«Tra apocalittici e integrati, cinquanta anni dopo, la battaglia si è spostata sul web». Ad affermarlo, poco tempo fa, era stato Umberto Eco. Il semiologo aveva notato lo spostamento verso il mondo online, dove gli apocalittici sono diventati coloro i quali nutrono profonde perplessità nei confronti di internet e provano a resistere alle continue innovazioni, mentre gli integrati sono quelli che utilizzano in toto i  nuovi mezzi di comunicazione in ogni momento della giornata. Al di là di una simile dicotomia, secondo Umberto Eco, ancora non esistono studiosi lungimiranti del calibro di Walter Benjamin e Theodor Adorno in grado di strutturare una teoria in questo campo. Non è un caso che Eco citi due filosofi, perché anche nel contesto contemporaneo la critica filosofica potrebbe permettere di sviluppare alcuni pensieri interessanti. Se queste riflessioni iniziano nel 1964 con il saggio di Umberto Eco, oggi, considerando le degenerazioni di una parte e dell’altra, potremmo dire che la “terza via” potrebbe essere una soluzione.

Da Aristotele ai nuovi mezzi di comunicazione – Anzi, la regola del “giusto mezzo”. Nel IV libro dell’Etica Nicomachea Aristotele parla di virtù e ricorda che tra tutte quelle enunciate esiste sempre una via di mezzo: «È unitamente riconosciuto che il millantatore è persona incline a dare a vedere i titoli di gloria che non possiede, […] il dissimulatore, al contrario, nega le qualità che possiede […]; chi tiene il giusto mezzo […] è persona incline alla verità sia nella sua vita che nella sua parola». Un esempio che va bene per ogni epoca, anche per quella contemporanea caratterizzata da una comunicazione in continuo mutamento e sempre più complessa. Come facciamo a comprendere i cambiamenti di un settore che ormai è centrale nelle nostre vite? No, il riferimento non può essere soltanto ai social network che occupano una minima parte nella comunicazione. Il pensiero corre veloce verso le nuove tecnologie intese in senso lato.

La “cassetta degli attrezzi” nel cantiere della comunicazione – Per un motivo del genere diventa interessante leggere il libro “Comunicazione pubblica e d’impresa”, edito da libreriauniversitaria.it, e scritto dal sociologo Francesco Pira e dall’esperto di comunicazione Andrea Altinier. Il professor Pira, in particolar modo, è docente di comunicazione e giornalismo presso il Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Università degli Studi di Messina e di comunicazione pubblica e d’impresa presso lo IUSVE di Venezia e Verona. Svolge attività di ricerca nell’ambito della sociologia dei processi culturali e comunicativi. Saggista e giornalista, è autore di numerosi articoli e pubblicazioni scientifiche. Ha svolto attività di consulenza e coordinato progetti di comunicazione per istituzioni pubbliche e imprese. I due studiosi offrono ai lettori una “cassetta degli attrezzi” per lavorare con maggiore efficienza in un universo che non conosce la parola staticità e non può essere ridotto a un post o a un tweet. Per carità, anche quegli aspetti hanno la loro rilevanza. Però non ci si può fermare a un cinguettio o a un hashtag. Occorre andare oltre l’orizzonte della semplicità e comprendere come fare comunicazione voglia dire prendere in considerazione alcune parole fondamentali: analisi, pianificazione, strategia, equilibrio e semplicità. Di ciò ne sono convinti i due autori.

Mettere da parte il fondamentalismo di apocalittici e integrati per coltivare una comunicazione diversa – Il libro di Pira e Altinier ci ricorda che comunicare è qualcosa che non si ferma ai social network. O meglio, li attraversa e non li banalizza. Occorre usare la ratio per saperli gestire. E questo vale sia per le imprese e il mondo dell’editoria, sia per i semplici cittadini. Il testo, al di là della sua praticità, offre degli spunti di riflessione. Ad esempio tra gli apocalittici e gli integrati, tra chi non accede a facebook da mesi e chi usa il social network anche per comunicare cosa sta mangiando esiste una via di mezzo? La regola del “giusto mezzo” può emergere mettendo da parte il fondamentalismo di una parte e dell’altra e provando a far convivere alcune esperienze degli apocalittici con quelle degli integrati? Cosa succederebbe a quel punto? Forse inizierebbe a ridimensionarsi quella sfera sempre più estesa di semplicità e banalità presente su internet e in particolare sui social. Rendere più umana e meno tecnica la rete (dove per tecnica si intende un progresso freddo e iper-ideologico) del resto, potrebbe garantire una svolta nella comunicazione che oggi rischia di liquefarsi nella confusione e nel caos generale. Invece, come ricordano Pira e Altinier, la comunicazione «è un mondo in costante cambiamento che richiede sempre più competenza e professionalità».


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