Gady Castel
Taobuk 2015, incontro con Gady Castel

Ieri sera nella splendida cornice della fondazione Mazzullo, situata nel palazzo dei Duchi di Santo Stefano a Taormina, si è svolto un incontro molto interessante all’interno del contenitore letterario del Taobuk. Tra le innumerevoli mostre e presentazioni di libri, si è effettuata la proiezione di Rinascere in Puglia, un film documentario del regista israeliano Gady Castel, girato da Yael Katzir. Il documento, presentato con la collaborazione di Antonio Di Giovanni dell’università di Catania, è una storia fresca, emozionante e pulita di integrazione e di accoglienza. Quando si parla delle vicende della Shoah ci si rende conto di essere di fronte ad un orrore che è sempre contemporaneo e si corre il rischio di leggere gli eventi alla luce di una storiografia  italiana che in parte ha sempre strumentalizzato lo stereotipo di italiani brava gente. Ma nel caso del lavoro di Gady Castel, girovago figlio del pianeta, si percepisce di fondo il cuore e la disposizione all’accoglienza dell’Italia in generale e delle terre del Salento, pure se ogni generazione ha l’onere di tenere sempre alta la guardia e viva la memoria.

Antonio Di Giovanni ha ricordato una frase di Engels, una previsione purtroppo drammaticamente sbagliata: «l’antisemitismo è il segno distintivo di una società arretrata… non è altro che una reazione di strati sociali che stanno per scomparire». E a questo ricordo Castel ha semplicemente osservato che Engels era un ebreo molto ottimista, mentre forse di questi tempi non conviene essere troppo ottimisti. Il ricordo più bello della lunga avventura per girare il documentario rimane quello finale della proiezione alla Cineteca di Tel Aviv, dove alla fine c’è stato un lungo applauso che lo ha ripagato regalandogli la consapevolezza di aver lavorato bene. Poi nella mente del regista è rimasta scolpita la scena di un giorno a marina di Massa in cui la piccola troupe fu ospitata con una gentilezza tipica di quei posti, da una persona che arrivò con una faccia sorridente e un cesto di frutta prima ancora di sapere chi fossero.

 

Il documentario narra di una sorta di shoah all’incontrario. Invece di una tragedia siamo di fronte a un viaggio alla ricerca della città natia da parte di tre donne israeliane, Shuni, Esther e Rivka, nate in quegli anni tra il ’45 e il ’47, quando dopo l’olocausto i sopravvissuti trovarono rifugio nel tacco dello stivale, nelle fertili terre del Salento. Qui le famiglie di ebrei riuscirono a creare un vero tessuto sociale.

E i segni forti dell’integrazione si vedevano dai matrimoni tra persone di diverse culture e di diverse religioni e soprattutto dal segno forte della vita, dalla nascita in quei posti di tanti  bambini frutto dell’ambiente del tutto accogliente e familiare, dove i profughi ebrei furono aiutati ad integrarsi nella società grazie al lavoro dei medici e delle suore.

Alla fine della proiezione ho rivolto alcune domande al regista:

Mister Gady Castel, lei è una persona che si definisce “non troppo ottimista per fortuna”.  Riesce a intravedere comunque  una luce di speranza vista la situazione poco felice non solo dell’Europa ma del mondo intero?

Le do una risposta molto semplice. Nella mia breve vita ho partecipata a quattro guerre e ognuna si faceva con il pensiero che quella sarebbe stata l’ultima, e questo corrode l’animo con il tempo, e quindi devo dire che oggi sono molto meno ottimista di una volta, ma non perdo la speranza.

È possibile instillare qualche goccia di questa speranza a tutta l’umanità, che cosa si può fare concretamente?

Secondo me tutto dipende dalla partenza dall’educazione, ciò che bisogna combattere è l’educazione all’odio. Germe che esiste in diversi strati sociali, in tanti paesi non democratici e certo lì non è semplice intervenire. Ma è dall’educazione e dalla cultura che bisognerebbe partire.

Crede che l’aspetto religioso sia uno dei motivi che favorisce la costruzione dei muri? 

Una volta che si incita all’odio non si può più parlare di religione.

Quale è il nesso profondo con la tua terra? 

Il mio kibbutz non aveva voluto mettere un muro una rete intorno a sé finita la guerra c’è stato un ripensamento e tutti hanno votato per mettere una recinzione perché il filo spinato non deve essere chiuso sia in entrata che in uscita.

© Riproduzione Riservata

Commenti