Le parole del 5 agosto 1979 – «In realtà questo Paese è invece il più governabile che esista al mondo: le sue capacità di adattamento e di assuefazione, di pazienza e persino di rassegnazione sono inesauribili. Basta viaggiare in treno o in aereo, entrare in un ospedale, in un qualsiasi ufficio pubblico, avere insomma bisogno di qualcosa che abbia a che fare con il governo dello Stato, con la sua amministrazione, per accorgersi fino a che punto del peggio sia governabile questo Paese, e quanto invece siano ingovernabili coloro che nei governi lo reggono: ingovernabili e ingovernati non dico soltanto nel senso dell’efficienza; intendo soprattutto nel senso di un’idea del governare, di una vita morale del governare». Questa riflessione appartiene a un vecchio parlamentare che si chiamava Leonardo Sciascia. Era il 5 agosto del 1979 e lo scrittore di Racalmuto cercava di svegliare il Paese dal quel sonno dogmatico rappresentato dalle due chiese: la democristiana e la comunista. Si trattava di un modo di agire che non ha reso l’Italia ingovernabile, come spesso e volentieri si tende a pensare, ma governabile dai soliti noti che si muovono secondo paradigmi ben precisi.

Camilleri e quel pensiero “politico” su Sciascia – I suoi discorsi al Parlamento non erano banali, futili e televisivi. Erano profondi, acuti e controcorrente. Leonardo Sciascia ha lasciato la propria impronta anche nella politica italiana e l’ha fatto come deputato dei Radicali. Già, l’autore siciliano aveva scelto i Radicali perchè era l’unico partito, in quel momento storico, che voleva davvero «rompere i compromessi e le compromissioni, i giochi delle parti, le mafie, gli intrallazzi, i silenzi, le omertà». Idee che coincidevano alla perfezione con Leonardo Sciascia. Ed era stato proprio Andrea Camilleri a sottolineare queste caratteristiche del suo collega, considerato da sempre un vero politico: «Sciascia è stato sempre un politico, sia quando ha scritto romanzi e racconti, sia quando ha scritto articoli che hanno fatto infuriare il dibattito pubblico, sia quando è stato consigliere comunale a Palermo, come indipendente nel Pci, o appunto parlamentare radicale». Per tutti questi motivi i pensieri di Leonardo Sciascia erano lontani anni luce da alcune considerazioni di qualche politico contemporaneo.

Lo sgomento per «una doppiezza tra il dire e il fare» – Lo scrittore riusciva a mettere in luce le contraddizioni di una politica che non è mai passata di moda. Paradossi, a livello nazionale e regionale, che sono una delle cause dell’immobilismo in cui si trova il Paese e in particolar modo la Sicilia: «Una delle cose che più mi sgomentano in questa mia breve esperienza parlamentare è la constatazione di una doppiezza tra il dire e il fare e tra il dire e il dire, che si realizza in scarti minimi di tempo e di spazio, cioè tra questa aula e il cosiddetto transatlantico: tra quello che si dice e si fa in quest’aula e quello che si dice prima di entrarvi o appena usciti». La doppiezza, un’arma politica ormai consolidata e difficile da estirpare. Alla fine degli anni ‘70, Leonardo Sciascia era riuscito a comprendere un aspetto che all’epoca mostrava i suoi primi sintomi, ma oggi è degenerato e fa parte della quotidianità. In Sicilia, nel palazzo della politica palermitana, sono molti gli esempi che potrebbero ricollegarsi al pensiero di Sciascia, i quali mostrano la profonda lontananza tra il dire e il fare.

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