Un festival che si rispetti non è obbligatoriamente ed esclusivamente costituito da ospiti internazionali, grandi nomi dello showbiz, bollicine e paillette. Il divismo fa colore, non v’è dubbio. Ma non è possibile basare su di esso la consistenza di una rassegna. Utopisticamente parlando, l’ideale sarebbe che i divi presenti al TaorminaFilmFest presentassero anche i loro ultimi lavori. Cosa che, a onor del vero, è accaduta: si pensi a “Man of Steel” e a “Dragon Trainer”, nelle ultime edizioni. Sinceramente – e senza nulla togliere ai fratelli Vanzina – quest’anno ci aspettavamo qualcosina in più rispetto a “Torno indietro e cambio vita”. Ad ogni modo, ben consapevoli del particolare periodo della stagione cinematografica in cui si svolge la kermesse e delle difficoltà che si riscontrano nel convincere major e produzioni, rifuggiamo qualsivoglia cruccio e rammarico. Sarebbe iniquo non riconoscere che sono state tantissimi le star sbarcate a Taormina nelle ultime tre o quattro edizioni, ma è direttamente proporzionale la consapevolezza che questo Festival deve ancora crescere, per potersi confrontare e raggiungere lo stesso grado di appeal di altre rinomate rassegne che – non va dimenticato – godono di ben altro tipo di budget. Questo non vuole e non deve suonare come una giustificazione o un’attenuante.

In 61 anni di storia abbiamo ben poco da invidiare ad altri e, sebbene l’erba del (più o meno) vicino è sempre più verde, vantiamo una location mozzafiato che, senza rischio di smentita, nessun festival del cinema può ostentare. E’ indubbio, ci sono stati tempi migliori. Al posto di rimpiangere nostalgicamente i fasti del passato e rintanarci nel disfattismo/scetticismo, è sicuramente più costruttivo guardare con occhio analitico gli aspetti poco felici della manifestazione e quanto ha lasciato un po’ a desiderare. Lo spirito critico non è mai troppo. Per così dire, “a caldo”, viene subito in mente la ressa di giovanissimi in occasione delle Taoclass e degli incontri del Campus: a quanto pare per tantissimi dei presenti in sala, quell’ora di interessante chiacchierata e lezione di cinema è finalizzata esclusivamente alla firma di un autografo o, da quando sono stati istituiti, allo scatto di un selfie. Già durante gli incontri si assiste puntualmente a folle che si accalcano lungo i corridoi laterali della sala e a veri e propri assalti, tra spinte e gomitate. E se uno stimolante momento di approfondimento deve essere mutilato da tali scene, che vedono dieci minuti di fuoco durante i quali regna l’indisciplina, dar vita a un tempestivo firmacopie potrebbe essere un’idea. Così come risulta inconcepibile che, spesso e volentieri, vengano occupate le prime file riservate non tanto alla stampa quanto ai fotografi, impossibilitati a svolgere il proprio lavoro. Se si è intenzionati a dare esclusività e prestigio a una rassegna cinematografica, si cominci proprio dall’istituire un servizio di sala, per il quale stagiste e bodyguard risultano decisamente carenti. Educare il pubblico è fondamentale. E’ legittimo dare a tutti la possibilità di partecipare ma è altresì doveroso imporre ai medesimi delle regole e delle limitazioni, a partire soprattutto dall’aspetto comportamentale. Un pubblico che, per quanto numeroso, acclama idoli delle webseries o delle serie tv, riservando a colossi come Susan Sarandon, Carlos Saura o Patricia Arquette poco più che una fredda accoglienza. A riprova del fatto che si tratta di un pubblico poco selezionato. Non vuole questa essere una discriminazione tra artisti ma i meritati onori vanno tributati alle vere icone di Hollywood e nostrane.

