il regista e scenografo Enrico Castiglione con la moglie costumista Sonia Cammarata durante le prove al Teatro antico di Taormina
il regista e scenografo Enrico Castiglione con la moglie costumista Sonia Cammarata durante le prove al Teatro antico di Taormina

«Se c’è un opera al mondo capace di mettermi in ginocchio, vinto, sottomesso, è questa. Avevo dimenticato[… ]che il Don Giovanni aveva visto le luci della ribalta a Praga. E lì c’era quell’edificio, lo Ständetheater[… ]Da quella porta, in un giorno dell’anno di grazia 1787, entrò Wolfgang Amadeus Mozart con la sua partitura del suo “Don Giovanni ossia Il dissoluto punito” sottobraccio per far ascoltare alla gente di Praga la musica di scena più sublime che mai sia stata composta». Sono le parole con cui il premio Nobel per la Letteratura Josè Saramago, nella prefazione al suo personalissimo “Don Giovanni o Il Dissoluto assolto”, invita quasi timidamente i lettori, avvicinando l’orecchio alla pagina, ad ascoltare la musica diversa che possiedono le parole, certo del confronto quasi impari, perché «la musica è la cosa migliore di tutte».

Al di là della potenza comunicativa del mondo delle sette note, anzi dodici come ama precisare qualche purista, supponendo che non tutti sappiano che in realtà alle sette note base si aggiungono cinque alterazioni, la figura di Don Giovanni ha affascinato nei secoli non pochi artisti, filosofi e pensatori. Søren Kierkegaard lo definisce, citando Charles Gounod, «un lavoro senza macchia, di ininterrotta perfezione». Ma la lista è lunghissima: Tirso de Molina, Cicognini, Moliére, Goldoni, Byron, Hoffmann, Pushkin, Dumas e chissà quanti che non ricordo. Saramago vi si avvicina dopo enormi pressioni da parte del compositore Azio Corghi, per scrivere un libretto che avrebbe musicato il maestro, e solo quando ritiene di avere avuto un’idea degna di tal nome. Sarà interessante per tutti scoprire perché già nel titolo di Saramago compare la parola “assolto”.

Il dramma giocoso in due atti di Mozart e Lorenzo Da Ponte, invece, che continua la stagione lirica del Teatro Antico, nasconde il suo fascino principalmente nella grande caratterizzazione psicologica dei personaggi. La regia sempre affidata a Enrico Castiglione, con i costumi di Sonia Cammarata, promette come sempre carattere e qualità. L’opera è un vero e proprio esercizio di contaminazione stilistica, perché vi si ritrovano elementi formali di un opera buffa, ma anche elementi forti, che appartengono allo stile di un’opera seria, dovuti alla presenza in scena di alcuni personaggi che musicalmente hanno una rilevanza straordinaria.

Don Giovanni veste i panni musicali di un baritono o di un basso baritono, ricadendo nel ruolo del tipico basso buffo del settecento. È uno stratagemma simbolico e musicale per rappresentare la caduta morale che il personaggio rappresenta, e nel puro canone della tragedia greca finisce per vincere anche nella perdizione totale. È questa una cosa che collega Il “Don Giovanni” alla “Carmen”, la prima di questo ciclo andaluso della lirica di quest’anno a Taormina, per via di una scelta, di un’eresia che porta alla scomparsa del protagonista. Il tenore che interpreta Don Ottavio, l’innamorato perfetto, qui nello schema filosofico del melodramma a ricordar la figura del “cavaliere dell’innocenza”, veste quei panni con olimpico candore al punto da tratteggiar quasi una ridicola figura, cui fa da contraltare la mitica figura del cattivo, del “ tiranno” don Giovanni, pur non essendo esplicitamente cercata detta ridicolaggine né dall’autore del libretto né da Mozart.

Il ritratto dell’uomo è in Leporello. È a metà tra le figure drammatiche e le figure semplici, quasi bucoliche dei contadini come Masetto e Zerlina, che risponde alle lusinghe con un “ vorrei e non vorrei”, ma comunque portatrici di forti valori morali e di un etica sociale che l’opera voleva passare. È un gonzo, ma non è un gonzo. Anche lui ai limiti del basso buffo, senza essere buffo, vive con insofferenza il suo stato di servo, eppure serve fino a sfidare la paura dell’ignoto, anche se spinto. E porta in giro con un’ironia sfaccettata il librone che dovrebbe contenere la lunga lista delle donne che avrebbero subito gli oltraggi amorosi di don Giovanni. Legato al vile denaro ma con un piccolo codice etico sullo sfondo attraverso il quale alle volte traspare il senso di profondo rispetto per l’animo femminile.

Animo che viene addirittura esaltato dal grande Mozart, che le trasforma quasi in eroine, forse per bilanciare lo svilimento cui potrebbero essere sottoposte dal meschino e ignobile comportamento di Don Giovanni. Oscilla tutto tra la tragedia e la commedia, come la vita. Sempre in bilico anche il protagonista tra la disapprovazione assoluta che fa nascere il suo comportamento solo teso alla ricerca del piacere e del divertimento, e la tenera comprensione che scaturisce dal suo tormento e dall’afflizione della sua rovina. Ma al contrario del Faust non si redime. Don Giovanni o si ama o si odia.

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