Negli ultimi anni la comprensione della vita del bambino si è notevolmente ampliata grazie alla diffusione delle nuove conoscenze sul funzionamento della mente e sul manifestarsi delle diverse emozioni. Il bambino, non è un elenco passivo di pulsioni, ma ha un ruolo attivo nella costruzione della sua realtà. Il pedagogista, gli insegnanti ed in generale gli educatori, dovrebbero insegnare al bambino il “dialogo interiore”, attività questa, che richiede un certo lavoro. Una volta che il piccolo avrà appreso tale abilità, si è garantito una crescita armonica sul piano psico-affettivo e una soddisfacente vita relazionale da adulto. La maggior parte delle persone non si rende conto di come le proprie reazioni emotive siano influenzate dal dialogo interiore. È il caso, ad esempio, di due mamme che trovano a gestire i loro due figli troppo vivaci; una risponderà in maniera arrendevole, l’altra riconoscendo la difficoltà, ma senza arrendersi.

Ascoltando il proprio “dialogo interiore”si è in grado di focalizzare la propria attenzione sui pensieri da concretizzare. Non avendo poteri e pozioni magiche, non si possono “leggere i pensieri dei bambini”, ma è necessario procedere con delle osservazioni sistematiche al fine di raccogliere un campionario vasto del comportamenti del bambino. È importante osservare anche e dove è avvenuto un certo comportamento ed a cosa vada relazionato, potrebbe, infatti, capitare che il piccolo dica: “è troppo difficile, non ci riesco!!!” . In questa fase il bambino non deve accorgersi di essere osservato, in modo che il susseguirsi delle sue reazioni-emozioni sia sempre il più spontaneo possibile. Un buon osservatore annoterà il legame tra la frase di arrendevolezza e la sua causa.

Queste descrizioni minuziose, partecipate ed attive consentiranno di formulare ipotesi più accurate sulle modalità di pensiero prevalenti nel bambino. Per trasmettere al piccolo il concetto di “dialogo interiore” bisogna prendere una situazione problematica campione e riferire al bambino cosa succedeva all’adulto, quando infante, si trovava in situazioni simili. Per esempio, di fronte ad un bambino arrabbiato con un coetaneo, l’adulto potrebbe rassicurarlo, dicendo che anche lui da bambino quando litigava si arrabbiava, essere arrabbiati per troppo tempo non fa bene, questo succede perché la mente è avvolta da una rete di pensieri. Si potrebbe, in fine, concludere chiedendo al piccolo: “cosa ti è capitato di pensare?”. Ai bambini piace molto ascoltare episodi riguardanti l’infanzia dei genitori o di altri adulti. Dopo aver scelto la giusta modalità si potrà dire al piccolo che tutti hanno un dialogo con il proprio “io” ed a seconda di come si parla a “noi stessi” possiamo sentirci meglio o peggio. Naturalmente, per rendere la comprensione più facile si consiglia l’utilizzo di termini semplici ed appropriati all’età. Capita, spesso, che alcune parole o frasi pronunciate dagli adulti diventino traino portante per il bambino che andrà ad utilizzarle in determinate situazioni. Ecco, tornare centrale il ruolo dell’adulto genitore o formatore che dovrà aiutare il bambino a riconoscere di propri stati di rabbia, tristezza e paura e lo aiuterà ad utilizzare alcuni meccanismi della mente per migliore le proprie capacità e potenzialità. Tali tecniche, sono utili anche agli insegnanti interessati a mettere in pratica nella propria classe un percorso di educazione emotiva.

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