Giovane, intraprendente e con le idee molto chiare: tre caratteristiche che fotografano perfettamente la personalità di Valerio Morabito, giovane giornalista siciliano che ha fatto della cultura e dell’informazione la sua strada professionale. Laureato in filosofia, ha all’attivo tre romanzi e dirige quotidianamente il giornale online “BlogTaormina”; interessato alla politica e curioso di tutto ciò che succede nella sua città ma soprattutto all’estero, ha scelto di seguire un giornalismo diretto, vero e non offuscato da influenze esterne. Lo abbiamo incontrato e intervistato:

Seppur giovanissimo, lei è laureato in filosofia e master in counseling filosofico e sviluppo etico delle risorse umane. Dopo aver scritto per alcuni giornali, è diventato direttore editoriale di BlogTaormina. Si aspettava un così rapido successo?

«Non so se sia un successo, ma quello che posso affermare è che il duro lavoro paga. Dà soddisfazioni anche in un ambiente “complicato” come quello della provincia di Messina».

Cosa vuol dire oggi fare il giornalista e il Direttore in un momento così delicato politicamente e economicamente? Come è cambiato il giornalismo nell’era telematica?

«Vuol dire vivere nella liquidità più assoluta e il riferimento è all’analisi sociologica di Bauman. Il giornalismo sta attraversando un momento di passaggio, di transizione dove i quotidiani cartacei, quelli di qualità, resistono, mentre gli altri continuano a ridimensionarsi. I giornali online, si potrebbe pensare, hanno la strada spianata. In realtà, però, la vicenda non è così semplice. Sul web esiste una giungla dove chiunque può cimentarsi e fare giornalismo. Spesso si tratta di quelli che io chiamo “Uomini (o donne) fumetto”. Il riferimento è al robusto personaggio dei Simpson, che trascorre quasi tutto il tempo davanti al computer, proprio come alcuni miei “colleghi” i quali pubblicano i comunicati stampa che gli vengono inviati. Quello non è giornalismo, ma è la sua morte. Quel giornalismo non sa più raccontare la quotidianità, la realtà. Si nasconde dietro portali scandenti con immagini incerte. Un discorso a parte, invece, meriterebbero i social network. I giornali che inseguono queste nuove piattaforme sbagliano. Occorre ri-educare la gente a leggere un giornale e i social stanno rendendo molto più complicato questo lavoro. Mi preme sottolineare che non sono un apocalittico e neanche un integrato, ma credo esista una “terza via” da percorrere. Ne siamo in grado?».

Lei ha al suo attivo alcuni libri: “La dittatura della tecnica” (Arduino Sacco Editore), “Le ragioni di Oriana” e “La sinistra europea in camicia bianca” (Contamina Srl): c’è un romanzo al quale è particolarmente legato e perché?

«Si, “Il cabalista di Praga” di Marek Halter. Un libro che ho letto tutto d’un fiato nel viaggio in treno dell’anno scorso da Villa San Giovanni a Napoli. Sono due gli elementi che mi legano a questo scritto. In primis il richiamo alla cultura ebraica e alla sua storia millenaria a cui sono affezionato e interessato per motivi di studio e personali; e in secondo luogo perché è ambientato a Praga. Una città che amo e a cui penso con frequenza, perché vi ho trascorso periodi significativi della mia vita. Tra le pagine di Halter mi sembrava di stare di nuovo a Josefov, il quartiere ebraico della capitale della Repubblica Ceca. In fondo, prima o poi, tornerò».

Ci parli , in particolar modo, del suo ultimo lavoro.

«“La sinistra europea in camicia bianca” è un libro nato durante i mesi in cui ho lavorato per Ateniesi in qualità di vicedirettore e redattore di politica estera. Ogni giorno leggevo e affrontavo varie tematiche internazionali. Erano mesi in cui ci si avvicinava alle elezioni europee e per un europeista convinto come me è uno dei momenti politici più importanti. Peccato non sia così per i nostri politici, che usano Bruxelles come una sorta di “cimitero degli elefanti” per esponenti che hanno concluso la loro carriera in Italia. Sono state settimane delicate, dove la crisi economica è stata uno spunto per ripartire anche e soprattutto dal punto di vista politico. Forse questa depressione ha segnato lo spartiacque per la sinistra europea da quella del Novecento e così ho preso in considerazione alcuni nuovi leader che in Italia, Francia, Spagna e Gran Bretagna hanno contribuito a rinnovare la loro parte politica. Credo che Matteo Renzi e Manuel Valls abbiano le carte in regola per svecchiare la sinistra dei loro paesi, ma a patto che passino entrambi da elezioni politiche, dal voto popolare. Solo quello può dargli una vera legittimità. Al momento questo non è avvenuto e quindi l’unico che indossa la camicia bianca con un “certo stile” rimane ancora Tony Blair. Vedremo cosa accadrà tra qualche anno».

Ci può raccontare una sua giornata “tipo”, per far capire ai nostri lettori come un uomo culturalmente e socialmente impegnato come lei riesce a coniugare impegni e vita quotidiana?

«Mi piace svegliarmi presto e scrivere. Spesso completo una parte del lavoro nelle prime ore della giornata e soltanto dopo faccio colazione. Poi iniziano le telefonate e i giri in macchina per raccogliere notizie e incontrare persone. Anche se non amo la velocità, mi rendo conto che è diventata un paradigma della nostra epoca. Quindi mi adeguo e cerco di concludere entro una certa ora le mie giornate per dedicarmi agli hobby: jogging, lettura e mare sono quelli quotidiani. E durante l’anno non rinuncio a una vacanza. Il segreto per fare tutto ciò è razionalizzare il tempo, che soprattutto nell’età contemporanea è diventato un bene primario».

