Pubblicità mostra Lello Chiaia
All'ex chiesa del Carmine a Taormina "Il viandante", la mostra organizzata dalla compagna di Lello Chiaia

Continua nella cornice dell’ex chiesa del Carmine a Taormina Il viandante, la mostra organizzata dalla compagna di Lello Chiaia. La rassegna di video, fotografie e alcuni oggetti simbolici, inaugurata sabato 17 ottobre, resterà aperta fino al 31 ottobre e, attraverso una installazione minimale con sei video sulle pareti, e una luce al centro che ricorda lo spirito vivo di un uomo straordinario, racconta anni di viaggi reali e ideali alla ricerca, insieme a Dina di un altro mondo possibile. Lello Chiaia era un uomo votato verso il giusto, molto rispettoso dell’altro, della vita e della diversità, ma che non aveva problemi e far sentire la sua voce di disapprovazione e di rimprovero con chiunque, perché rimproverava soprattutto se stesso. Era un anarchico puro, infarinato di grandi ideali, se vogliamo anche ideologizzato, ma proteso verso una giustizia sociale che lo portò a Trieste a lavorare gratis come psicologo, durante i giorni di Psichiatria democratica.

Ma era anche un personaggio istrionico, che non suonava strumenti ma aveva un grande orecchio musicale, che non aveva studiato teatro, ma era naturalmente portato ad organizzare un palcoscenico, come regista o direttore di scena. Viveva sempre quasi come indossando una maschera di Pulcinella, ed era così che lo definiva la sua Dina, la donna che lo ha accompagnato nella lunga serie di viaggi in ogni parte del mondo, giusto un piccolo passo dietro di lui, con la forza il sostegno che solo una grande donna può garantire a un uomo speciale. Lei poteva permetterselo perché forse sapeva che la vera anima di Pulcinella arriva dalla figura degli antichi liberti greci, lasciati liberi, perché dalle colonie della Magna Grecia costava troppo riportarli in patria. Quegli schiavi, lasciati in una terra feconda che nutriva tutti senza tanti sforzi e liberava ognuno dal malefico desiderio di possedere, avendo a disposizione il qui è l’ora, che il sole trasformava in una serena accettazione della vita, non potevano che dar luogo che a uno spirito libero e generoso, dedito alla celia e alle riflessioni profonde che avevano ascoltato dai vecchi saggi filosofi greci per bocca dei loro passati padroni.

E così era veramente Lello, un artigiano e un artista, che imparava praticamente di tutto, un uomo di grande cultura che spesso amava rinchiudersi nei suoi costruttivi silenzi di riflessione, ma anche un grande istrione in possesso di uno spirito socievole e dedicato all’ascolto, che lui definiva la terapia dell’Okay, perché le persone, tutte, hanno il bisogno di parlare e di raccontarsi. Ed era quello che faceva, dietro la maschera dei suoi occhiali, quotidianamente, anche nei lunghi anni in cui era stato adottato e aveva adottato Taormina come un posto tra i viaggi. Parlava con la gente comune, con i turisti e con i sindaci, mentre per la strada vendeva braccialetti. La sua strada, perché lui era un uomo, così diceva, e non era in grado di volare, e quindi, non potendo che stare sulla terra, non occupava nessun suolo pubblico. Nel frattempo si occupava degli altri, con la sua attenzione e il suo largo sorriso e trasmetteva a tutti tanta serenità, da vero operatore sul campo, pur avendo, da dottore psicologo, rifiutato i dogmi di una psichiatria ingarbugliata che si stava eccessivamente istituzionalizzando. Non voleva fare il dottore e comportarsi come un vigile urbano della mente altrui, ma semplicemente desiderava occuparsi della cura dell’altro, e del sostegno dell’anima; on the road, per la strada, garantiva agli altri e a se stesso la libertà e l’impegno al contempo per l’agorà e per la comunità; così tramandava il suo pensiero riguardo un nuovo mondo possibile.

«Avrei potuto anche scrivere un libro» – mi ha detto Dina, che non trova comodo il suo vero nome, Maria Siponti Fini, che pure arriva dalla vecchia Sipontum, la nostra Manfredonia – «e forse nemmeno sarebbe bastato a raccontare la nostra lunga vita insieme, fatta di viaggi e di scoperte nel mondo e nell’anima umana, e a lasciare la testimonianza dell’attualità delle sue riflessioni e della sua opera; forse non basta nemmeno questa mostra, che pure mi ha impegnato per un anno, e mi impegnerà ancora, poiché intendo realizzarla anche a Bari, la sua città natale, anche se Lello si è sempre sentito un cittadino del mondo. Di fondo mi è piaciuto di più questo progetto, che prevedeva un omaggio non solo per lui, ma anche per la città di Taormina, dove avevamo stretto tanti legami di sincera amicizia e nella quale abbiamo vissuto da persone libere per tanti anni». Di lui, novello Diogene, che non amava essere chiamato santone, nonostante la sua sapienza, la notevole cultura e le profonde conoscenze orientali, rimarrà il desiderio di vivere una vita libera senza padroni, e la difesa della propria dignità e della propria creatività, che lo ha visto rifiutare a grandi fotografi come Oliviero Toscani la possibilità di fotografare i dischi che lui e Dina usavano come espositori per i loro braccialetti; oggetti così colorati e affascinanti da ispirare, se portare a un soffio dalla copia grandi produttori del sistema come Cruciani e Morellato. Rimarrà l’amore con una donna a sua volta artista, libera e indipendente, che ha trovato bello condividere parte di quegli innumerevoli cassetti della memoria, facendoli diventare patrimonio di una collettività che non sempre ne ha compreso le scelte. E il ricordo a tratti straziante, ma sereno, di certi momenti prima del suo ultimo viaggio, riferendosi al periodo in cui aveva lottato contro il suo cancro, in cui diceva: «Ho passato un anno a mettere tutti a proprio agio al cospetto della mia malattia. Ora sono un po’ stanco». Il suo viaggio, al di là della mostra continuerà ancora a lungo.

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