Il Nabucco di Enrico Stinchelli in scena al Teatro Antico di Taormina
Il Nabucco di Enrico Stinchelli in scena al Teatro Antico di Taormina

La rassegna operistica del Taormina Opera Stars 2015 si è aperta nel segno di “Nabucco” di Giuseppe Verdi, prima delle tre grandi e popolarissime opere del maestro di Busseto ad andare in scena al Teatro antico di Taormina tra il 16 e il 20 agosto (seguiranno “La traviata” e “Aida”). Un allestimento che ha offerto parecchi spunti interessanti, a far da contrappeso ad altrettante discutibili soluzioni registiche e scenografiche. La scelta del dramma corale denso di emozioni e di ispirazione biblica, primo grande capolavoro verdiano in termini di successo e terza opera firmata dallo stesso, è del resto sempre una garanzia. E pensare che l’opera su libretto di Temistocle Solera (ispiratosi al “Nabuchodonosor” di August Anicet-Bourgeois e all’omonimo ballo di Antonio Cortesi, entrambi di sei anni precedenti), nasce sotto l’influsso dell’insuccesso di “Un giorno di regno” e alla stagione di lutti che colpì la vita di un Verdi poco meno che trentenne. Pronto a cambiare attività di seguito alla tiepida accoglienza ricevuta da “Oberto, Conte di San Bonifacio” e alla disfatta al Teatro alla Scala, il giovane compositore si ritrovò nelle mani, grazie alla lungimiranza dell’impresario Merelli, il libretto già rifiutato da Otto Nicolai. Un immediato successo all’esordio (9 marzo 1842), giustificato dalle grandi innovazioni apportate, che riscattò la reputazione dell’autore e segnato da otto repliche e altre cinquantasette nel corso dello stesso anno. Quello che sarebbe dovuto essere un allestimento “alla buona” riuscì a incontrare il gusto del pubblico e a risvegliare le coscienze degli italiani, che videro nella dolente cattività del popolo ebraico, sconfitto e oppresso dagli Assiri del Re Nabucodonosor (587-586 a.C.), un chiaro riferimento alla dominazione austriaca nel Lombardo-Veneto. Il monumentale capolavoro nato dal soggetto biblico (tante le analogie con il “Mosè” rossiniano) tocca un’incomparabile tensione etica e melodrammatica pur rifuggendo sentimentalismi, sospiri e duettini amorosi. Dramma di popoli e di fede, forse più che di individui, costruito sul tema dell’identità nazionale e su quella dei singoli protagonisti. Sentimenti violenti e discordanti, tra ambizione, odio, vendetta, superbia, follia, tracotanza e amore paterno.

Sotto il profilo registico, l’allestimento taorminese firmato dalla regia del maestro Enrico Stinchelli ha visto scelte singolari, ibride, a volte un po’ azzardate e poco felici. Un tentativo di rivoluzionare il “Nabucco” – abiurando le scelte registiche più consuete – che spesso, però, non trova la perfetta quadratura e non convince in pieno. Sembra che, sempre più frequentemente, si debba ricercare la spettacolarità e inedite soluzioni che vadano a suscitare lo stupore del pubblico. Probabilmente attenersi fedelmente alle versioni tradizionali, tentando di impressionare esclusivamente sul piano delle scene e delle coreografie (Zeffirelli all’Arena docet), risulterebbe meno molesto. Non si tratta di una visione meramente tradizionalista, ma forse di un’esigenza di rendere autentico, e non “originale”, un allestimento (anche con un budget ridotto). Inconsueto, se non inadeguato, porre l’orchestra sul palco e relegarla sullo sfondo: inconcepibile per la reale spettacolarità di un’opera. Non da meno la scelta di eclissare il direttore dietro una sorta di colonna/obelisco, logicamente accolto senza un applauso iniziale al suo ingresso e presentatosi al cospetto del pubblico solo al termine del quarto quadro. La scenografia, realizzate da “La bottega fantastica” risulta povera e spoglia, salvo una struttura a gradoni (scricchiolanti) che campeggiava al centro della scena, affiancata da due grandi bracieri, qualche scudo e lancia dismessi, il conteso trono e un’imponente statua della divinità pagana di Babilonia. Quasi sempre statico, ai lati della struttura, il coro. Nulla da eccepire, di contro, sulla spettacolarità del coro “Va, pensiero”, uno dei rari sprazzi di tradizionalismo, innovato dalla rottura della “quarta parete”: una nutrita schiera di comparse, reggendo in mano dei lumini, guadagna il palcoscenico in una sorta di “processione” dalla sommità della cavea. Magistrale l’esecuzione, degno di plauso l’effetto scenico, indiscutibilmente l’apice della rappresentazione. E non manca nemmeno l’acclamato “bis”. Discutibili, inoltre, i “body guard” con tanto di occhiali con lenti oscurate. Ibridi anche i costumi, da concerto se non con qualche rifinitura come elemento identificativo del personaggio: annullata la caratterizzazione politico-religiosa del coro. Valido il giovane corpo di ballo “Danza Taormina”, con le febbrili ed “ebbre” coreografie di Alessandra Scalambrino, ma singolare la scelta di abitini corti paillettati (quantomeno coerenti con il clima ferragostano). Meno anacronismi non guasterebbero. Sapiente l’uso delle luci, alle quali si sarebbe potuto ricorrere più frequentemente per un’atmosfera mozzafiato. Insomma, diversi i punti da rivedere.

