L'avvocato Salvatore Lupica, legale del comune di Taormina nella vicenda Domus san Pancrazio
L'avvocato Salvatore Lupica, legale del comune di Taormina nella vicenda Domus san Pancrazio

Domus san Pancrazio. È l’ora di fare un po’ di chiarezza. Di capire cosa è successo e cosa sta succedendo, soprattutto alla luce dei recenti fatti che hanno svelato come la Villa è oggetto di una vendita giudiziaria. Tornando indietro nel tempo, però, bisogna risalire al 24 giugno 2015, quando tramite un atto di compravendita, la Ata (Azienda turistica alberghiera Srl) vendeva alla Whiteside Business la proprietà della Villa al prezzo di 1 milione 870 mila euro. La vendita, però, veniva sospesa in virtù del possibile esercizio di prelazione che poteva essere esercitato entro 60 giorni da parte degli enti coinvolti. L’assessorato regionale dei Beni Culturali, in verità, era il primo a tirare i remi in barca per “incapienza nel pertinente capitolo di spesa” e conferiva la possibilità della prelazione al comune di Taormina che aveva avuto la possibilità di esercitare il diritto entro il 13 settembre. Un countdown in cui si era inserita una proposta comunicata alla città di Taormina tramite gli avvocati Salvo e Conti, in cui un anonimo cliente aveva intenzione «di proporre, eventualmente, la disponibilità dello stesso di sottoporre alla civica amministrazione un modulo procedimentale finalizzato al sovvenzionamento, senza oneri per il comune, del diritto di prelazione».

La società interessata era la tedesca Hellac Gbr, che aveva avanzato la bozza di un bando per la scelta di un soggetto finanziatore. Tale bozza prevedeva che il comune di Taormina indicesse una procedura a evidenza pubblica tramite la quale individuare un soggetto interessato per acquistare la proprietà della parte non archeologica della Villa; per ottenere la concessione di 25 anni dell’area archeologica. La base d’asta era stata fissata a 2 milioni e 770 mila euro, di cui 1 milione e 870 mila euro per acquistare l’area non archeologica e da corrispondere entro il 10 novembre 2015 e 400 mila euro come canone venticinquennale di concessione dell’area archeologica, che dovevano essere corrisposti entro 180 giorni dalla richiesta di versamento da parte del comune e si potevano adottare non prima del 1° gennaio 2017. Questa bozza prevedeva anche che il comune trasferisse all’aggiudicatario il bene libero da ipoteche e trascrizioni pregiudizievoli.

In sostanza, la proposta della Hellac Gbr prevedeva che il comune individuasse un acquirente per l’area non archeologica, il quale doveva pagare a base d’asta 1 milione e 870 mila euro per l’acquisto e 400 mila euro per la concessione. In questo modo il comune avrebbe potuto predisporre la necessaria copertura finanziaria per esercitare il diritto di prelazione e in seguito avrebbe dovuto trasferire la proprietà della Villa e del giardino alla Hellac e le avrebbe dovuto concedere, in uso per 25 anni, l’area archeologica. Una proposta che è stata vagliata sia dall’avvocato del comune, Salvatore Lupica, dal legale della Hellac Filippo Maria Salvo, che dall’assessore alla Cultura, Mario D’Agostino, e dal segretario comunale. Una serie di incontri giunti alla conclusione che la proposta di bando avanzata dalla Hellac, in quei termini, non poteva essere accolta. In sostanza l’avvocato Lupica aveva evidenziato come fosse illegittimo esercitare il diritto di prelazione con un finanziamento privato per poi vendere una parte dell’immobile al privato. L’ipotesi plausibile, si legge nella relazione del legale, sarebbe stato il sorgere di un ennesimo contenzioso per il comune, in cui difficilmente l’ente sarebbe uscito vincitore.

