancora una volta ancipite: cosmopolita e provinciale, generosa ed avara, aperta al nuovo e conservatrice, egoista ed altruista. La questione specifica è stata, a mio parere, gestita male, perché due sono le connotazioni relative. La prima riguarda la totale mancanza di collaborazione tra il Comune e l’Ente gestore della Casa Zuccaro, che non ha autonomia nell’uso della struttura di cui non è proprietario, la seconda il dovere morale della solidarietà umana. Nel primo caso non so in che termini si possa scavalcare il Sindaco, rappresentante pro tempore e a tutti gli effetti della città e dei cittadini, nel secondo caso ammiro e lodo quanti si sono prodigati a sostenere questi giovani, che come tanti altri, fuggono dalla morte, dalle guerre e dalla miseria».

Taormina e la cultura. Un binomio indissolubile, ma quanto incidono le varie manifestazioni ed eventi sul tessuto sociale della città? Cosa servirebbe per rendere la cultura davvero incisiva?
Anche per quanto riguarda la cultura, come negli altri settori, sono sostenitrice del valore delle competenze, nel senso che non ci si può improvvisare mecenati o promoter, in questo caso, culturali. Gli eventi, le manifestazioni, le varie iniziative, se non risultano da una pianifìcazione specifica e ponderata, lasciano il tempo che trovano, perché rappresentano solo frammenti isolati e pure, a volte, dispendiosi, e non sono affatto un volano economico o uno strumento di crescita sociale, in una realtà, purtroppo, sempre più preda del “narcinismo”, per usare il neologismo coniato dall’intellettuale Colette Soler nel 2011. Cosa servirebbe allora? Io penso una collaborazione più strutturata tra il pubblico e il privato, la creazione di reti tra Istituzioni, Fondazioni, Università, Associazioni, forze produttive etc, e la presenza anche in questo settore di un team di specialisti, in grado di cogliere le proposte di alto spessore per una città come Taormina, di sottoscrivere accordi, convenzioni e nello stesso tempo di valorizzare le numerose risorse creative e artigianali, che la nostra città ha da sempre.

Era fine giugno quando ufficializzava il suo addio alla direzione del Partito Democratico di Taormina, si è pentita di quella scelta?
«Non mi sono affatto pentita di essere uscita dal direttivo del Pd, anzi, nel corso dei mesi ho rafforzato il valore della mia scelta, che non è assolutamente imputabile ai componenti del circolo cittadino, il cui operato approvo e a cui rinnovo la mia amicizia. Il problema è il mio senso di inadeguatezza e quindi la non condivisione del modus operandi del PD nazionale e regionale. La coerenza ideale per me è un valore e non mi ritrovo più in un Partito, che diluisce così tanto le idee socialdemocratiche e che non ascolta i lavoratori, la base. Se penso, per esempio, al mondo della Scuola, a tutti gli scioperi, ai vari tentativi che abbiamo fatto con colleghi in tutta la Nazione per evitare che la Legge 107 fosse approvata, mi indigno e mi arrabbio di più se penso a come Renzi ha, ormai, ” personalizzato” il governo, più ancora del partito. E mi fermo qui, perché le argomentazioni da fare sarebbero tantissime».

Cosa dovrebbe fare, in questo momento storico, un partito di centrosinistra a Taormina per creare un’alternativa in vista della prossima tornata elettorale?
«Nelle elezioni amministrative nelle nostre piccole città conta poco il colore politico, i meccanismi che incidono sui risultati sono altri. Ma, facendo, finta che non sia così, posso dire che un partito di centrosinistra dovrebbe coinvolgere le forze sociali ed economiche sane e di buona volontà, oltremodo, disposte a fare sacrifici per rimettere in piedi la Casa Municipale e per dare risposte ai bisogni e alle priorità esistenziali di tanta gente, perché Taormina ha tante sacche di povertà e di disagio evidenti e sotterranee. Inoltre sarebbe auspicabile lavorare per integrare le diversità e soprattutto per unire senza discriminazioni il centro e le periferie, le frazioni, che spero, finalmente, comprendano che il Sindaco o gli Assessori non sono un valore aggiunto, perché abitano a Trappitello o a Mazzeo, ma solo se hanno altre qualità, così come del resto spero, che gli abitanti del centro, comprendano che i residenti nelle frazioni non sono avversari ma concittadini».

Quale sarà il futuro del centrosinistra in città, considerando che un’alleanza tra Pd e Udc appare scontata ed è probabile l’apertura verso il Pdr che fa riferimento all’onorevole Picciolo?
«Per quanto riguarda gli scenari politici futuri non sono in grado di rispondere con consapevolezza, perché non ho seguito molto i vari equilibrismi, che si stanno già predisponendo. Posso dire solo che se si continua con le solite danze e con i medesimi danzatori, rinnovati magari nei colori e nelle fattezze esteriori, non c’è speranza di risollevare le sorti di questa città, che dovrebbe, però, nell’intimo del suo essere società civile, recuperare l’orgoglio dell’antica urbs notabilis».

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