Dal ‘95 a oggi. La degenerazione del sistema turco – La nuova edizione del Taormina Book Festival, che si svolgerà dal 19 al 25 settembre, avrà come ospite internazionale di spicco lo scrittore e Premio Nobel per la letteratura Orhan Pamuk. Nato a Istanbul, classe ‘52, l’autore di “Kar” verrà premiato dalla presidente di Taobuk Antonella Ferrara e dal giornalista Franco Di Mare nella serata inaugurale, in quanto rappresenta una di quelle figure mondiali che si stanno spendendo per abbattere i muri, in questo caso, presenti nei paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Pamuk, ormai, è un simbolo. Il 1995, a tal proposito, rappresenta un anno significativo per il suo impegno politico. In quel periodo venne processato, insieme ad altri scrittori, per aver criticato l’operato del governo turco nei confronti della minoranza curda. Sono trascorsi venti anni da quella data e la situazione in Turchia è peggiorata.

Erdoğan e la sua allergia nei confronti della democrazia – E questa degenerazione la si può identificare nel suo presidente. Recep Tayyp Erdoğan da piccolo vendeva limonate per strade e frequentava una scuola islamica. In seguito si era laureato in management alla Marmara University e la sua carriera politica è iniziata nei movimenti e nei partiti di stampo islamista. Nel 1994 è stato eletto sindaco di Istanbul e nel 2002 è iniziata la sua scalata con il “Partito per la Giustizia e lo Sviluppo”. Il presidente della Turchia, oggi, governa incontrastato anche se nell’ultimo anno ha avuto diversi problemi legati al concetto di “democrazia”. Il Palazzo fatto edificare da Erdoğan, costato 615 milioni di dollari, è il simbolo della sua autorità e nello stesso tempo della sua lontananza dalla quotidianità del popolo. Dagli scontri di Gezi Park tra laici e integralisti, disordini dovuti al tentativo di Erdoğan di minare le basi tradizionali della Turchia con provvedimenti filo-islamici molto discussi in tutto il Paese, alla lotta del presidente (in pieno stile Donchisciotte contro i mulini a vento) nei confronti dei social network (Twitter in primis).

La guerra di Erdoğan nei confronti della stampa turca – A tutto ciò va ad aggiungersi l’avanzata dell’auto proclamato Stato Islamico in Siria. Lungo il confine con la Turchia i curdi combattono, a fianco degli americani, e resistono contro i terroristi del Califfato. Ankara, nel frattempo, temporeggia e non interviene sperando che i fondamentalisti della bandiera nera completino quello che il regime turco ancora non è riuscito a portare a compimento. Altro che ingresso della Turchia in Europa. La complicità con i jihadisti e il non voler aiutare i curdi ha compromesso i rapporti diplomatici con l’Occidente. Il famoso ponte tra due mondi, come lo definì la cancelliera Angela Merkel, rischia di saltare a causa delle strategie fallimentari del suo presidente che, tra l’altro, è sempre più distante dai valori democratici. Non è un caso che la guerra di Erdoğan intrapresa nei confronti della stampa turca. Quando Can Dündar, direttore di “Cumhuriyet”, aveva pubblicato video e foto che documenterebbero la fornitura di armi ai ribelli siriani da parte dell’intelligence turca, la pena richiesta era stata il carcere a vita.

Orhan Pamuk: «La libertà di espressione è scesa a un livello molto basso» – Una decisione, dopo le minacce di Erdoğan, che provocò la reazione dello scrittore Pamuk: «La democrazia non può essere sacrificata». Orhan Pamuk e Elif Shafak sono considerati dal quotidiano filo-governativo “Akit” come esponenti di «una lobby internazionale di scrittori». Solite teorie del complotto da chi, a quanto pare, non sembra avere argomenti seri da esporre al Paese. C’è da preoccuparsi per questa degenerazione e in una recente intervista rilasciata al giornale “Hurriyet”, il Premio Nobel, parlando della situazione politica della Turchia, aveva affermato: «Il peggio è che c’è paura. Vedo che tutti hanno paura, questo non è normale. La libertà di espressione è scesa a un livello molto basso. Molti amici vengono a dirmi che questo o quel giornalista ha perso il lavoro. Ormai gli stessi giornalisti più vicini al potere vengono cacciati. Non ho mai visto nulla di simile da nessuna parte».

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