Inoltre, si può scorgere nella relazione compilata dall’avvocato Lupica, la previsione che il comune trasferisse il bene libero da ipoteche e trascrizioni pregiudizievoli comportava che l’ente avrebbe dovuto provvedere, con finanze proprie, al risanamento di quei debiti dell’Ata. In sostanza il comune avrebbe corso il rischio, giuridico e materiale, di procedere a un esborso di 1 milione e 350 mila euro, senza avere la certezza di potersi rivalere sulla debitrice principale, ovvero l’Ata. Per tutte queste ragioni, dunque, la proposta della Hellac Gbr non veniva accettata. Però non tramontava l’idea del comune, anche se non aveva fondi per esercitare la prelazione, di percorrere ogni strada per acquistare la proprietà del bene compravenduto tra Ata e Whiteside Business. Così veniva percepito parzialmente il bando e il 26 agosto veniva approvato uno schema di avviso pubblico finalizzato all’individuazione di un soggetto interessato a ottenere la concessione per 99 anni della Villa e del giardino, a eccezione dell’area archeologica. In questo modo l’intera area sarebbe diventata di proprietà del comune di Taormina e l’area archeologica sarebbe diventata di proprietà del comune.

Inoltre per l’aggiudicatario vi erano degli obblighi ben precisi: tenere ferma la destinazione d’uso e urbanistica; impegnarsi alla cancellazione di tutte le iscrizioni e trascrizioni pregiudizievoli entro sei mesi dalla sottoscrizione dell’atto di concessione; obbligarsi, qualunque sarebbe stata l’attività svolta nel bene oggetto del presente bando, ad assumere almeno il 30 per cento del personale selezionandolo tra soggetti residenti a Taormina. Tramite il bando rivisto il comune avrebbe ottenuto a costo zero la proprietà dell’intera area libera da ipoteche e pignoramenti, concedendo la parte non archeologica e avendone l’immediata e piena disponibilità. Considerando che nessuna offerta era pervenuta nei termini previsti dal bando, in seguito si era svolto un incontro tra i vertici dell’Università di Messina e l’amministrazione comunale per verificare la possibilità di raggiungere un accordo per ottenere le somme necessarie per la prelazione e la cancellazione di ipoteche e pignoramenti. Però, in attesa delle determinazioni dell’ateneo, scadeva il termine per l’esercizio della prelazione.

Una strada si era chiusa e un’altra, documenta l’avvocato Lupica, si poteva aprire con i contatti intrapresi con la Whiteside Business e l’avvocato Alfonso Maria Chieffo, legale di questa società, il quale comunicava «la volontà di cedere a titolo gratuito all’Ente l’area archeologica sita all’interno del complesso al fine di ottenere senza oneri il cambio di destinazione d’uso urbanistico». L’incontro tra le parti si è svolto il 3 settembre e qualche giorno dopo l’avvocato Chieffo, dopo essersi confrontato con l’amministrazione, comunicava «di proporre irrevocabilmente e a titolo gratuito quale legale rappresentante della Whiteside Business la cessione dell’area archeologica denominata Domus san Pancrazio al comune di Taormina a patto che l’ente si obblighi alla manutenzione e alla valorizzazione della stessa concedendone l’accesso gratuito ai fruitori dell’immobile già sede dell’albergo villa san Pancrazio». Una proposta messa in luce nella conferenza stampa dell’11 settembre. Un accordo, al momento, in divenire.

È questa la situazione attuale che l’avvocato Salvatore Lupica ha relazionato con dovizia di particolari e ha sostenuto come «nessuna delle società citate è sottoposta a fallimento o ad altra procedura concorsuale universale». Ciò che invece risulta sin troppo chiaro, ormai da diverso tempo, è l’esistenza di un pignoramento immobiliare in danno dell’Ata sul bene oggetto di compravendita. Una precisazione fondamentale, perchè si deve tenere presente che un bene pignorato rimane di proprietà del debitore esecutato (in questo caso l’Ata), il quale può venderlo a terzi (nel contesto la Whiteside Business) e dunque il relativo contratto è legittimo e valido e l’acquirente, a sua volta, può cederlo. In particolar modo, l’avvocato Lupica mette in evidenza come la vendita del bene dall’Ata alla Whiteside Business è legittima e valida, come lo sarà anche la cessione dell’area archeologica al comune di Taormina. Solo quando l’immobile verrà aggiudicato e trasferito in esito alla procedura esecutiva, la cessione al comune diventerà inefficace e non opponibile all’acquirente, con il quale sarà necessario avviare nuove trattative. Infine, in caso di trasferimenti avvenuti in esito a procedure di vendita forzata, potrebbe essere riconosciuta la facoltà di prelazione in favore degli enti previsti dalla legge e il comune potrebbe valutarne la fattibilità. In una simile circostanza, l’ente acquisterebbe per 2 milioni e 650 mila euro il bene senza mettere sul piatto ulteriori esborsi monetari.

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