L’articolo che ha scritto e che è rimasto impresso nella sua memoria…

«Beh, mi appassiono quando vado a “scavare” nelle vicende. I salesiani a Taormina, il piano regolatore di Taormina. Leggendo verbali e vecchi documenti si scoprono tante cose e si comprende quanto siano banali le semplificazioni che si leggono oggi sui social network. Nella mia memoria, però, ci sono gli articoli in cui ho intervistato Batsheva Cohen, una donna che è stata attraversata dalla brutalità dei campi di sterminio nazi-fascisti e che ha vissuto quell’esperienza insieme a Primo Levi. Poi mi viene in mente l’intervista a Gabriele Lavia, al rabbino Joseph Levi e anche a un politico locale che si era definito “leader dell’opposizione” anche se non lo era. Per quel motivo lo presi in giro e per mesi non mi salutò. In realtà mi saluta a stento anche oggi, ma va bene così».

Anche io sono siciliana come lei e, pur essendo lontana da decenni dalla mia terra, non è facile staccarsi dalle proprie origini e non sentirsi siciliani sempre, ovunque; come vive lei il rapporto con la sua Sicilia?

«È un rapporto di odi et amo. Sono consapevole della bellezza della Sicilia, ma non le risparmio critiche. Sciascia aveva compreso molte cose, ma Enzo Biagi da ottimo narratore ha sintetizzato al meglio le nostre caratteristiche: «La Sicilia è un’isola abitata da italiani esagerati. La loro natura è composta da due estremi, perché sono sommamente timidi mentre trattano gli affari propri e di una incredibile temerarietà dove si tratta del maneggio pubblico». Aggiungerei che la Sicilia è come una bella donna poco istruita: quando la senti parlare, le tue aspettative diminuiscono».

Quali sono le sue letture preferite? E gli autori ai quali si sente più vicino?

«Oriana Fallaci, Leonardo Sciascia, Ernst Jünger, Luis Sepulveda e Antonio Tabucchi. Per quanto riguarda la scrittrice fiorentina direi “La rabbia e l’orgoglio”, perché penso che la Fallaci aveva compreso molte cose e aveva avuto il coraggio di squarciare il velo dell’ipocrisia della sinistra italiana. Di Sciascia, invece, vado controcorrente e dico “Il mare colore del vino”, una raccolta di racconti che mi fanno assaporare la Sicilia quando sono lontano e fanno venire in mente quel mare che solo un siciliano può conoscere davvero in tutte le sue sfumature. Di Junger direi “L’Operaio”, perché fotografa perfettamente la nostra realtà della “tecnica”, mentre di Sepulveda mi affascinano tutti i suoi libri che mettono in contatto l’uomo con la natura e le sue passioni».

Il giornalista , di qualsiasi tempo, che per lei rappresenta un esempio

«Indro Montanelli. Un vero professionista che non si piegava al partito o al presidente del Consiglio di turno. È stato la dimostrazione vivente che è possibile fare questo mestiere senza stare sotto la sottana di qualche partito o capo bastone. Una speranza per chi crede nell’utopia della meritocrazia».

Il romanzo che avrebbe voluto firmare lei…

«“Sostiene Pereira” di Antonio Tabucchi, ma in fondo non ne sono così sicuro. Non sarebbe stato quel libro straordinario che tutti conosciamo».

Quale è il suo rapporto con i lettori?

«Non buono, perché penso sempre di aver detto tutto nei libri e negli articoli che scrivo e quindi il resto possono dirlo loro senza che io intervenga».

Come considera il mondo dell’editoria oggi e cosa consiglierebbe a un aspirante scrittore?

«Anche il mondo dell’editoria è in un momento di passaggio. Occorre ridefinire i pilastri fondanti, ma non abbatterli. L’editoria deve avere il coraggio di “osare” e investire con maggior convinzione sugli ebook. Il consiglio che darei a un giovane scrittore è realizzare un fumetto in stile Simpson ispirato, però, alla realtà italiana e non a quella americana. Ci sarebbe da divertirsi».

Valerio Morabito da bambino, i suoi sogni, le sue paure…

«Sognavo di giocare nella Juventus, ma a quanto pare non ci sono riuscito. Inoltre sognavo di stare tutto il giorno con il mio cavallo e la mia paura era di vederlo morire. Per fortuna il mio caro “Spillo”, nonostante la veneranda età, ancora mi fa compagnia».

Valerio Morabito nel suo futuro: come si vede tra qualche anno?

«Vorrei continuare a scrivere, a fare servizi di approfondimento anche dall’estero. Magari da Israele, Paese che amo molto, o dalla Germania, nazione che ha sempre affascinato uno studente di filosofia come me».

Un motto o una frase che possa descrivere se stessa…

“Qualcosa come?, rispose Pereira. Beh, disse la signora Delgado, lei è un intellettuale, dica quello che sta succedendo in Europa, esprima il suo libero pensiero, insomma faccia qualcosa. Sostiene Pereira che avrebbe voluto dire molte cose. Avrebbe voluto rispondere che sopra di lui c’era il suo direttore, il quale era un personaggio del regime, e che poi c’era il regime, con la sua polizia e la censura, e che in Portogallo tutti erano imbavagliati, insomma che non si poteva esprimere liberamente la propria opinione, […] Capisco, replicò la signora Delgado, ma forse tutto si può fare, basta averne la volontà”. «È un breve dialogo presente nel libro “Sostiene Pereira” di Antonio Tabucchi. Sintetizza molto bene ciò che provo a essere ogni giorno».

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