Umberto Eco: «Internet è il luogo in cui nascono le più assurde teorie complottiste» – Qualche mese fa Umberto Eco, mentre si trovava all’Università di Torino, durante una cerimonia per una laurea honoris causa in Comunicazione e cultura dei media aveva pronunciato delle parole che ancora oggi fanno discutere e hanno provocato una dura reazione tra il popolo della Rete. Il noto semiologo aveva affermato che «internet è il luogo in cui nascono le più assurde teorie complottiste: dalle accuse sui gesuiti sospettati di aver affondato il Titanic alla costruzione di coincidenze numeriche sull’attentato alle Torri Gemelle». E il riferimento, in particolar modo, era ai social network: «Prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, e di solito venivano messi a tacere. Ora chi scrive ha lo stesso diritto di parola di un premio Nobel. Ma è normale: capita in tutte le comunità numerose. Nei gruppi con più di cinquanta persone quelli che si espongono di più sono sempre gli imbecilli».

«Internet? Ha dato diritto di parola agli imbecilli: prima parlavano solo al bar e subito venivano messi a tacere» – Eco continuava nella sua analisi sostenendo come «la tv aveva promosso lo scemo del villaggio rispetto al quale lo spettatore si sentiva superiore. Il dramma di internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità», osservava Eco che invitava i giornali «a filtrare con un’equipe di specialisti le informazioni di internet perché nessuno è in grado di capire oggi se un sito sia attendibile o meno. I giornali dovrebbero dedicare almeno due pagine all’analisi critica dei siti, così come i professori dovrebbero insegnare ai ragazzi a utilizzare i siti per fare i temi. Saper copiare è una virtù ma bisogna paragonare le informazioni per capire se sono attendibili o meno». Tra gli apocalittici e gli integrati, dunque, la battaglia della comunicazione si è spostata sul web. È di questo avviso anche Riccardo Arena, presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Sicilia, che ha scritto un romanzo “Anche oggi non mi ha sparato nessuno” edito da Leima.

Riccardo Arena: «Il giornalismo è condizionato dai tweet, dai ritmi e dai 140 caratteri in cui si sintetizza tutto e questo non aiuta ad approfondire la notizia e a capire meglio cosa c’è dietro un fatto» – Nella storia si intrecciano diversi fatti e gli argomenti sono molteplici, ma da ottimo cronista Arena guarda in maniera critica l’evoluzione o l’involuzione del giornalismo contemporaneo. Lo fa con ironia, ma negli incontri che sta tenendo in giro per la Sicilia, come a Letojanni e Castelmola, il giornalista palermitano si è soffermato sui cambiamenti di questo mondo: «Il giornalismo è condizionato dai tweet, dai ritmi e dai 140 caratteri in cui si sintetizza tutto e questo non aiuta ad approfondire la notizia e a capire meglio cosa c’è dietro un fatto. Poi siamo condizionati dai nuovi media, dai social network, da tutto quello che ormai anticipa la notizia prima ancora che vada a finire sulle testate di informazione». Il giornalismo va dietro i social network e non viceversa. Quando succede ciò, questo mestiere si trova in grande difficoltà. Si appiattisce sulla superficialità e perde quel senso critico e di approfondimento che non possono passare in secondo piano neanche durante la moda dei tweet o dei post.

L’età dei paradossi: maggiori informazioni tendono a disinformare il cittadino – «Il giornalismo può affrontare e offrire al lettore o al telespettatore l’approfondimento, che essendo di natura professionale è più difficile da trovare su internet dove si scorgono notizie non verificate o a “ruota libera” che vengono pubblicate senza alcun controllo. È essenziale fare buon giornalismo», evidenzia il presidente Arena. Il giornalista del “Giornale di Sicilia” tiene a precisare come «questo mestiere non potrà mai finire. Potrà subire delle modifiche, adattarsi alle nuove situazioni. Il nostro mestiere, ormai, ha a che fare con il tweet, con il comunicato stampa, la non notizia che diventa notizia e tutti devono andarle dietro. Dobbiamo cercare di capire e dominare simili meccanismi, altrimenti verremo dominati da ritmi che non possono essere quelli della notizia tradizionale». È l’età dei paradossi, quella in cui le maggiori informazioni tendono a disinformare i cittadini. La dimostrazione di come queste notizie “mordi e fuggi” lasciano il tempo che trovano. «La maggior parte delle persone che si informano su internet lo fanno per informarsi, ma l’informazione frammentata, affidata a siti diversi e che non offrono notizie certe e controllate portano a una pessima informazione. Tutti credono di sapere tutto perché lo hanno “letto” in rete e poi vengono dominati da quelli che i fatti li conoscono e riescono a cavalcare il populismo e il qualunquismo».

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