Ribadendo che lustrini e popolarità giovano all’economia di un festival ma fino a un certo punto, possiamo dirci pienamente soddisfatti di alcune piacevoli scoperte o, per meglio dire, conferme. L’edizione 2015 del TFF ha visto più di 70 grandi ospiti. Ma il festival che ci è piaciuto è stato quello di Richard Gere, Susan Sarandon e Patricia Arquette: professionisti che abbiamo amato, osannati in tutto il mondo, capaci di regalare grandi emozioni sul grande schermo e non solo. Hanno raccontato la loro storia, le loro carriere, storie di cinema e i loro progetti. E hanno dimostrato di saperne parlare, incantando la platea, ma dando prova di grande spessore intellettuale, trattando temi d’attualità e denunciando problematiche sociali. Persino dietro l’ammasso di muscoli e l’imponenza fisica dello svedese Dolph Lundgren, che ha interpretato il campione sovietico Ivan Drago in “Rocky IV” (quello di “ti spiezzo in due”, per intenderci), si è rivelata la personalità sensibile di un grande appassionato di ingegneria meccanica, cultore delle arti marziali e del poliglottismo. Insomma, contenuti oltre che volti: storie da raccontare anche al di fuori di una sceneggiatura e di un personaggio da interpretare. Vite vissute che si spogliano del loro divismo e mettono a nudo la loro umanità, la loro semplicità.

Tra i più attesi dell’edizione, Richard Gere, che non si è limitato alla “toccata e fuga” ma che ha trascorso parecchi giorni alla scoperta dell’isola, tra Noto, Agrigento e Ortigia (proprio lui, cresciuto a Syracuse, cittadina nello stato di New York). L’intramontabile sex symbol, ormai canuto, indissolubilmente associato a “American Gigolò”, “Ufficiale e Gentiluomo” e all’amatissimo “Pretty Woman”, ha imposto la propria volontà di proiettare in anteprima italiana il suo ultimo film, “Time Out of Mind”. Per il divo di Filadelfia è stata la seconda visita in Sicilia, a distanza di quindici anni da quella in compagnia del Dalai Lama, e ha riservato parole d’amore per l’Italia, dove nel lontano ‘79 ha ricevuto il primo premio della sua carriera cinematografica, assegnatogli in occasione dei David di Donatello per “I giorni del cielo” di Terence Malick: “In quella cornice incontrai tantissimi grandi del cinema con cui ero cresciuto” – racconta l’attore – “e nel backstage incontrai Giulietta Masina”. Con imperturbabilità ai limiti della trascendenza, racconta l’esperienza della produzione del suo ultimo film, nato da un’idea propostagli 12 anni fa: “Ho letto il libro “Land of the Lost Soul”, scritto da questo homeless newyorkese, Cadillac Man, e, da quel crudo e realistico stile di scrittura a resoconto della propria vita, ho capito che era quello il tono che avrei voluto adottare per il film”. Per le riprese, basate sulla sceneggiatura riscritta da Oren Moverman, Gere e l’intero cast tecnico si sono resi invisibili, mimetizzandosi, e sono andati in giro per la città di New York. Macchine da prese nascoste dietro le vetrine e dietro gli edifici, questo il trucco: “Nei miei “nuovi” panni nessuno mi ha riconosciuto, nessuno ha osato avvicinarsi. Non era il Gere attore e tutti si sono dimostrati indifferenti. Mi sono reso conto di quanto tutto sia finzione, pura illusione. Un’esperienza molto profonda. E’ il film di cui vado più fiero”. Gere racconta come sono cambiate le dinamiche economiche degli studios e come il suo cinema più recente sia stato rivolto a storie meno commerciali e più vicine al cinema indipendente: “21 giorni di riprese per non dare l’idea che fosse un film indipendente opportunamente costruito con chissà quali mezzi economici”.

