Stefano Benni
Stefano Benni

Uno degli autori più ironici della quinta edizione del Taobuk, manifestazione ideata dalla presidente Antonella Ferrara e condotta con Franco Di Mare, è stato sicuramente Stefano Benni.  Nella bellissima Sala Chiesa del San Domenico Palace Hotel, il  20 settembre scorso, di fronte a una gremita platea, lo spigoloso e umoristico autore bolognese ha presentato I cari mostri. Un libro che sfida il racconto di genere e apre la porta a un orrore molto particolare. Benni lo fa con  la solita ironia che a tratti attinge anche al grottesco. Si addentra in dinamiche che toccano la paura e l’angoscia non dimenticando, anzi non facendo dimenticare, che  giusto a due passi dalla paura e dall’orrore abita il comico, e lo fa tastando l’angoscia. Stefano Benni, pur non nascondendo l’essenza della paura in un omaggio ai suoi maestri, ci dona una galleria di memorabili mostri. Edgar Allan Poe, che è il convitato di pietra alla base di questa raccolta di racconti, non è stato solo infatti l’inventore dell’horror e del giallo, ma anche il primo raffinato poeta che affronta questi argomenti con un umorismo sfrenato, convinto come era che l’autore tragico fosse un vero clown, e l’umorista un grande tragico. E allora ecco un vampiro meno vampiro di quanto ci si aspetti, che non riesce a incutere timore a un esattore delle tasse, ed ecco gli adolescenti senza prospettiva o speranza, ecco il Wenge, una creatura misteriosa che semina morte e paura , ed ecco una Madonna sfrontata che invece di piangere ride, ristabilendo con molta dolcezza le reali distanze tra ciò che fa ridere e ciò che fa piangere e fa paura. Una distanza che alle volte non è per nulla fisica, ma è solo figlia di una immaginazione che si aggira tra i mostri reali e quelli creati dalle nostre inadeguatezze e dalle nostre bugie. La paura è una vera passione, e come tale deve essere smisurata e crescente. Di paura si può morire, e l’abisso non ha comodi gradini, ma sempre un appiglio d’ironia per sopravvivere. Con una meravigliosa scaltrezza veniamo proiettati in una raccolta di racconti dove si svelano il lati oscuro e la luce di insospettabili persone vicino a noi, ma anche i mostri che abitano ciascuno di noi.

Così con gli interventi di Emanuele Fadda, docente di Filosofia del linguaggio, ha raccontato che quando si affronta la paura ogni tanto scappa da ridere. Accade lo stesso quando si va a vedere un film dell’orrore, in cui spesso l’ombra e la luce sono così vicini, proprio per creare quella tensione che serve per la gioia del sollievo. Accade anche a tutti di provare la gioia purissima degli scampati.  La gioia di quelli che hanno superato uno spavento terribile, e che lo narrano sempre con un sorriso sulle labbra. Ciò che invece fa realmente paura è la tecnologia che copre le responsabilità. L’ autore de I cari mostri non ama questo tipo di tecnologia : «Il web in particolare non è giudicabile adesso… dà tanto di bello, ma è un ambito ricco di mistero, che ci dirà solo tra trent’anni cosa ha rappresentato. Con Google abbiamo l’illusione di avere imparato. In realtà Google ci aiuta a capire quali sono le nostre curiosità ma poi tocca a noi a andare in profondità, andando a cinema, leggendo libri. La tecnologia può diventare un mostro che ci fa rassegnare a non aver di fronte uno sguardo un volto o una voce, e quindi ci spinge ad una passività. Questo è un mostro che tutte le forme di potere di ogni tempo hanno sempre sognato. Non sono contro la tecnologia, ma ho molto sospetti su di essa, chiedo di continuo criticamente che qualche volta se può mi mostri sua verità, e non solo la sua pubblicità». Il contrario dell’umorismo dice Benni non è il tragico, ma l’indifferenza. Una persona indifferente non è capace né di umorismo né di tragedia. Noi siamo pronti senza dubbio ad accogliere il desiderio di uscire dalla paura. E nella rappresentazione, dal film al teatro è tutto un gioco di tempi. In qualunque film dell’orrore basta una battuta in sala, che rompa l’atmosfera, a riportare tutti ad un sentimento di gioiosa e sollevata serenità. Mi vengono alla mente le parole di Isa Danieli che diceva:  «la frase io mi voglio uccidere ha un senso tragico, se detta una sola volta nel cuore di una tragedia; assume invece un senso comico se ripetuta a lungo all’apertura del sipario».

Tornando al tema di Taobuk, Gli ultimi muri: «Io abbatterei soprattutto i muri invisibili, quelli che non si vedono, ma che qualche politicante in cerca di voti alza, e ci fa dire, guardate che tra noi e gli altri c’è un muro, invece magari questo muro non c’è… è stato inventato da un politico in cerca di voti. Poi esistono anche i muri veri, che separano e i muri reali delle trincee della guerra, ma intanto abbattiamo questi muri inventati dalla stupidità e dalla crudeltà del potere». L’augurio finale a Taobuk ispirato dalla domanda di Caterina Andò, l’addetto stampa, è un invito a mantenere la forza dell’umorismo e della leggerezza. Per una manifestazione, che ha un nome importante e fa un riferimento largo agli insegnamenti del Tao, con un atteggiamento ironico su tutta l’esperienza umana, non prendersi mai troppo sul serio è l’energia principale, perché la mancanza di straordinarie aspettative e l’ironia sono il vero segreto della serenità. Non esistono muri se non nella nostra mente. La ricchezza della letteratura italiana in fondo è legata al suo essere una letteratura meticcia, bastarda. Un miscuglio di cultura autoctona, araba e mediterranea, e anche nord europea. Questa varietà appartiene a poche letterature nel mondo. Certo esiste una specificità del territorio, ma l’Italia, e la Sicilia per prima,  sono proprietarie di una letteratura mondiale. La politica oggi, conclude, non ha più come alleata la cultura, ma l’economia. Per l’economia non esistono muri, perché per l’economia era fondamentale il commercio globale. Ma per gli uomini? Allora non ci meravigli il suo comportamento di fronte all’assegnazione di un altro premio, dedicato a De Sica, che lui ha rifiutato, ieri, e di cui si può legger la motivazione sulla sua Fanpage ufficiale di Facebook, per me riassumibile nel fatto per una crescita culturale non bastano le chiacchiere della politica.

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