Da sinistra a destra: Tiziana Rocca, Max Tortora, Giulia Michelini, Rosario Dawson, Paola Minaccioni, Raoul Bova, Paolo Del Brocco, Carlo ed Enrico Vanzina
Da sinistra a destra: Tiziana Rocca, Max Tortora, Giulia Michelini, Rosario Dawson, Paola Minaccioni, Raoul Bova, Paolo Del Brocco, Carlo ed Enrico Vanzina

Sciolte le prevenute riserve sulla prima giornata della kermesse, il weekend taorminese continua a regalare sorprese. La giornata si apre con la conferenza stampa di presentazione di “Torno indietro e cambio vita”, ultima commedia dei Vanzina Bros., indiscussi geni della commedia all’italiana. Presenti in sala i protagonisti del film: Raoul Bova, Giulia Michelini, Max Tortora, Paola Minaccioni. Assente giustificato Ricky Memphis, impedito da motivi di salute. Immancabile l’assalto delle “fan”, in visibilio estatico, alla caccia di un ormai tradizionale selfie o autografo, tra urla, calci e gomitate. Con un’operazione nostalgia, l’idea è quella di un viaggio nel tempo che ha per set gli anni ’90: l’idea del tuffo nel passato, d’altro canto, non è nuova per i Vanzina (“Il cielo in una stanza” del ’99). Nemmeno la scelta dell’epoca è casuale bensì ponderata in relazione alla reale età anagrafica degli attori. Alla base della trama il desiderio di poter cambiare il proprio destino, intervenendo proprio sul passato al fine di modificarlo. Una fuga dal presente (o futuro).  Non traspare minimamente il senso di nostalgia verso l’epoca in questione, anzi l’effetto paradossale è reso dalla situazione dei due protagonisti, quarantenni, che tornano alla vita dei tempi del liceo. Tuttavia, il destino non si può combattere e dai grandi amori non è possibile separarsene. Una storia pulita, frizzante, tenera: “Un film che fa bene al cuore” – lo definisce così Enrico Vanzina – “di quelli che quando finisci di girarli ti senti felice”. Max Tortora intrattiene il pubblico con una spassosa imitazione di Alberto Sordi mentre una timidissima Giulia Michelini si mostra evidentemente impacciata con il microfono in mano. Il film è prodotto da Cattleya e Rai Cinema, distribuito da 01 Distribution, e sarà in 400 sale dal 18 giugno prossimo. L’idea è quella di “allungare” la stagione cinematografica e di garantire un’uscita di film meno intesa e concentrata unicamente in certi periodi dell’anno. E’ stato inoltre trasmesso al Teatro Antico con un’innovativa app gratuita, Sub-IT Access, per coloro i quali avessero disabilità visive e uditive.

