Nino Di Matteo al Taobuk
Nino Di Matteo al Taobuk

L’incontro con Nino di Matteo nella piazza IX aprile di Taormina, che si allarga su un paesaggio mozzafiato, comincia con i doverosi saluti di Giuseppe Scandurra, presidente della Federazione Associazioni Antiracket e Antiusura Italiane. Scandurra si è complimentato per l’andamento della manifestazione e ha ringraziato la patron del festival, Antonella Ferrara, per l’invito al Taobuk, per la presentazione di un libro importante, Collusi, scritto da Nino di Matteo in collaborazione con Salvo Palazzolo.

La figura di Di Matteo è ormai un punto di riferimento per la Federazione, ma anche per tutte le strutture che si occupano dell’argomento e per l’intera comunità. Da tanti anni fa un lavoro che riesce a infondere coraggio alla Federazione Antimafia, che in lui ripone grande fiducia e grande speranza. Tutti sanno ha detto Elvira Terranova, che conduce la serata, che esiste una reale minaccia di vita per il magistrato, per cui a quanto pare, ed è una notizia di ieri, le associazioni mafiose avrebbero già fatto arrivare in Sicilia il tritolo che dovrebbe servire per eliminarlo. La prima cosa che viene chiesta al dottor di Matteo è la motivazione per cui ha deciso di scrivere questo libro che è un vero proprio pugno allo stomaco.

Di Matteo è molto chiaro. Dice infatti, ringraziando i cittadini della piazza, che è fondamentale che di certi argomenti si parli. I dibattiti costituiscono la prima vera sfida alle organizzazioni che si oppongono alla parola con  il silenzio e l’omertà. La discussione, il portare in piazza la parola, è qualcosa che può sconfiggere la forza dell’indifferenza. I delitti di cosa nostra rappresentano un qualcosa che non è accaduto in nessuna parte del mondo, e il nostro paese sconta il vizio di non conservare la memoria. Del tema mafia infatti non si parla mai abbastanza, nonostante sia uno dei pericoli più forti per la nostra democrazia. Tutti dovremmo avere l’obbligo morale della memoria, perché la conoscenza è il primo antidoto contro qualsiasi forma di illegalità. In Italia pare stia diventando rivoluzionario e coraggioso ricordare i fatti. Il muro di gomma del silenzio, che copre alcuni angoli del nostro sistema, va conosciuto, e ricordato, trovando il coraggio di dire quello che altri vogliono rimanga nel silenzio.

Elvira Terranova poi si rivolge al collega Salvo Palazzolo chiedendogli, in virtù dei cambiamenti avvenuti nella mafia, quanto sia cambiata anche l’antimafia, che proprio al suo interno ha registrato negli ultimi tempi un incremento della collusione mafiosa.  Per Palazzolo, una certa antimafia è antimafia vuota. È quella che si riduce alle chiacchiere nei salotti bene, che sbraita contro nella menzogna non avendo nessun interesse per la risoluzione del problema. «La mafia ci contende le parole», perché il mafioso non è più quello con la coppola. Il suo profilo si è molto evoluto, ma Messina Denaro il boss più moderno usa i pizzini, uno dei sistemi arcaici, per veicolare la parola dei boss.  Le loro parole fanno paura e percorrono il tessuto sociale, allora è inutile l’antimafia dei proclami. È  più utile, invece, che si parli, e si parli delle storie degli uomini che si impegnano e lottano contro le strutture mafiose. Questo libro diventa il simbolo di quello che non si dice, e anche delle parole che alla mafia fanno paura.

Esiste il pericolo, aggiunge per concludere Nino Di Matteo, che si confondano i piani, grazie ai giochi delle menti sottili che si muovono alle spalle dei mafiosi. Stanno provando a far passare il messaggio che anche l’antimafia può essere parte della corruzione e del degrado morale, e che quindi non valga la pena nemmeno di sforzarsi per contrastare le cose. Vogliono creare nell’opinione pubblica una situazione di apatia fondata sulla carenza di fiducia nelle istituzioni. Lo scopo di questo libro è legato a una sua profonda convinzione. Si sono fatti passi avanti contro la repressione della mafia di strada, la mafia delle estorsioni e la mafia militare, ma la essa va combattuta con strumenti legislativi idonei, che aiutino a chiarire l’intricato sistema di rapporti tra la mafia, la politica, e tutti i centri di potere, compreso l’abisso della burocrazia. Prova ne è che se si volesse controllare il telefonino di un boss mafioso, per via di una legge bavaglio, non si può andare oltre certi limiti temporali per via di una questione di privacy per. Cosa nostra, più di ogni altra mafia, ha avuto nel dna la ricerca esasperata del dialogo con le istituzioni. Un dialogo finalizzato al raggiungimento di uno scopo semplice, la sostituzione dello stato dal punto di vista del potere di controllo sul territorio. Abbiamo il dovere della parola e il dovere della memoria ed è un dovere di tutti anche fare i fatti e non girare la testa dall’altra parte. Alla fine, vincendo il pudore Nino Di Matteo prova a parlare anche delle sensazioni che prova sentendosi al centro del mirino di cosa nostra, «sono appassionato di quello che faccio e spero di dare un piccolo contributo. Finora ha prevalso la passione e la dignità rispetto a certe situazioni… non si può non avere paura rispetto a certe cose che vengono fuori, perché, come diceva Borsellino, se non hai paura sei uno stupido… bisogna solo cercare la forza nella dignità e andare avanti».

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