Lettera dal Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa al Generale Giovanni Celi
Lettera dal Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa al Generale Giovanni Celi

Una sorpresa a Casa Cuseni – I sentimenti di legalità, in questi giorni, sono stati contrastanti a Taormina. Se da un lato, tramite il Festival del Taobuk, si sono susseguiti sul palco personaggi come i magistrati Sebastiano Ardita, Nino Di Matteo e Caterina Chinnici e il giornalista dell’Espresso, Lirio Abbate, autore del libro “I re di Roma”, testo sugli intrecci di Mafia capitale, dall’altro lato ha fatto rumore la vicenda delle intimidazioni del vicepresidente del Consiglio comunale di Taormina, Vittorio Sabato, al principale organo di informazione della zona. Taormina, come la vita di ognuno di noi, presenta due facce della stessa medaglia. Due contrapposizioni che, nel gioco di paradossi, si pongono l’una accanto all’altra. Ma a proposito di legalità, di giustizia e di forze dell’ordine, un’altra sorpresa la cela il Museo della città di Taormina. Ovviamente sto parlando di Casa Cuseni, una delle case più affascinanti d’Italia. Un luogo di soggiorno per molti grandi artisti, letterati e filosofi del Novecento, ma anche un luogo di dimora, di sollievo dal caos quotidiano nell’epoca contemporanea.

Quelle parole del presidente Mattarella in ricordo del generale Dalla Chiesa – Sta di fatto che a Casa Cuseni sono presenti due lettere scritte dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Uno dei personaggi colpiti da cosa nostra nel corso dei decenni. Un uomo dello Stato assassinato da chi voleva e vuole sostituirsi alle istituzioni. Meno di un mese fa, il 3 settembre 2015, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ricordato il 33esimo anniversario dell’attentato mafioso in cui persero la vita il fenerale Dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo. Il Capo dello Stato, in quella giornata, aveva rivolto un pensiero al lavoro di Dalla Chiesa e ai giovani, affinché prendano esempio dalla sua azione di legalità: «Il sacrificio di uomini e donne impegnati nella lotta alla violenza mafiosa e nella strenua difesa dei principi democratici costituisce un costante e severo richiamo, per le istituzioni e i cittadini, a una comune offensiva contro ogni forma di criminalità organizzata e le sue ramificazioni nel tessuto sociale. […] Il Prefetto Dalla Chiesa, con la sua inflessibile battaglia contro l’insidiosa opera delle organizzazioni terroristiche e criminali e la sua azione intelligente e tenace rappresenta un grande esempio per le nuove generazioni».

Quella lettera del 5 maggio 1982 – Già, in questo momento storico per Taormina, la Sicilia e l’Italia intera, dove l’illegalità è annidata e si è insinuata in molte istituzioni, le parole del presidente Mattarella e l’azione del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa sono qualcosa che non possono passare in secondo piano. Parole che rimangono impresse nelle nostre coscienze. Astrazioni che dovremmo concretizzare nelle nostre azioni quotidiane. Ma, al di là di tutto ciò, fa una certa impressione leggere tra le proprie mani una delle lettere scritte dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e custodite in questo momento nel Museo di Casa Cuseni, che si conferma l’edificio cittadino da cui passa la storia, quella che si studia sui libri di scuola e dell’università. Inutile descrivere l’emozione che si prova leggendo le righe scritte dal generale. Era il 5 maggio 1982, il mese in cui Dalla Chiesa è stato nominato Prefetto di Palermo. Fu il trasferimento che gli costò la vita e Dalla Chiesa, una volta giunto nel capoluogo siciliano, ne era consapevole e affermò: «Mi mandano in una realtà come Palermo, con gli stessi poteri del Prefetto di Forlì». Nella missiva che si trova a Casa Cuseni, in quelle righe scritte a sua eccellenza il generale Giovanni Celi, si scorge tutto il senso dello Stato, l’amore per la Patria e della legalità presenti in Dalla Chiesa: «Nel lasciare la carica di vicecomandante generale dell’Arma per assumere quella di Prefetto di Palermo nel quadro della lotta alla mafia, desidero far pervenire il mio pensiero sempre ammirato, grato e deferente per chi, prima di me, tanto ha dato alla nostra Istituzione e le espressioni più fervide di un ricordo, che resterà fedele e devoto». Un insegnamento che dovrebbe far parte del tessuto sociale siciliano, che non dovremmo dimenticare mai.

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