Snella e scorrevole la trama: Marco ha una vita invidiabile, con una bella famiglia, una bella casa e un ottimo lavoro. Ma, all’improvviso, Giulia, la donna che per 25 anni ha amato come il primo giorno, gli confessa di avere un altro uomo e decide di lasciarlo. Marco si trasferisce, quindi, in un residence come il suo collega Mariotti, costantemente deriso perché “cornificato” dalla moglie. A sostenere Marco l’amico di sempre, Claudio, al quale manifesta il proprio desiderio di tornare indietro fino al giorno in cui Giulia è entrata nella sua vita. L’amico, a sua volta, è insoddisfatto della propria vita: non si è sposato e ha la madre alle prese con problemi di alcolismo, dopo l’abbandono da parte del marito. Coinvolti in un incidente da un’auto che li investe per strada, i due vengono catapultati sui banchi di scuola, ancora adulti ma agli occhi di tutti normalissimi diciottenni. Rivivono le esperienze già vissute, agendo stavolta con una maturità e un punto di vista differente. Riuscirà Marco a respingere Giulia e a resisterle? Insomma, quasi avesse una seconda occasione per determinare il proprio futuro. Esilaranti le reazioni di coloro che, negli anni ’90, sentono parlare di Grillo (non come comico ma in quanto fondatore di un movimento politico) e di una moneta, l’Euro, che ha un potere d’acquisto notevolmente inferiore rispetto alla Lira. Nel complesso, una commedia efficace e ben costruita. “Io sono uno dei pochi” – dichiara Carlo Vanzina – “che, quando va a vedere un film di colleghi e ne rimane positivamente colpito, alza la cornetta e li chiama. Ho chiamato Brizzi per “Notte prima degli esami”, Genovese per “Immaturi”. Sono rimasti sinceramente sorpresi ma si sono detti entusiasti della telefonata perché sono cresciuti con i miei film. Questo un po’ mi ha fatto sentire vecchio ma ho capito che c’è un denominatore comune: se i film piacciono al pubblico, hanno gradimento, vuol dire che c’è qualcosa che funziona. Nonostante l’avanzare del tempo, tentiamo di rimanere in sintonia con il pubblico. Noi siamo legati alla vecchia commedia all’italiana, quella di nostro padre (Steno n.d.r.) e di Monicelli. Tentiamo di portare la commedia ai tempi nostri”. Raoul Bova confessa simpaticamente di aver posseduto in gioventù un Califfone (come nel film quello di Ricky Memphis), ciclomotore Atala che lui definisce un po’ da “coatto”, che poi traduce in “zaurdo”. L’attore si dichiara timido e tenta quasi di negare la propria fama di sex symbol, aggirando le domande della stampa. Bova ricorda anche i tempi in cui non destava particolare interesse nelle donne, non riscuotendo un particolare successo, fino alla scena di “Piccolo Grande Amore” (diretto proprio da Carlo Vanzina) in cui interpretando un maestro di surf, nuotando delfino, usciva trionfalmente dall’acqua. La fama che ne seguì è nota a tutti. Ma i Vanzina e il cast di “Torno indietro e cambio vita” sono stati anche indiscussi protagonisti della serata: presenti in platea per l’anteprima del loro film, non si sono mossi fino alla fine dei titoli di coda. Un gesto, da parte di ospiti del Festival, al quale non ci capitava di assistere da tempo. Onore a questi grandi maestri della risata per aver dimostrato che un festival non deve ridursi a sterile “passerella” di celebrità e volti noti.

E’ quindi il turno del primo film in Concorso, il thriller “The Reach – Caccia all’uomo” di Jean Baptiste Léonetti, con Michael Douglas e Jeremy Irvine. Ben ha 25 anni, idealista e innamorato della natura. Professione: guida. Conosce il deserto del Mojave, in Nevada, e a lui si rivolge lo spietato John Madec, ricco uomo d’affari e assassino senza scrupoli. Unico testimone di un involontario omicidio durante la battuta di caccia, per Ben inizia un gioco al massacro e una vera e propria caccia all’uomo di cui diventa la preda. Sicuramente non imperdibile, anzi, prevedibile, a tratti monocorde e persino noioso. Dopo i primi 15 minuti, può sembrare superflua la visione del resto del film. Sembra una riscrittura di “Killing Season” (2013) con De Niro e Travolta. Il tutto condito da spari e colpi in salsa new western.

