Il soprano Natasha Dikanovic nuda in scena
Il soprano Natasha Dikanovic nuda in scena / Foto Fulvio Lo Giudice - blogTAORMINA©2015

“Han fatto la Traviata pura ed innocente. Tante grazie! Così han guastato tutte le posizioni, tutti i caratteri. Una puttana deve essere sempre puttana. Se nella notte splendesse il sole non ci sarebbe più notte”: così scriveva, contro certi impresari, Giuseppe Verdi in una lettera a Luccardi nel settembre 1854, dopo il definitivo successo di qualche mese prima al teatro San Benedetto di Venezia e a un anno dal fiasco al Teatro La Fenice. Violetta è “une cocotte”, una “lorrette” o, per dirla nel nostro idioma, una mantenuta d’alto bordo. Il capolavoro operistico, appartenente alla “trilogia popolare” verdiana, si rifà al romanzo “La dame aux camélias” (1848) di Alexandre Dumas figlio e al relativo dramma teatrale tratto qualche anno più tardi. Un amore reso impossibile dalle convenzioni sociali come soggetto di un dramma psicologico e borghese. Con La Traviata il compositore di Busseto abbandona il mondo epico, mitologico e di fantasia dell’opera in costume, per consegnare al pubblico un’opera nuova, originale e attuale. Sebbene la censura impose la retrodatazione al 1700 come filtro storico, Verdi, fedele alla fonte francese, ambienta le vicende nel demi-monde parigino di prima metà ‘800. Una scelta che non mancò di destare scalpore ma, del resto, lo stesso Dumas si era ispirato ad una figura femminile realmente esistita e a lui ben nota: Alphonsine Rose Plessis (alias Marie Duplessis), nota e avvenente cortigiana, morta di tisi all’età di ventitré anni nel ‘47, che, tra i tanti, aveva intrattenuto rapporti anche con Liszt, Agénor de Gramont, oltre allo stesso romanziere: a lei e a de Gramont Dumas si ispirarò per i personaggi di Marguerite Gautier e Armando Duval. Femme fatale che, prima con il romanzo, ma soprattutto con l’opera di Verdi, su libretto di Francesco Maria Piave, è entrata a pieno titolo nella leggenda sotto il nome di Violetta Valéry. Un amore autentico e inaspettato che sconvolge la linceziosa condotta della “traviata” giovane: un sentimeno osteggiato, però, dalle ipocrisie della società che la condannano per il gravoso fardello del proprio passato e della propria reputazione. Nessuna possibilità, quindi, che l’amore puro e disinteressato, lontano dalla vita mondana e dissoluta, possa trionfare. Un’ipocrita condanna morale che la costringerà a sacrificare totalmente se stessa, rinunciando alla felicità e alla vita, per il bene e la “rispettabilità” dell’amato Alfredo. Il finto perbenismo borghese, infatti, si guarda bene dall’eventualità che una relazione “sconveniente” – che vada oltre il semplice “diversivo” – possa attentare all’onore della famiglia e alla sacralità del vincolo matrimoniale. Quale libertà, dunque, per la sciagurata Violetta? Non è certo lei a doversi redimere: l’Amore, sebbene dopo l’iniziale turbamento e incredulità, trionfa subito nel cuore dei protagonisti. Ma il coronamento del sogno non è loro concesso. Una materia contemporanea quella che Verdi decide di affrontare, dando voce ai sentimenti individuali e all’animo femminile, e ben lontana dal tradizionale soggetto con triangolo amoroso. Una rivalità che nasce, stavolta, tra la coppia di amanti e gli schemi della mentalità borghese, personificata da Giorgio Germont. Avversione che Verdi conosceva bene a causa della propria convivenza con Giuseppina Strepponi (poco gradita anche al Barezzi, padre della defunta moglie e suo primo mecenate). Con un’opera audace, quasi a tinte veriste, Verdi non prospetta semplicemente il dramma di una delle tante ragazze di campagna che nell’immoralità parigina avevano trovato un modo per vivere agiatamente, ma intenta un vero e proprio processo morale ai loro protettori/clienti e alla contraddittorietà etica di quest’ultimi. Vera e propria malattia morale.

