La mostra fotografica di Letizia Battaglia alla ex Chiesa del Carmine di Taormina
La mostra fotografica di Letizia Battaglia alla ex Chiesa del Carmine di Taormina

Il muro stavolta non ha la tipica consistenza materica, ma vive di una forza e di uno spessore a tratti impenetrabile. È il muro del silenzio, che si struttura mattone dopo mattone sulla persistenza di negazioni e di segreti, alimentato da dimenticanze misteriose, da mutismi ostinati  e dalle interruzioni feroci della comunicabilità. Lo spessore di questi muri può essere attraversato soltanto dal rumore silenzioso delle immagini. Si fa sempre fatica ad approcciare l’universo artistico femminile senza lasciarsi fuorviare dall’idea di una presunta diversità di genere del punto di vista. In realtà l’esistenza di uno specifico femminile è un luogo comune da abbandonare, specialmente per quanto riguarda l’immagine fotografica, che passa attraverso l’esistenza di un filtro tecnologico che a tratti spersonalizza e allontana la presenza dell’occhio umano.

Si può sottoscrivere senza dubbio la frase riportata nella prefazione di Diario, il libro fotografico che accompagna il progetto della mostra, una recente citazione di Sophie Calle, altra fotografa internazionale: «Non credo affatto nella specificità “sessuale” dell’arte. Certo ognuno di noi è se stesso perché è nato in un determinato luogo, parla una determinata lingua, appartiene ad una determinata cultura, pratica una determinata religione. Noi siamo le nostre radici. Ma questo vale per le donne e per gli uomini. Che siano o non siano artisti». Non si percepisce infatti in maniera chiara una mano femminile, non è possibile capire se l’occhio dall’altra parte dell’obiettivo appartiene ad una donna, mentre la forza dirompente delle immagini denuncia in maniera sapiente i posti e l’essenza che gli appartiene. E in una certa maniera, smuovendo gli animi, se non rompe i muri crea di sicuro delle crepe emotive.

Letizia Battaglia, una delle fotografe italiane apprezzate e famose nel mondo, che ha sempre vissuto il proprio lavoro, come un grande impegno civile, partecipa, dal17 al 26, alla rassegna di Taobuk,  con una mostra di grosso impatto nell’ex Chiesa del Carmine di Taormina.  L’allestimento non è superlativo, nonostante lo scrigno lussuoso dell’ex Chiesa del Carmine, ma il contenuto è,  invece, abbastanza pregiato. Sono immagini che narrano lo scorrere della vita di una Palermo e di una Sicilia che l’ha vista nascere, e di cui ha introitato tutti i codici emotivi e le sfumature. Si alternano tonalità sacre e sfacciate immagini di una società ricca di contraddizioni; ritratti di persone famose ed evocativi ritratti di persone qualunque dialogano sotto il greve tocco dei toni chiaroscurali.

Poi c’è la strana simbiosi di Eros e Thanatos, le pulsioni arcaiche di vita e di morte, che scolpiscono con la luce i segni di bambini innocenti che impugnano armi. Sono i segni del pianto, di lacrime  che sgorgano dalle forti passioni di una religiosità che ti fa genuflettere ad un angolo di strada, vittima di una rassegnazione, che trova speranza nella condivisione. Sono i sogni del sangue e di corpi abbandonati nella tragedia di un assassinio che, si collegano direttamente con il Cristo che investe il suo sangue per la remissione dei peccati dell’uomo. È la prima donna europea ad aver ricevuto il prestigioso  premio Eugene Smith, ed è quanto mai opportuno chiudere con le sue parole, che sono un monito e un augurio non solo per la Sicilia, ma per il mondo intero:

«La fotografia l’ho vissuta come documento, come interpretazione e come altro ancora [… ] l’ho vissuta come salvezza e come verità».

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