Tutta un’altra storia per “L’ultimo metro di pellicola”, documentario di Elio Sofia, in Concorso per la sezione “Filmmaker in Sicilia”. Con estrema sensibilità e dolcezza, il regista, alla sua opera prima, realizza un sincero e credibile tributo ai “sogni di celluloide”. Il documentario nasce dalla voglia di raccontare, o meglio denunciare, la scomparsa di un mondo: quello della pellicola. Un omaggio alla storica Via De Felice di Catania, dove un tempo erano presenti tutte le sedi di distribuzione e di noleggio pellicola per la Sicilia e la Calabria. La tematica trattata è un’evidente scelta di cuore. Un film ibrido, con una connotazione che, a pieno titolo, è possibile definire “autoriale”. A colpire in particolar modo la fotografia, la tecnica narrativa e il grande rispetto con cui viene sviluppata. Al centro del docufilm la svolta epocale che ha visto il passaggio da analogico a digitale. La pellicola si congeda ufficialmente dalla cinematografica, lasciando spazio a tecnica e progresso, al termine di una “onorata carriera” lunga un secolo. Merito assoluto del regista, presente in sala, l’aver trattato la materia con grande rispetto e affetto, senza tuttavia scadere nella pura nostalgia. Elio Sofia presenta il fenomeno nella sua genesi siciliana e tributa i meritati onori alle vere menti del cinema: i proiezionisti, tecnici che dall’alto di una cabina, un po’ alla Prometeo, regalano il cinema agli uomini. Proiezionisti che, nella difficoltà del proprio mestiere, si rendevano meritevoli della buona riuscita dello spettacolo quasi quanto cast artistico e tecnico. L’avvento, infatti, del digitale rischia di cancellare, o sicuramente di trasformare irreversibilmente, la storia della Cinemeccanica. Filmare in pellicola diventa quasi una scelta vintage e, in ogni caso, consapevole che la digitalizzazione seguirà ugualmente in maniera naturale. Nonostante il fascino, uno spreco, in poche parole. Sofia ripercorre la storia della settima arte e della filiera cinematografica, dalle origini alla contemporaneità, passando per le grandi innovazioni del passato. Un mondo e una storia che si sgretola, destinata a cadere nell’oblio. Quella singola strada è l’espediente per narrare un fenomeno di ampio raggio e, allo stesso tempo, oggi luogo simbolo della dolorosa realtà di tantissime “pizze” mandate al macero e volgarmente buttate nei camion della nettezza urbana. In realtà un ritiro imposto quasi dalle stesse produzioni, per ragioni di diritti d’autore. A ispirare il regista e a guidare lo spettatore lungo il viaggio è lo sguardo magnetico di Tea Falco, musa di Bernardo Bertolucci. Tantissimi i contributi: Franco La Magna, Leo Gullotta e Daniele Ciprì raccontano aneddoti ed espongono la tematica con gli occhi di chi il cinema l’ha fatto per decenni. Allo stesso modo di storici esercenti, che da sempre hanno fatto del cinema il loro pane quotidiano. Impotenti testimoni, e vittime, del progresso sono, infatti, le maestranze che per anni, manualmente, hanno riparato i metri di pellicola danneggiati. Storici proiettori vanno in pensione dopo cinquant’anni di storia, per essere soppiantati da altri che avranno una prospettiva media di cinque o sei anni e, paradossalmente, destinati a essere “superati”.  Per dirla quasi alla Humphrey Bogart: è il progresso, bellezza! E tu non puoi farci niente… La colonna sonora di “Nuovo cinema paradiso” riaffiora alla mente in maniera spontanea. Uno dei capitoli più dolorosi è proprio il tracollo della SAC (Società Ausiliari Cinema). Un palcoscenico e una vetrina importante, quella di Taormina, per la presentazione di un documentario, quantomai pertinente all’interno della programmazione di un festival cinematografico. “La fallibilità delle macchine” – afferma Sofia – “lascia ancora una speranza all’uomo”. Elogio e valorizzazione dell’imperfezione in tutta la sua bellezza, non annoia, non scade nel sentimentale e nel retorico. Grazie Elio! Obbligatoriamente da monitorare, in ottica premiazione.

La serata al Teatro Antico vede la cantante argentina Lola Ponce dedicare parole d’amore alla Sicilia e l’anteprima di una nuova canzone: a consegnare il Premio i fratelli Chemi. Tocca, quindi, al “solito idiota” Fabrizio Biggio che in un inglese maccheronico invita Rosario Dawson a scattare una foto e a fare una passeggiata. Premio anche ai fratelli Vanzina che auspicano una calorosa accoglienza di “Torno indietro e cambio vita”, come quella che, nel ’75, ricevette “Amici Miei” di Monicelli (ai tempi Carlo era aiuto regista). Paola Minaccioni, dal canto suo, si sente in dovere di baciare Raoul Brova a nome di tutte le donne presenti. Un’intensa giornata giunge, così, al termine. Finalmente prodotti qualitativamente buoni cominciano a vedersi e non possiamo che definirci soddisfatti ed entusiasti di questo. Che il Taormina Film Fest continui!

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