E dopo Nabucco, il 18 agosto è andato in scena a Taormina un nuovo allestimento de La Traviata in seno alla rassegna Taormina Opera Stars, organizzata dall’Associazione Aldebaran e con la direzione artistica del maestro Enrico Stinchelli. Un nutrito pubblico, probabilmente attratto dalla popolarità del titolo, ha gremito ogni settore della cavea del Teatro antico. La regia, firmata sempre dallo stesso Stinchelli, ha stavolta visto un’impostazione tradizionale e filologicamente più condivisibile. Rispettato lo schema del melodramma proposto dalla stesso Verdi (esposizione, peripezia, evento tragico, epilogo). Delimitando gli spazi, due grandi specchi inscritti in altrettanti portali, posizionati obliquamente come imponenti quinte teatrali ai lati della scena, vanno idealmente, simbolicamente e banalmente a definire gli ambienti (il salone della casa parigina di Violetta, la casa di campagna, il palazzo di Flora Bervoix, la camera da letto dell’ultimo atto). Le scene, realizzate da “La Bottega Fantastica”, non hanno apportato singolari innovazioni: una lunga tavola imbandita, dei sedili di vimini e una sorta di balconata infiorata, un salone per le feste con divanetti, il tradizionale letto in declivio. Ancora una volta, scene sufficienti ma di modesto impatto visivo. Non dispiacciono le coreografie curate da Alessandra Scalambrino per il corpo di ballo “Danza Taormina”, sebbene un pizzico in più di classicità non sarebbe risultato inadeguato. Le luci per il coro delle zingarelle non convincono pienamente. Come reso noto prima dello spettacolo, una scena di nudo – non proprio integrale, a dir la verità – ha visto protagonista la semisvestita Violetta di Natasha Dikanovich fare il proprio ingresso sulle note del Preludio. Una trovata curiosa, uno spunto registico che probabilmente non si rivelerebbe sempre vincente ma che – contrariamente al prevenuto scetticismo di chi scrive – non ha stonato con il contesto e con la caratterizzazione del primo atto: la Dikanovich ha sfilato con garbo ed eleganza, sotto lo sguardo morboso del pubblico, senza risultare minimamente volgare. Certo, probabilmente Verdi non aveva immagino una simile vestizione della propria tragica eroina. Apprezzabile, invece, la lettura simbolica di una Violetta che mette a nudo la propria anima, oltre al proprio corpo, davanti allo specchio, come a smascherare la corruzione morale e le ipocrisie della società in cui vive. L’allestimento, tuttavia, non è stato contraddistinto da grande dinamismo, carente di quella vitalità travolgente – e spesso dolente – propria dell’opera. Una Traviata dignitosa e ordinaria ma che si trascina e, solo grazie alla bravura di singoli, riesce a far vibrare le corde più intime dell’animo. Manca di quel “quid” che strappi lacrime nei duetti più celebri e della carica sentimentale che l’ha resa celebre. E se il Preludio verdiano ritrae la vicenda dall’idillio alla rinuncia, l’orchestra stecca sulle prime note. Gli archi, ai quali sono affidati intimismo, fragilità fisica e passioni di Violetta, risultano spesso in difficoltà. Il M° Silvia Casarin Rizzolo dirige nascosta dietro il sempre antiestetico obelisco ma, quantomeno, il direttore stavolta si presenta al pubblico prima dell’ouverture. Convince, invece, la prova del coro, validamente all’altezza del proprio compito e perfettamente integrato con scene e solisti (“Libiamo ne’ lieti calici”, “Noi siamo zingarelle”, “Di Madride noi siam mattadori”, “Ogni suo aver tal femmina”). Suggestiva e degna di nota la scelta di far alternare quattro diverse interpreti di Violetta secondo le caratteristiche vocali e la progressione di registro, dal leggero al drammatico, passando per il lirico. Bene la Dikanoch nei toni alti, meno nel fraseggio e nella dizione. Civettuola al punto