Solito problema nel centro di Taormina – Il mese di luglio si è quasi concluso e i venditori ambulanti regolari si trovano sempre al loro posto. Ci mancherebbe, direbbe qualcuno, considerando che hanno ottenuto il via libera (in tempi non sospetti) per rimanere al proprio posto. Così a Porta Catania, in piazza IX Aprile, sul Corso Umberto e in via Teatro greco si possono scorgere le postazioni degli ambulanti. Non manca proprio niente. Sembra quasi un mercato. Peccato, però, che siamo nel centro di Taormina e, con tutto il rispetto, non in qualche famosa zona caratteristica per i mercati. È una vicenda delicata, perché ci sono delle persone che lavorano e per un motivo del genere occorre ribadire che questi cittadini dovrebbero ottenere uno spazio, non in centro, in cui poter esercitare la loro attività. Diranno che guadagneranno di meno, ma non è così. In grandi città europee, come ad esempio Amsterdam, alcuni dei mercati più rinomati non si trovano in centro. Eppure, per il loro fascino, sono ricercati sia dai cittadini che dai turisti.

Lo strumento per intervenire si chiama “Art Bonus” – Un esempio? Il mercato “Albert Cuyp” e il “Waterlooplein” ormai presenti anche sulle guide turistiche. Nel primo molti vanno per assaggiare i tipici panini con aringa e gli stropwafel. Perché non potrebbe succedere la stessa cosa a Taormina? Perché un problema del genere non viene affrontato in Consiglio comunale? Le risposte si trovano nel clientelismo dilagante e nel concetto della politica intesa come “pacchetto di voti” e non come prendersi cura della città. Non è una questione che riguarda solo la maggioranza o soltanto la minoranza. È un problema generale. Eppure lo strumento per risolvere questo problema c’è e si chiama “Art Bonus”. Il decreto cultura, ormai diventato legge e proposto dal ministro dei Beni e delle Attività culturali, Dario Franceschini, risale al 31 maggio 2014 e nell’articolo 4 risolverebbe la vicenda dei venditori ambulanti, dei camion bar e di altri catafalchi (vecchi e di recentissima concessione) presenti nel centro storico.

Ecco le disposizioni urgenti presenti nell’articolo 4 – Nelle disposizioni urgenti per la tutela e il decoro dei siti culturali, si può leggere: «Contrastare l’esercizio, nelle aree pubbliche aventi particolare valore archeologico, storico, artistico e paesaggistico, di attività commerciali e artigianali in forma ambulante o su posteggio, nonché di qualsiasi altra attività non compatibile con le esigenze di tutela del patrimonio culturale». Ma non finisce qua: «In particolare, i competenti uffici territoriali del Ministero e i Comuni (non le direzioni regionali per i beni culturali e paesaggistici o le soprintendenze) avviano, d’intesa, procedimenti di riesame, ai sensi dell’art. 21-quinquies della legge 7 agosto 1990, n. 241, delle autorizzazioni e delle concessioni di suolo pubblico, che risultino non più compatibili con le esigenze di cui al presente comma, anche in deroga a eventuali disposizioni regionali adottate in base all’art. 28, commi 12, 13 e 14, del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 114, e successive modificazioni, nonché in deroga ai criteri per il rilascio e il rinnovo della concessione dei posteggi per l’esercizio del commercio su aree pubbliche e alle disposizioni transitorie stabilite nell’intesa in sede di Conferenza unificata, ai sensi dell’art. 8, comma 6, della legge 5 giugno 2003, n. 131, prevista dall’art. 70, comma 5, del decreto legislativo 26 marzo 2010, n. 59, recante attuazione della direttiva 2006/123/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 12 dicembre 2006 relativa ai servizi nel mercato interno. In caso di revoca del titolo, ove non risulti possibile il trasferimento dell’attività   commerciale in una collocazione alternativa al  titolare e’ corrisposto da parte dell’amministrazione procedente l’indennizzo di cui all’art. 21-quinquies, comma 1, terzo periodo, della legge 7 agosto 1990, n. 241, nel limite massimo della media dei ricavi annui dichiarati negli ultimi cinque anni di attività, aumentabile del 50 per cento in caso di comprovati investimenti effettuati nello stesso periodo per adeguarsi alle nuove prescrizioni in materia emanate dagli enti locali». E nel comma due, infine, c’è scritto: «Dall’attuazione del presente articolo non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica».

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