Fenomenologia de “La Tragedia Annunciata” – Succede un sabato di mezz’estate che in Sicilia, nelle campagne sopra Cefalù, dove i Monti Peloritani diventano Madonie, un uomo perde la vita massacrato da un branco di cinghiali. E come spesso accade, un morto porta alla luce un problema. Che magari fino ad allora era stato trascurato, per incuria, pigrizia o più semplicemente per comodità d’interesse. Il problema, in questo caso, è il numero dei cinghiali, cresciuto enormemente nell’ultimo decennio non solo in Sicilia, ma in tutto il Paese. Questione che ora si scopre era stata abbondantemente sollevata proprio lì dove c’è scappato il morto. E sicuramente non solo lì. Con la conseguente retorica della “tragedia annunciata”, che accompagna quasi tutti gli episodi di cronaca italiana di qualsivoglia colore. Anche se questa tragedia annunciata non è il punto, ma solo il pretesto, dal momento che i cinghiali rappresentano una criticità per l’agricoltura, non certo (o comunque soltanto in estremamente basse percentuali) per l’incolumità delle persone. Scommettiamo, però, che nei prossimi giorni si moltiplicheranno nei tigì gli “attacchi” di cinghiali all’uomo? Nell’attesa che si dipani questa ennesima temporanea moda mediatica, facciamo qualche considerazione che vada al di là dello scontato tiro al piccione. Anzi, al cinghiale.

Quando la logica non aiuta, anzi – Sì, perché naturalmente la soluzione che i filosofi della tragedia annunciata hanno immediatamente proposto è fin troppo logica: daje di caccia al cinghiale. Talmente logica da essere altrettanto logicamente stupida. E non per animalismo o quant’altro, ma per un fatto squisitamente naturale, svelato nella circostanza dal presidente del Bioparco di Roma, Federico Coccia (quasi omonimo di quell’altro con la M, sì). A RaiNews24 Coccia ha spiegato che il proliferare dei cinghiali, in realtà, è anche una conseguenza della caccia. Già, paradossale, ma – se lo dice lui che ne capisce – presumibilmente vero. Vediamo perché. “I cinghiali vivono in gruppi sociali – ha illustrato Coccia -, con una dominanza matriarcale: sono solo le femmine che vivono in questi grandi gruppi, con una di esse che è la dominante ed eventualmente i piccoli”. I maschi, invece, viaggiano in solitaria. Ma cosa succede con la caccia? “La maggior parte delle volte – ha raccontato il presidente del Bioparco – viene uccisa la femmina dominante. Ciò provoca la dispersione del gruppo, che può allontanarsi fino a venti chilometri da dove è avvenuta la caccia. Così queste femmine, che se rimanessero sempre nello stesso gruppo si riprodurrebbero solo una volta all’anno, dal momento che non sono più controllate dalla dominante si riproducono due volte all’anno. Facendo dunque aumentare esponenzialmente il numero dei cinghiali”.

E quindi? – Ecco che la soluzione ritenuta più logica diventa il problema meno conosciuto. Ma se la caccia peggiora le cose, come si fa a tenere sotto controllo il numero dei cinghiali, che vagando in gruppi di decine di esemplari vanno a nutrirsi anche nei campi coltivati, costituendo un problema per l’agricoltura? “La recinzione con fili elettrici funziona benissimo – ha spiegato Coccia -. E l’animale non prende la scarica perché non si avvicina alla recinzione. Dunque occorrerebbe delimitare in questo modo le zone dove vivono i cinghiali e mettergli dentro del mangime, in modo che non vadano a cercare cibo altrove. Rimane lo stesso gruppo all’interno della stessa zona e non vanno a mangiare nelle colture”. Et voilà. Niente fucilate, soltanto la presa di coscienza che la natura non va dominata, va condivisa. Perché ne siamo ospiti come lo sono i cinghiali, i lupi o gli squali. E non siamo nemmeno i padroni di casa, siamo semplicemente gli inquilini più fastidiosi e più sviluppati. Anche se forse non abbastanza sviluppati da capire che ogni volta che proviamo a forzare la natura poi ne paghiamo conseguenze molto più che direttamente proporzionali. Esempio ne siano le alluvioni, ovvero la prossima puntata della rinomata serie “La Tragedia Annunciata”.

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