Tuttavia, il successo è stato assicurato dall’eccellente performance vocale e attoriale di buona parte del cast, applaudito a scena aperta al termine di quasi ogni brano. Il Nabucco del baritono Alberto Gazale, supportato da una tecnica eccellente, vale di per se la recita: impone la propria vocalità, elegante e raffinata, esperta ed eccezionale nelle sfumature (“Mio furor, non più costretto..” superba). Il Re di Babilonia, creduto morto in battaglia, si riappropria della corona maledicendo il Dio degli Ebrei e ordina imperiosamente che egli stesso sia venerato come una divinità: per la sua tracotanza ed empietà viene colpito da un fulmine che gli causa la perdita della ragione e la prigionia. Straordinario lo scontro con la titanica personalità di Abigaille: rinsavirà e, da padre, chiederà la grazia di Fenena. Convertitosi, è protagonista di una catarsi e, chiedendo perdono al Dio, ottiene nuovamente scettro e spada. Caduto l’idolo di Belo, ordina la costruzione di un tempio per il grande Jehova. Il resto del cast internazionale, oculatamente selezionato da Stinchelli in opportune audizioni, ha visto in Rebeka Lokar una credibile Abigaille, con una voce potente e luminosa, buon fraseggio e accenti, padrona della tessitura (“Ben io t’invenni, o fatal scritto”, “Anch’io dischiuso un giorno…”). Da migliorare l’impostazione nel passaggio al registro grave. Nelle vesti della schiava usurpatrice, la Lokar riesce a esprimere il tormento e i risvolti psicologici del ruolo: follia sterminatrice, ambizione, spregiudicatezza, ardore, iracondia e gelosia. Abigaille riesce a far apporre a Nabucodonosor il sigillo reale per convalidare la condanna a morte dei prigionieri ebrei (tra cui la “sorella” Fenena), tenta di nascondere la propria attestata identità di schiava, si avvelenerà e implorerà a Fenena di non maledirla. Meno convincente l’Ismaele di Alfio Marletta Valori. Ottima, sotto ogni punto di vista, la performance in gran spolvero del basso Ernesto Morillo nei panni del Gran Pontefice Zaccaria, con tanto di grande ed enfatica carica ieratica (giustificata forse dalle posizioni neoguelfe di Solera): ottimo “Sperate, o figli!”, “D’Egitto là sui lidi”, “Come notte al sol fulgente”, “Vieni, o Levita! …Il santo codice reca”. La mezzosoprano Antonella Carpenito è una discreta Fenena, appena abbozzata, sbiadita drammaturgicamente e non particolarmente capace di trasmettere grandi emozioni. Convertitasi all’ebraismo per amore di Ismaele (introduzione di Solera), figura dolente e quasi martire, è impossibilitata dalla spietata sorella a liberare gli Ebrei. Bene anche Antonio di Matteo (Gran Sacerdote) e Alessandro D’Acrissa (Abdallo). Delude la Anna di Angelica Meo. Difficile esprimersi sulla direzione del M° Eddy de Nadai, non visibile dagli spettatori, sebbene la sua lettura di “Nabucco” non ha, a volte, restituito la veemenza e la solennità della partitura. La compagine orchestrale, a tratti eccessivamente riflessiva, non delude troppo le aspettative. La banda non è stata posta, come da tradizione, sul palco ma è stata dislocata in una delle “parodoi”. L’esplicativa Sinfonia (composta per ultima da Verdi) che riassume i temi principali, è stata eseguita con impeto e sicurezza, per accompagnare poi Leviti e popolo che a Gerusalemme lamentano la triste sorte degli Ebrei. Il coro del Taormina Opera Stars è stato all’altezza del ruolo che Verdi assegna allo stesso nel “Nabucco”; qualche elemento in più non avrebbe guastato. Bene in “Gli arredi festivi giù cadano infranti”, “E’ l’Assiria una regina”. Con il “Va, pensiero sull’ali dorate”, il popolo oppresso, in una struggente preghiera sulle sponde dell’Eufrate, constata il proprio amaro destino e, rimpiangendo la terra amata e perduta, rivendica con fierezza la propria identità e libertà. Una lettura retroattiva e patriottica che attribuisce al testo universalità e attualità (passò, tuttavia, la censura austriaca). Coro celeberrimo e sempre acclamato dal pubblico, ma solo uno dei tanti preziosismi che, unitamente al vigore ritmico dell’opera tutta, rende “Nabucco” un capolavoro.

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