Direttore d'orchestra Silvia Casarin Rizzolo al Teatro Antico di Taormina
Direttore d'orchestra Silvia Casarin Rizzolo al Teatro Antico di Taormina

E’ impossibile decretare se la Sinfonia No. 9 in Re minore, Op. 125 sia la più grande composizione musicale mai scritta. Non ci sono, però, dubbi si tratti di uno dei massimi capolavori di Beethoven, a coronamento di un percorso umano, etico ed estetico straordinario. La Nona non si limita a essere l’ultima delle sinfoni partorite dal genio compositivo di un uomo ormai prossimo al tramonto della propria esistenza, ma è un tripudio di emozioni che ammalia l’udito e coinvolge emotivamente l’ascoltatore. E scelta migliore non poteva essere operata per inaugurare, in una straordinaria serata ferragostana, il Taormina Opera Stars 2015. Tre opere in musica (“Nabucco”, “La Traviata”, “Aida”) e tre grandi concerti (“Nona Sinfonia”, “Italia inCanta” e “The rite of rock”), nati sotto l’egida dell’Associazione “Aldebaran”, nella persona del maestro Maurizio Gullotta, e con l’ammirevole e scrupolosa direzione artistica del maestro Enrico Stinchelli, andranno ad animare le serate dell’estate taorminese fino al 20 agosto. Per la “prima” del grande evento un nutrito pubblico internazionale ha occupato gradinate e tribune, facendo registrare un modesto numero di presenze, probabilmente, giustificato dalla festività. Non sono mancati, d’altro canto, gli applausi, tanto nella pausa tra l’esecuzione dei singoli movimenti quanto al termine del concerto.

La Nona, infatti, è il singolare risultato dell’oggettivazione di sentimenti e passioni tutte umane, sublimate dalla complessità della partitura. Beethoven concluse il proprio lavoro sinfonico, rivoluzionando la tradizione e andando ad infrangere il confine dei generi (introduzione delle voci nel quarto movimento). Alla base dell’ispirazione il messaggio di pace e fratellanza universale, fortemente caldeggiato da una concezione idealista successiva a una parentesi di caos del quadro politico, caratterizzato da dure repressioni per soffocare il malcontento nato sull’onda propulsiva della Rivoluzione francese e delle guerre napoleoniche. Caratterizzata da una lunga gestazione, la Sinfonia No. 9 vede il proprio culmine nel 1824, inquadrandosi in un clima a cavallo tra Restaurazione e primo romanticismo. A più di dieci anni dalla No. 8, e in completa sordità, Beethoven completa il proprio ambizioso e complesso progetto per orchestra, voci soliste e coro, riuscendo a introdurre brani della celeberrima ode “An die Freude” di Friedrich von Schiller. Inno alla “gioia”, ma anche alla libertà, alla pace e alla solidarietà tra uomini. L’esordio, il 7 maggio 1824 a Vienna, vide la parziale direzione di un Beethoven, già da tempo afflitto dalla malattia, fuori tempo per diverse misure. Al termine dell’esecuzione, distolto dalla propria “indipendente” direzione dal contralto Caroline Unger, ricevette ben cinque ovazioni di giubilo da parte del pubblico, rispettosamente e simpateticamente entusiasta della creazione. I fazzoletti iniziarono a sventolare in modo tale che Beethoven, impossibilitato a udire gli applausi, potesse quantomeno percepire il loro apprezzamento. Sebbene fosse al tempo caduto in disgrazia presso buona parte della critica, che lo considerava inattuale, lasciò un’impronta indelebile per il genere sinfonico, illuminando altri grandi, come Strauss, Brahms e Mahler. La Nona, accusata di incoerenza formale, è esempio di un’architettura perfetta e di unità strutturale (forse grazie anche all’intervallo di quinta alla base di tutta la partitura). Prototipo di arte universale, lascia intravedere la confluenza di accenni operistici, militari, “esotici” alla turca, e di scrittura polifonica. Sempre emotivamente intensa, trasuda umanità e commuove. Lascia in estasi, in un limbo di luce e tenebre, culminante nell’ebbrezza e nella frenesia. Risentendo anche dell’imperativo categorico kantiano, come legge morale, coinvolge come in un abbraccio universale, rivolgendosi più al cuore che all’orecchio dell’ascoltatore. Inneggiare all’amore, all’amicizia e alla gioia, quasi come un’ingenua liberazione, una catarsi dall’odio, dal male e dalla cattiveria. Il tutto intriso di un’estatica religiosità, una prospettiva metafisica e trascendentale da ricercare nel cielo stellato e in un Dio senza nome. L’intenso rapporto tra testo e musica del quarto movimento perfeziona il tutto. Beethoven apre una finestra su nuovi confini e su nuovi mondi, fino ad allora inesplorati.

La Sinfonia No. 9 è stata per la prima volta diretta da una donna: il M° Silvia Casarini Rizzolo (allieva di Abbado, Kleiber, Mehta), sul podio del Taormina Opera Stars, è stata protagonista di una direzione sicura e misurata, attenta e appassionata. Un climax ascendente basato sulla “tecnica dell’accumulo”, lievita e si sgonfia, salvo poi riesplodere in un tripudio. Nonostante qualche eclatante imprecisione giustificata dalla difficoltà esecutiva, l’organico orchestrale ha restituito fedelmente l’indefinitezza e la nascita dell’ordine nel primo movimento (allegro ma non troppo un poco maestoso), la lunga preparazione al tema da parte degli archi durante lo “Scherzo” del secondo movimento (molto vivace) e la Sehnsucht del terzo (adagio molto e cantabile). Nel corso della frenetica esecuzione, un violoncello si trova a dover fare a meno di alcuni crini dell’archetto. Meritevoli di un particolare plauso legni ed ottoni, così come timpani e percussioni. Efficace l’esecuzione del quarto movimento, con il recitativo dei violoncelli e le variazioni del tema. Buona anche la ripresa dei temi dei movimenti precedenti e la puntuale “zittita” da parte dei bassi. Eroismo, vigore e amore culminano poi in un trionfo con la parte corale. La prestazione del coro (Andante maestoso) è stata sicuramente di valore, caratterizzata dall’energia vitale rappresentata dalla componente maschile e dallo spirituale innalzamento di quella femminile. Beethoven denuncia con il fragore di un tuono il più intimo dissidio dell’uomo, l’insoddisfazione, l’infelicità e la malinconia ma celebra contemporaneamente l’uomo indicando il cammino verso il futuro. Esplorando l’animo umano e le più recondite sensazioni, si plasma il tema del rondò in tutta la sua vitalità e lirismo. Un calibrato pianissimo fa una breve apparizione, per poi lasciare nuovamente spazio al vigore e alla forza. L’esplosione di fanfare lasciano intravedere una speranza. Il basso Dario Russo fa da apripista (Recitativo e Allegro assai), con un’interpretazione davvero magistrale – come, del resto, ci ha abituato – e una vocalità davvero eccezionale. Non dispiace nemmeno il tenore Young Min Oh (Allegro assai vivace alla marcia). Bene anche la soprano Francesca Tiburzi e la mezzosoprano Lisa Dunk, sebbene ci saremmo aspettati di più da entrambe. Di fronte alla Nona Sinfonia ci si ritrova a celebrare il culto romantico del genio e al cospetto di una vera epifania. Il Teatro Antico, con tale sottofondo musicale e l’incedere di musica e voci, è teatro della ricerca di spiritualità. Un’emozione troppo forte. Indescrivibile.

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