Ho incontrato Sandro Di Bernardo vicino porta Catania, a Taormina. Ha in mano il cd del suo ultimo lavoro autoprodotto insieme a Ottavio Leo. Mi aveva incuriosito il video che circola sul web di “Sicily”, la canzone più forte dell’album, sia dal punto della musica, un bel rock “essenziale”, pulito e pieno di energia, e anche dal punto di vista del testo, che si interroga sulle contraddizioni della Sicilia, dove si intrecciano l’amore e l’odio, la rabbia e la poesia, il senso del dovere e la corruzione, la meravigliosa bellezza dei paesaggi e l’abusivismo edilizio. Il resto dell’album è molto soft, fatto di ballate struggenti e testi intensi suoni solari, chitarre acustiche e a dodici corde, dove spunta il recupero di sonorità anni ’70, di amplificatori vox e fender, il tutto accordato da una sensibilità cantautorale.

I primi brani “Sudditi e rose”, “Ciauru i ciuri”, ”Dimmi ca resti”, e “Non c’è” si muovono nella scia di un folk rock americano, dove riecheggiano le sonorità di gente come Neil Young, James Taylor, i Beatles e gli Eagles. Poi spuntano i ritmi sudamericani di “Ahe Ahe”, seguiti dalle indagini sentimentali e struggenti di “Un cori sì e un cori no”. “Notti di giugnu” racconta dell’anima di una Sicilia scritta negli occhi forti e neri, occhi che non muoiono mai, e in certe notti profumate, colorate da stelle da toccare con le dita. Poi c’è l’esplosione di  “Sicily“ il brano di protesta che è anche un canto di amore disperato per la propria terra. L’amore e la rabbia di chi deve sopportare le incongruenze di un territorio, ed è una rabbia che si stempera nell’indolente accettazione del reggae di “Aceddu nta jaggia”, un uccello che canta per invidia o per rabbia, dove appare la piccola citazione dei police. La musica poi si allarga nel sound rock classico di “Respira”, e il tutto poi si chiude con “Fora Blues”, segno della vecchia passione, e dell’amore forte per Pino Daniele, la cui morte ha convinto il cantautore siciliano a comporre tutte le canzoni in dialetto siciliano. Canta in un romantico dialetto siculo e anche in un perfetto inglese a tratti testimonianza del periodo trascorso nell’ isola britannica.

Come nasce la tua passione per la musica?
Beh diciamo che ho cominciato a suonare perché John Lennon suonava la chitarra, poi ho fatto la classica strada, scuola musicale, accademia, il conservatorio, e in maniera quasi naturale ho cominciato a suonare in un gruppo punk rock a tutti gli effetti.

Ti senti un rock man come Bruce Springsteen, rocker anche impegnato nel sociale?
Mi sento ironicamente un song writer ex rocker! Ti ho già detto come ho cominciato poi il caso ha voluto che incontrassi qui a Taormina Ron Wood il chitarrista dei Rolling Stones, e da questo incontro è nata pian piano una amicizia con il suo gruppo, che ci ha portato a Londra, per finanziarci un disco con la sua etichetta che però non è andato benissimo perché non è stato affatto promozionato. Poi finita questa parentesi rock, ho smesso di suonare e di comporre per diverso tempo. Ora più che lo spirito del rocker sento quello del cantautore.

Mi hai parlato di difficoltà promozionali. Credi che certe difficoltà legate alla promozione e alla diffusione del prodotto musicale sia un problema globale o una cosa più legata al nostro territorio?
Nel sud in genere i difetti si amplificano. L’italia non è un paese dove esiste una cultura di ascolto di musica pop, blues dal vivo su scala più umana, in una dimensione diversa da quella dello stadio o dei teatri. Almeno non è presente come in tanti altri paesi come l’Inghilterra, la Francia o la Croazia addirittura. Credo che le Major poi siano d’accordo per abolire la libertà del commercio musicale oggi sentiamo la musica su una chiavetta digitale, sta sparendo l’amore per il vinile, ma forse sparirà anche l’amore per i cd.

Il progresso straordinario della tecnologia ci mette di fronte a dei cambiamenti decisamente veloci, credi siano cose contro le quali si possa e si debba lottare o credi sia necessaria la ricerca di nuove dinamiche creative e promozionali?
Il principio della lotta è impari perché non si può lottare contro marchi così potenti come la Virgin o la Apple e Microsoft, sono convinto però che qualcosa debba riassestarsi, e spero chiaramente che non si tratti di un cataclisma naturale, ma che la forza naturale dell’arte ci aiuti a ritrovare una strada. Oggi sono costretto a fare un altro mestiere, non potrei sopravvivere solo con la musica. Le etichette di una volta non esistono più. Si lavora al momento per l’amore per la musica. Il mio disco è un disco vero, fatto di strumenti reali e voce, senza nessuna post produzione. Niente a che vedere con Xfactor o Maria De Filippi.

Mark Mulligan che fa indagini di mercato per la Sony, ad esempio è in grado di dire in anticipo, quali saranno i tipi di musica che dovrebbero andare e anche prevedere il tipo di supporto che sarà utilizzato per ascoltarla. Gli artisti ormai vivono in una riserva dove è concesso di sopravvivere, ma senza una possibilità di crescita, a meno che si diventi un “oggetto” di mercato. L’unica salvezza è nella verità. Nel sentimento che vi è alla base di ogni creazione, che è l’unica cosa che arriva subito alla gente. Mi premia il fatto che la gente mi fermi per strada dicendomi che gli piace il mio lavoro.

Progetti per il futuro?
Non troppo nel futuro. Abbiamo realizzato un video con il mio gruppo, i Barracuda, con la collaborazione del produttore Ottavio Leo, e il regista, Jay Gullotta, milanese di adozione, ma siculo anche lui, e il 29 suoniamo al Marabù di Giardini Naxos!

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