“Questa non è l’Aida, è una pagliacciata!”. Dalla tribunetta è un’attempata melomane a scagliarsi e a inveire per ultima, ma con indescrivibile veemenza, contro il regista. Un tagliente e quantomai esplicativo commento che sintetizza il parere di molti degli spettatori che, all’evidenza dei fatti, non hanno apprezzato le scelte operate dal maestro Enrico Stinchelli per l’allestimento del capolavoro verdiano andato in scena a Taormina il 20 agosto scorso. Ma facciamo macchina indietro e tentiamo di riassumere al lettore il perché di tanto accanimento. Già in occasione del Nabucco di qualche giorno prima avevamo segnalato che soluzioni e chiavi di lettura discutibili, per non dire azzardate e poco felici, avevano contrassegnato la singolare “mise en scène”: guardie/body guard in stile Matrix, barcollanti ballerine semi ubriache in abiti succinti e con bicchieri in mano, abiti da sera e da concerto per i cantanti, orchestra posta sul palco in secondo piano e tanto di direttore segregato dietro una sorta di obelisco. Non si era certo inneggiato alla trovata geniale, anzi eravamo rimasti scettici e poco convinti di fronte a tanta sedicente spettacolarità. Una Traviata più sobria e filologicamente più osservante del libretto (natiche di Violetta escluse) aveva fatto pensare a una redenzione da parte di Stinchelli. A quanto pare era solo il preludio – tanto per rimanere in tema di opera – di quanto sarebbe stato riservato agli spettatori in occasione di Aida. L’idea, non troppo originale, consiste nell’ambientare l’opera di Verdi in un museo egizio, all’interno del quale, durante la notte, una sorta di maga-divinità infonde, idealmente, il soffio vitale in Aida, Radames e negli altri protagonisti, permettendo che le loro vicende e i loro spiriti vengano evocati. Una “moderna” versione dell’opera, questa, in cui si assiste persino a mummie che vengono sbendate. Fino a qui l’espediente di un museo che “torna a vivere”, per quanto tratto da una ben nota pellicola cinematografica e da altrettanti allestimenti teatrali, potrebbe risultare umanamente accettabile. Si alza l’immaginario sipario e a fare il proprio ingresso è un guardiano notturno, di cui Bruno Torrisi veste i panni. Naturale che, in un simile allestimento, i più tradizionalisti tra il pubblico inneggino alla profanazione dell’opera originale (e non delle umane spoglie di Aida&Co., come si potrebbe pensare). Ma a far letteralmente irritare gli accaniti melomani è l’ingombrante presenza di una nutrita comitiva di turisti/esploratori che bivaccano a lungo sulla scena, curiosando a destra e a manca, dissertando amabilmente del più e del meno, riprendendo con il cellulare: non siamo, però, in grado di dire se, tra le tante, si sia fatto ricorso anche all’ormai tanto popolare selfie.

La situazione si complica ulteriormente quando, al già disordinato e casinista gruppo, si va ad aggiungere la compagnia di una scolaresca delle elementari con tanto di maestra: bambine che come le forsennate iniziano a sgambettare sulla scena, a toccare i “pezzi” esposti, a rincorrersi. Questa, per sommi capi, la trama. E così, dai settori più elevati della cavea, iniziano a piovere sonoramente fischi e “buu” in segno di disapprovazione. L’atmosfera si infiamma e alcuni cominciano a sgolarsi: “fuori i turisti!”, “senza senso”, “basta!”. La restante parte di improperi evitiamo di riportarla perché irripetibile. Secondo quanto riferitoci, ma da noi non udito personalmente, sembra che si sia innescato anche un botta e risposta tra regista e indispettito pubblico della tribunetta. E la scena seconda del secondo atto, con i 15 minuti forse più celebri e attesi, si trasforma in un vero “trionfo”, un tripudio: di fischi. E’ chiaro che una parte del pubblico non ha apprezzato lo stravolgimento della versione tradizionale, non gradendo tantomeno la commistione storico-temporale culminata con la presenza di turisti e scolaresche contemporaneamente a quella di egiziani, schiavi etiopi di colore e protagonisti. La non troppo inaspettata reazione del pubblico ha, di fatto, catapultato in uno gravoso limbo le comparse e il giovanissimo corpo di ballo Danza Taormina che, nonostante l’incresciosa situazione, ha portato a termine con impassibilità la propria coreografia. E l’esibizione che avrebbe rappresentato un saggio di danza davanti a un pubblico delle grandi occasioni, si è tramutata in un’esperienza che mai avremmo augurato loro. Ammirevole come nessuno dei piccoli sia scoppiato in un pianto causato dalla traumatizzante circostanza. Corpo di ballo che ha rappresentato un valido paravento e, opportunamente strumentalizzato, ha salvato Stinchelli dal linciaggio. Il pubblico, oltre a dimostrare di essere in qualche modo competente, ha anche opportunamente deciso di non infierire sulla performance dei bambini, incolpevolmente coinvolti e sicuramente non destinatari dei fischi. Tuttavia, ancor prima che l’atto si concludesse, turisti e scolaresche vengono fatti sedere ai margini del palcoscenico, lasciando spazio all’allestimento “tradizionale”: al termine del secondo atto il gruppo indugia per sapere se presentarsi al pubblico e ricevere gli applausi. Viene fatto uscire di scena, probabilmente per evitare ulteriori polemiche, e non farà più apparizione sul palco, nemmeno al termine dello spettacolo. Viene posta, così, anticipatamente fine all’ “innovativo” espediente del “museo ridestato”, che, incoerentemente, non trova seguito ed evoluzione nei due atti successivi. Nell’intervallo qualche spettatore inneggia al rimborso, altri vanno via: tra questi ultimi anche una famiglia di francesi, desiderosa di assistere alla celeberrima opera verdiana e, in realtà, rimasti delusi da scelte registiche alquanto discutibili e bislacche.