Prossimamente sarà in uscita anche “Franny” dell’esordiente Andrew Renzi, in Italia distribuito da Lucky Red, in cui interpreta un personaggio “eccentrico ed insolito, con capelli e barba lunga”. Continuamente e instancabilmente a lavoro, ha finito di girare, appena sei settimane fa, “Oppenheimer Strategies”, scritto e diretto Joseph Cedar: un thriller politico che ha come protagonista un ebreo newyorkese, un millantatore, che ambisce a far parte della cerchia dei potenti. E nel bel mezzo della Taoclass, non poteva farsi mancare una tazza del suo thè preferito, di cui è grande bevitore. Della sua vita non cambierebbe nulla e si sente un privilegiato per aver avuto l’onore e l’opportunità di raccontare storie, attraverso i film e la propria vita, essendo pagato per farlo: “Ho iniziato a recitare a 19 anni, con il teatro. Poi ho fatto 3-4 film uno dietro l’altro e, quando sono tornato a New York, mi sono reso conto che i tre cinema più importanti della 3rd Avenue avevano in programmazione tutti i miei tre film. Lì ho capito che forse avevo fatto il “salto”. Per la prima volta c’era la stampa internazionale”. Alla giornalista che gli chiede un bacio, risponde: “Non sono più un ragazzino! Quando ho fatto una conferenza stampa a Sarajevo per “The Hunting Party”, una ragazza si sentì in dovere di ringraziarmi a nome di tre generazioni di donne della propria famiglia. E’ stato il più bel complimento mi sia stato fatto!”. Gere investe il mondo intero della responsabilità del problema dell’immigrazione: “Qui in Sicilia sbarcano tantissimi migranti, che fuggono da povertà e violenza, ma l’immigrazione è un problema globale. Cercano rifugio e sicurezza ed è nostro dovere garantirgliela, anche per garantirla a noi stessi. I tumulti in Africa stanno all’origine del problema e tutti i Paesi dovrebbero farsi carico della responsabilità e intervenire alla radice del problema”. Al Teatro Antico, ritira il Premio e posa per i fotografi seduto sulle scalette del palco, salvo poi invitare tutte le donne a fare una foto con lui! Terrificante il conseguente assalto – contro ogni norma di sicurezza – e l’agitazione tangibile nello sguardo allibito degli addetti alla security e all’ordine pubblico.

Non è stata da meno Susan Sarandon, mordace, scoppiettante e disarmante. L’attrice Premio Oscar nel ’96 per “Dead Man Walking” ha esordito commentando la clip di “The Rocky Horror Picture Show” in cui Frank-N-Furter (Tim Curry) intona “Sweet Transvestite”: “I travestiti ne hanno fatta di strada dall’epoca, ormai si chiamano transgender”, commenta l’attrice. Amatissima per la sua interpretazione in “Thelma&Louise” e convinta attivista, da sempre schieratasi contro i conflitti, dal Vietnam all’Iraq, Susan non si è mai sentita un modello per gli altri, pur prendendo i ruoli accettati e interpretati con estrema serietà: “Cerco sempre di interpretare un ruolo e una sfida nuova, che piaccia soprattutto alla sottoscritta, conciliando esigenze, lavoro e famiglia. E magari anche ruoli che alla prima lettura mi spaventano”. Semplice, ancora bella ed elegante, ammette che, nel bilancio della propria carriera, i “no” detti posso aver dato adito a ripensamenti ma considera i “sì” molto più rischiosi. Una Sarandon degli esordì figurò in “La Mortadella” (1971) di Mario Monicelli e in “Io e il Duce” (1985), serie tv di Alberto Negrin: “Quando ho fatto il film con Sophia Loren non avevo la benché minima idea di chi fosse il regista e per una settimana sono stata sul set senza capire cosa stesse succedendo e cosa stessi facendo: l’intera troupe parlava l’italiano e io non spiccicavo una parola. La seconda esperienza è avvenuta in un’estate un po’ travaglia, cruciale per la mia carriera. Stavo decidendo se rimanere o meno nello showbiz, in quanto mi sembrava che il mio mestiere non fosse più così interessante. Andai parecchio in giro per l’Italia e alla fine dell’estate rimasi incinta in modo assolutamente non pianificato. Anzi se qualcuna avesse difficoltà a rimanere incinta le consiglio di passare un’estate in Italia!”