Nulla riesce a corrompere una coscienza quanto il potere e sono solo poche le anime che non si fanno segnare irrimediabilmente, restando candide, immacolate. E non intendo il potere forte, grande, assoluto ma quello declinato anche nelle sue forme più piccole, meschine e solo apparentemente insignificanti. Una divisa, un incarico istituzionale, anche il solo essere caposcala nel proprio condominio; l’esercizio di qualsiasi forma di potere è capace potenzialmente di corrompere l’animo umano. Le vicende giudiziarie di questi ultimi giorni ne sono, a mia modesto parere, la prova, la testimonianza tangibile. Mi piace pensare che sia esistita una giovane magistrato che abbia amministrato la sua alta funzione in modo corretto, imparziale e benevolo e che, per colpa del potere, abbia perso per strada queste doti. Perché, altra cosa di cui sono convinto, è che il potere di “giudicare” non possa essere esercitato se non si è dotati di una carica di umanità che serve al giudice a non trasformarsi irrimediabilmente in carnefice. Ciò che mi colpisce non è l’aspetto penalmente rilevante di talune condotte che sono e restano gravi, ma è la chiara ed incontrovertibile mancanza di “umanità” nell’esercizio di un potere tanto grande quanto è quello riconosciuto ad un giudice.

Acciò autorizzato da chi è stato protagonista di questa vicenda umana, non posso non pensare a quanto accaduto ad una dignitosissima anziana signora che, coinvolta in uno di quei baracconi giudiziari che sono state alcune inchieste di mafia che hanno azzerato l’imprenditoria siciliana negli ultimi venti anni, viveva, a causa del sequestro dell’intero patrimonio (suo e di tutti i suoi congiunti) con un assegno alimentare di € 400 euro riconosciutole dal Tribunale penale per non avere Ella alcun altro mezzo di sostentamento. All’atto del cambio di amministratore giudiziario, il nuovo amministratore (oggi assurto all’onore delle cronache) nominato dal Tribunale di Palermo – Sezione Misure di Prevenzione – ritenne di doversi fare autorizzare per continuare il pagamento del misero assegno alimentare e chiese alla anziana signora di presentare una nuova istanza corredandola di una ampia documentazione che attestasse che la stessa non possedeva altri mezzi di sostentamento. Il Presidente di quel Tribunale, sebbene la documentazione fosse completa e indicasse incontrovertibilmente che non vi erano altre fonti di reddito, denegò l’assegno e motivò il provvedimento “poiché la persona era valida e in grado di cercare una occupazione”. Pur apparendo ripetitivo, mi piace sottolineare che si trattata di una signora all’epoca quasi settantenne e con problemi di salute e che le somme sarebbero derivate esclusivamente dai redditi prodotti dalle aziende e dai beni posti sotto sequestro e, quindi, non a carico della “cosa pubblica”.

All’estensore di questo provvedimento allora mi sembrò mancasse ogni senso della realtà ma, soprattutto, quella umanità che deve essere corredo indispensabile per qualsiasi esercizio del potere. Oggi ne ho, tuttavia, una chiave di lettura diversa. E’ possibile che quel giudice pensasse che la destinataria di quel provvedimento potesse accumulare debiti per oltre € 18.000 al supermarket, che potesse barattare posti di lavoro per sé e per gli altri, che potesse ottenere vantaggi per i propri figli e congiunti, che non provasse vergogna, pietà, rispetto e, complessivamente, che non avesse la dignità che ha invece assistito Lei e la Sua famiglia per i lunghi anni in cui è stata sottoposta a vicende giudiziarie che non ho paura di definire “surreali”. La dignità, la misura, l’umanità, il rispetto, concetti che oggi non ritrova in quel giudice che l’ha giudicata. La Giustizia merita rispetto e il rispetto la Giustizia lo merita se chi l’amministra non ha il cuore e la coscienza corrotta dal potere. Semmai questo giudice (e non glielo auguro) dovesse perdere il suo posto di lavoro e ritrovarsi nella stagione della sua maturità priva di mezzi di sostentamento o in difficoltà, mi piace pensare che quell’altra donna, quell’altra madre di famiglia, avrà cuore e coscienza per darle quell’aiuto, quella solidarietà, quell’umanità che a Lei fu denegata.

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