Polemica che si inserisce perfettamente nel dibattito tradizione-innovazione, affrontato anche pochi mesi fa al Teatro alla Scala in occasione dell’allestimento della stessa Aida con tanto di relativo battibecco Zeffirelli-Stein. Una spiacevole circostanza, ed è questo il nostro caso, a dimostrazione del fatto che per apportare valide innovazioni a un allestimento servono, innanzi tutto, valide idee. E tante: in modo tale che non si tratti di una semplice buona idea e che le numerose incongruenze possano essere corrette ed evitate. E, nel caso della lirica, seguire il libretto e la partitura originale può essere, forse, l’arma vincente per il successo (attualizzazioni e modifiche risultano spesso fuorvianti e forzate). Violare e violentare un capolavoro non è obbligatoriamente sinonimo di modernità. Non vuole, questa, essere una mancanza di rispetto verso la professionalità degli addetti ai lavori e verso l’impegno dimostrato in occasione delle prove fino a tarda notte, né tantomeno un arroccamento in un malevolo tradizionalismo, quanto il sincero consiglio di uno spettatore, ancor prima che grande appassionato. Troppo facile esaltare i meriti e inneggiare al successo di pubblico, ugualmente innegabile e indiscutibile (sebbene sia soprattutto merito dei titoli), ma altrettanto facile è tacere relativamente a flop, incongruenze e negatività. Aida è stata affetta dai medesimi deficit evidenziati nell’allestimento de La Traviata.

Stendiamo un velo sull’orchestra, che, nella totale anarchia, manca di espressività e di precisione nel dettaglio in maniera eclatante ed è spesso in ritardo sui cantanti. E’, infatti, la musica, nelle opere successive alla “trilogia popolare” e secondo i canoni del Grand Opéra francese, a prevalere sull’elemento vocale. Inconcepibile, quindi, sotto ogni profilo la scelta di relegare l’orchestra sul fondo del palco, probabilmente al solo fine di ricavare il parterre e di riempire la scena. Non a caso contestata anche la direzione di Eddy De Nadai: troppo arduo il compito di dirigere dando le spalle alla scena e seguendone l’azione da un monitor. E anche l’esecuzione delle celebri musiche, unitamente all’allestimento nel suo complesso, risulta tremendamente noioso: manca di solennità, esotismo e lirismo. La scenografia, realizzata da “La Bottega fantastica”, è ancora una volta deludente e riciclata da Nabucco: lo stesso grande palco, qualche statua (tra cui, ovviamente, quella di Iside), flabelli portati in una poco dolente sfilata. Poco opulenta, se si considerano gli standard dell’opera, e poco monumentale anche nel trionfo. Le luci non sono state sfruttate a dovere. Classici i costumi, tranne gli strani copricapi dei sacerdoti. Il non troppo ampio spazio scenico, già inficiato dall’inopportuna presenza dell’orchestra, è risultato puntualmente stipato da un numero eccessivo di comparse. Le prime file “affumicate” sono, probabilmente, uno dei tanto propagandati effetti tecnologici speciali. E lo stesso maestro Stinchelli si è astenuto dal salutare il pubblico al termine della rappresentazione.

Una Aida che manca di spettacolarità ma non di intimismo, grazie alla buona prova interpretativa – anche attoriale secondo il volere di Verdi – di Alessandra Capici, nel ruolo della schiava etiope, e della mezzosoprano Mirella Leone, nei panni della principessa Amneris. Duetti dal fraseggio appassionato per un dramma individuale (all’insegna della dicotomia amore – ragion di Stato) che coesiste perfettamente con il dramma collettivo. Le voci sono state sicuramente il punto di forza del Taormina Opera Stars: grandi e navigati nomi in ruoli cruciali hanno affiancato valide ed emergenti nuove leve. Tuttavia, il trucco c’è ma non si vede. Un po’ di amplificazione non ha guastato all’effetto fonico ma ha, di contro, tolto fascino al canto lirico autentico. Forse oggi per valorizzare e promuovere al meglio il nostro patrimonio culturale, producendo cultura vera, bisogna avere passione e – cosa che non guasta – farlo in maniera disinteressata. Per la cultura e le produzioni sono indubbiamente tempi tristi e, senza grandi risorse economiche, ogni allestimento diventa un’incredibile impresa. Taormina, anche a proposito di allestimenti teatrali e operistici, porta sulle spalle il fardello di una storia imponente. I tempi cambiano (in peggio) ed è inutile rimpiangere i fasti del passato, ma per andare avanti bisogna guardare al futuro. Serve qualità, non operazioni di marketing né sensazionali trovate che possano far notizia. Se di notizia si può parlare. Basti pensare che quando Aida venne rappresentata senza la sovrintendenza artistica di Verdi, questi, indispettito dalle eccessive libertà esercitate sul capolavoro da direttori, scenografi e cantanti, scriveva così a Tito Ricordi: “Non l’avessi mai scritta, o non l’avessi pubblicata mai! […] se l’avessi fatta eseguire solo sotto la mia direzione, […] non sarebbe così stata pascolo alle malignità dei curiosi, ed all’analisi dei vostri Critici e Maestrucoli, che non sanno della musica che la grammatica, ed anche questa malamente. Le speculazione ne avrebbe perduto qualche cosa, ma l’arte avrebbe guadagnato immensamente”. Parole, quelle di Giuseppe Verdi, che in tema di filologia e fedeltà esegetica fanno profondamente riflettere.

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