. L’attrice, di origini ragusane da parte di madre, si è detta dispiaciuta di non aver scoperto prima della vicinanza di Taormina a Ragusa: avrebbe fatto volentieri una visita ai parenti. Di recente, la Sarandon ha anche avuto una lunga conversazione con Samantha Cristoforetti ed è rimasta sorpresa che quest’ultima fosse a conoscenza del suo documentario con Joseph Campbell: “Mi ha fatto fare un giro virtuale della navicella. Le ho chiesto come faccia, da italiana, a stare tutto quel tempo senza dell’ottimo cibo e lei mi ha risposto di avere con sé l’olio d’oliva e che a breve le sarebbe arrivata una macchina per il cappuccino”. Ma quanto c’è di Susan nei ruoli interpretati? “A volte vorrei essere più presente e forse prendere più alla leggera certi aspetti della mia vita, lasciandomi infastidire meno dalle tante piccole cose che magari poi mi rovinano la giornata. Vorrei essere più brava a non giudicare troppo gli altri e quindi a perdonare”. Ammette, tuttavia, che è difficile trovare nella grande industria cinematografica due grandi attrici coetanee entrambe protagoniste del medesimo film: di solito si scade nel cliché madre-figlia o comunque in un rapporto conflittuale. Prossimamente la vedremo nei panni di una nonna lesbica al fianco di Naomi Watts e, in un altro film, madre di Rose Byrne. Se non avesse fatto l’attrice, Susan magari si immagina psichiatra, psicologa o insegnante, per il particolare approccio che queste professioni hanno con le persone. Sui fatti di Charleston dichiara: “Anche se quando prendo posizioni impopolari, quello che dico viene strumentalizzato, non voglio essere connivente di una certa mentalità. Negli States abbiamo due problemi molto radicati: razzismo e un numero incredibile di armi. Se le due cose si uniscono accadono cose così terribili. Si tratta di una lobby molto forte e credevo che si sarebbe potuto intervenire legislativamente, ma così non è stato. Nel South Carolina è addirittura possibile esibire le armi come una borsetta. La costituzione parla del diritto dei cittadini di difendersi con le armi, ma quelle a cui fa riferimento sono i moschetti. Insomma, qualcosa non proprio facile da caricare… Se avvertite la necessità di difenderti compratene uno, ma non le armi che circolano oggi. Sono stati fatti tanti progressi, come ad esempio sui diritti degli omosessuali, ed è stato eletto il primo Presidente di colore nella nostra storia, ma spesso tutto questo scatena le reazioni più retrograde e radicali. Alcuni Americani sono pronti a cambiare, altrettanti no”. Sulla possibilità di una Presidente donna: “Per il futuro vorrei qualcuno che non fosse legato ai poteri forti o al mondo della finanza. Al mondo ci sono tanti validi Presidenti donna. Ma io non voto con la mia vagina e credo sarebbe un insulto eleggere una donna in quanto tale”. La Sarandon non fa mancare apprezzamenti su Papa Francesco e sulla sua missione di servire la gente, combattendo anche la corruzione all’interno del Vaticano: “Apprezzo la sua umiltà e mi preoccupa – non so perché – sentirgli dire che il suo sarà un pontificato breve. Il suo predecessore, dimissionario quando l’atmosfera ha cominciato a scaldarsi, era un nazista. In tanti lo sono stati ma nessuno ha tentato di diventare Papa. Con il tempo si deve perdonare, ma lui ha continuato consapevolmente a coprire molti crimini e coloro i quali hanno commesso cose orribili e riprovevoli. Non credo fosse un brav’uomo e non ritiro quello che ho detto”. Si definisce una “caratterista”, capace con molta umiltà e comicità a calarsi nei personaggi più disparati, a differenza di molti colleghi cristallizzati nella loro personalità: lei si annoierebbe. Infine, la Sarandon torna sul tema delle disparità di trattamento ad Hollywood: “E’ un dato di fatto, ci sono molti meno ruoli per le donne perché sono poche le donne a occupare ruoli di potere all’interno degli studios e gli uomini mancano dell’immaginazione per scrivere ruoli femminili da protagonisti. Non è una questione di quantità, ma di qualità. La questione salariale è nota a tutti. La speranza è riposta in giovani e intelligenti autrici e produttrici che stanno scrivendo film e prodotti per le donne. Questa è parità, non quella esclusivamente salariale. Non dobbiamo competere con gli uomini, ma dovremmo ridefinire cosa intendiamo per successo”. La proposta: cambiare il mondo, a partire dall’educazione dei figli.

