Essere stato un bambino maltrattato, abusato significa diventare un adulto violento ed abusante? Avere dei genitori divorziati significa necessariamente sviluppare traumi affettivi, emotivi nelle relazioni che caratterizzano la propria quotidianità? Essere un bambino abbandonato, crescere in un istituto comporta la formazione di eventi negativi tali da inficiare una crescita positiva? Ecco che entra in gioco la resilienza; termine che trova le sue origini nel campo della fisica per indicare la capacità di un metallo di riprendere la propria forma dopo aver ricevuto un colpo non abbastanza forte da provocarne la rottura. Oggi, questo termine, lo si usa in ambito educativo, formativo e sociale. Gli studi pedagogici hanno definito la resilienza come la capacità di far fronte, resistere, integrare, costruire e riorganizzare positivamente ed attivamente la propria vita nonostante si siano vissute situazioni difficili.

L’uomo, sostiene la sociologia, ha sempre dimostrato innumerevoli capacità positive nel far fronte alle difficoltà, alla povertà, alle malattie. In qualità di genitori, pedagogisti, insegnanti ed educatori si ha la responsabilità di rendere l’utente il più resiliente possibile, bisogna essere portatori sani di speranza, gioia e diffondere l’idea secondo cui “l’altro” va scoperto con sguardo curioso e rispettoso. Per ottenere questo, bisogna essere, secondo Boris Cyrulnik tutori di resilienza; i primi ad indossare questi abiti dovrebbero essere i genitori, alfieri di una buona e valida educazione. Quando si è colpiti da un evento traumatico, quando ci si trova in condizioni difficile da gestire, non è sempre facile trovare le parole giuste per comunicare, difficilmente si attua il concetto di resilienza. Il processo di resilienza, pertanto, richiede diverso tempo, diventa utile riconoscere gli elementi di difficoltà, indagarli, valutare le possibili conseguenze, il continum deve essere rappresentato da: un prima, un mentre e un dopo.

Educare alla resilienza richiede di conoscere ciò di cui si sta parlando, la certezza di diventare altro; in qualità di genitori, di pedagogisti si è responsabili delle scelte formative, occorre seguire i tempi, i bisogni, ascoltare le richieste non focalizzando la propria attenzione solo sulle condizioni di dolore. Il sostegno e l’aiuto, che si daranno nel processo di resilienza, non riguardano solo coloro che si trovano in situazione di vulnerabilità, ma riguardano anche coloro che stabiliscono leggi, costruiscono servizi socio-educativi. Ecco, che il processo di resilienza lo si trova in tutte le sfaccettature della vita. Un buon educatore, per aiutare a superare le situazioni traumatiche dei bambini dovrà costruire l’identità resiliente, stabilendo un notevole collegamento empatico con la persona che si trova di fronte. Nella nuova e buona scuola, la resilienza dovrebbe essere la “pillola” d’aiuto sia per i docenti che per i discenti, nella convinzione di attuare ed essere protagonisti attivi di un concreto processo d’apprendimento e di formazione critica.

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