giusto, si muove freneticamente avanti e indietro sulla scena, a volte troppo impegnata nella performance attoriale: rovescia calici, ne rompe uno lasciandolo cadere in frantumi sul palco (poco originale, già fatto nella prima metà del secolo scorso da Geraldine Farrar), lancia un fiore dalle parti del Sindaco, accomodatosi in prima fila. In “Un dì, felice, eterea” è più croce, che delizia. Convincenti recitativo ed aria, nella cabaletta “Sempre libera degg’io” riesce, salvo qualche imprecisione vocale, a destreggiarsi con il bel canto d’agilità (scale, gorgheggi e acuti), rivendicando – con un po’ di frivolezza – sul puntuale contrappunto di Alfredo la propria indipendenza e utopica “libertà”. Non delude, in fin dei conti, Carolina Varela (Violetta del secondo atto), che supera il banco di prova in buoni duetti con Germont padre (“Non sapete quale affetto”, “Dite alla giovine sì bella e pura”). Non riesce a scaldarsi a dovere e, per quanto intriso di lirismo, “Amami Alfredo” risulta un po’ in affanno e non riesce a restituire al meglio la dolcezza e la lacerante sofferenza. Forse un po’ troppo remissiva nell’accettare la propria infelice sorte. Eva Corbetta interpreta la Violetta alla festa in casa di Flora, è credibile nel mentire riguardo i veri motivi che la spingono lontano dall’amato Alfredo e nel ricevere l’umiliazione pubblica da parte dello stesso (che con un gesto eclatante “salda” materialmente il conto tra loro con il denaro). Drammaticamente e vocalmente degna di particolare plauso Tea Purtseladze, incarna la disperazione: mentre fuori impazza il Carnevale, relegata nella sua solitudine, Violetta non si riconosce allo specchio. La bellezza è lontana. Mentre aspetta l’amato venuto a conoscenza della verità dal padre, confida nella pietà di Dio; pietà che la società non le ha riservato. Bene in “Teneste la promessa … Addio, del passato”, “Parigi, o cara, noi lasceremo”, “Prendi; quest’è l’immagine”. “Gran Dio! Morir sì giovine” magistralmente interpretata. Il concertato, il sopracuto conclusivo e il crescendo al fortissimo rendono eterna e quasi metafisica la scena. Non manca di vitalità anche di fronte l’ineluttabile destino riservatole dal “mal sottile”. L’Alfredo Germont del giovane Young Min Oh è impulsivo, ingenuo, genuino, deluso e furente. Nel baccanale brinda alle gioie del vino e dell’amore, abbandonato compie gesti inconsulti ma, scoperto il sacrificio dell’amata, con dedizione e passione immagina un futuro con lei lontano da Parigi. Dal timbro ampio e squillante, è un credibile Alfredo. Monumentale il Giorgio Germont di Piero Terranova, grande attore oltre che conclamato professionista. Acclamatissimo dal pubblico, nei panni dell’anziano genitore mostra la giusta complicità e tenero affetto verso l’amante del figlio. Padre dolente, dapprima tenta di difendere la rispettabilità della figlia, poi, in preda ai sensi di colpa, chiederà perdono al capezzale di Violetta. Ottimo baritono verdiano, intona mirabilmente “Pura siccome un angelo” e “Di Provenza il mar, il suol”. Degni di nota anche la Flora Bervoix di Sabrina Messina, il Dott. Grenvil di Antonio di Matteo, il Gastone di Alessandro D’Acrissa, il Giuseppe e il Commisario di Riccardo Palazzo. Cammeo anche per l’attore Bruno Torrisi, tra i partecipanti alla festa in casa Bervoix.

Con La Traviata vanno in scena l’Amore e la morte, l’anima e il cuore, le convenzioni e le miserie del XIX secolo, della borghesia e del “popoloso deserto che appellano Parigi”. Un’opera che emoziona, scandalizza e fa riflettere. Un’infelice storia d’amore cui è toccata l’immortalità artistica. Alphonsine, Marie, Marguerite, Violetta. Sul sepolcro al cimitero di Montmartre non mancherà mai una camelia bianca.

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