Ma dal Festival non è tutto e altri ospiti non sono mancati. Quest’anno l’Academy Award le ha conferito l’Oscar come miglior attrice non protagonista e, in occasione del suo quanto mai sentito discorso di ringraziamento, è stata applaudita dalla regina delle nomination, Meryl Streep: stiamo parlando, ovviamente, di Patricia Arquette. Caschetto biondo, dalle forme generose, un po’ sovrappensiero e dalla voce dolce e suadente. Prototipo della diva anticonvenzionale, con il fascino di un’ormai ex ragazza della porta accanto, non perde l’occasione per una risentita rampogna al “sistema” che non riconosce pari diritti tra uomo e donna, partendo proprio dall’equiparazione salariale: “Per il discorso mi sono ispirata proprio al personaggio di “Boyhood” che mi ha dato la vittoria. Sicuramente donne come lei ne incontriamo tantissimi nella vita normale di tutti giorni, difficilmente invece vengono rappresentate al cinema. Io ho pensato come sarebbe stata diversa la sua vita se avesse avuto la sicurezza economica anziché essere una madre single, costretta a cambiare città e casa, a far cambiare scuola ai propri figli, a prende decisioni spesso obbligata dalla ricerca di una stabilità. Il mondo è cambiato e tantissimi donne crescono i figli da sole. Lo stesso regista, Richard Linklater, è stato cresciuto da una madre single e lo stesso avviene oggi nel 50% delle famiglie americane (70% nel caso dei nuclei afroamericani). Una sorta di malattia sistemica che colpisce la nostra economia con una sottomissione ed emarginazione di quelle che sono le minoranze. E questo comporta una disparità economica anche sotto il profilo salariale”. Da Martin Scorsere a David Lynch, da Tim Burton a Quentin Tarantino, solo per citare alcuni dei grandi maestri con cui ha collaborato nel corso di oltre quarant’anni di carriera, scommettendo sempre su progetti spericolati e originali: “Sono cresciuto in un ambiente di persone audaci e coraggiose. La mia famiglia ha sempre amato il rischio. Mio padre era un attore o, quantomeno, ha sempre desiderato farlo, nonostante forse non abbia avuto la carriera che aveva desiderato. Mi hanno insegnato ad amare l’arte e ad averne un profondo rispetto. Essere una star, vincere dei premi o sfilare sui tappeti rossi non era nei miei piani, anche se non posso che essere grata per essere arrivata dove sono e aver vinto la statuetta. Il mio desiderio principale era, comunque, lavorare con artisti che ammiravo e ho sempre pensato che, se una parte, un ruolo o un film mi spaventavano, voleva dire che avevo qualcosa da imparare da questo. E così li accettavo”. Il progetto audace, durato 12 anni, di “Boyhood” può risultare esplicativo: quella che è, di fatto, diventata una famiglia adottiva si riuniva ogni anno per una settimana di riprese. Femminista sì ma, quando sente parlare di una Clinton alla presidenza, storce un po’ il naso. In una carriera costellata di premi, tra cinema e televisione, non si è fatta mancare niente (memorabile il successo che conseguì con la serie “Medium”). Le serie tv non sono un ripiego ma un mezzo democratico per entrare nelle case di tutti, anche dei meno abbienti. L’attrice di Chicago tornerà presto nei panni del capo della scientifica in “C.S.I.: Cyber”. A 47 anni, e con qualche piccola ruga, non ha paura di invecchiare e non riserva critiche alle colleghe che si rivolgono alla chirurgia estetica né si sente di promettere che mai vi ricorrerà. Patricia Arquette, diva d’altri tempi, si affida bonariamente alle intemperie del tempo e della natura. Almeno per adesso.

Senza dimenticare personaggi come Rupert Everett, Giovanna Ralli, Ellen Pompeo e Cecilia Peck, sono stati incontri di questo calibro a dare un’anima all’edizione 61 del Festival. Tutto ciò che non riguarda cinema, cultura e solidarietà è materia da riviste patinate. Il TaorminaFilmFest abbassa il sipario e dà appuntamento all’anno prossimo.

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