Il rito della passeggiata del sabato mattina è uno delle più belle abitudini che ho acquistato da quando frequento con una certa assiduità Taormina. Gli occhi di chi, come me, non è nato all’ombra del Tauro non sono mai sazi di ciò che lo sguardo incontra ed è sempre un piacere per l’anima passeggiare lungo il corso principale di buon mattino, quando ancora le strade sono quasi deserte, i camion dei fornitori non sono ancora arrivati ed i turisti ancora indugiano attorno ai buffet della prima colazione. E’ piacevole attraversare la Vostra bella cittadina, scambiare due chiacchiere con quelli che, anno dopo anno, ho imparato a conoscere se non come amici, come compagni di questo pezzo della mia esistenza che mi ha portato in questo angolo di paradiso. E così, magari un po’ forzando la mano, sento quel senso di appartenenza che chi è nato e cresciuto in città non può comprendere, quel legame forte che al cittadino è precluso ma che è assai chiaro a chi è nato in una comunità che, sebbene fortemente caratterizzata dalla vocazione turistica del territorio, resta pur sempre di quella dimensione che la connota e la denota come “paese”, nel senso più bello e nobile del termine.

E così, come ogni sabato, mi trovo a passeggiare con il mio toscano acceso e non posso fare a meno di notare come il corso principale da quest’anno sia interessato da due fenomeni; il fiorire di esercizi commerciali che a Palermo chiameremmo “rosticcerie” e il contemporaneo innalzamento di una serie considerevoli di ponteggi a schermare alcuni dei palazzi che si affacciano sulla strada principale. E se la nascita di tanti novelli rosticcieri, avvezzi ad incartare i loro “pezzi” in vassoi ed involti multicolore è forse la conseguenza ineludibile del cambiamento del modo di fare turismo anche a Taormina, l’incartamento di tanti palazzi mi appare come una iattura se non evitabile almeno migliorabile.

Il trancio di pizza, l’arancina (io la chiamerò così fino alla morte!), il pitone consumato per strada sono l’inevitabile conseguenza di un diverso modo di fare accoglienza; credo sia finito il tempo in cui Taormina potesse considerarsi una meta elitaria e questi nuovi imprenditori della ristorazione rispondono ad una esigenza che è dettata dal mercato … un pasto facile e veloce da consumare ad un buon prezzo. Non biasimo dunque l’Amministrazione per avere concesso l’autorizzazione all’apertura di questi punti di ristoro e poiché provengo da una città che dello street food ha fatto una delle sue poche eccellenze auspico, anzi, che l’offerta possa diversificarsi e migliorare nel suo livello complessivo. Trovo, invece, indecoroso che sia consentito di trasformare il corso in una specie di refettorio a cielo aperto, dove ogni gradino, ogni panchina, ogni anfratto diventi posto buono per scartare l’involto e consumare il pasto, magari lasciando guantiere, tovaglioli usati, lattine vuote e scarti in bella vista. Non è facendo spostare l’artista di strada di qualche metro o perseguitando la cinesina che vende foulard che si riconquista il decoro della cittadina. Trovo invece profondamente indecoroso che la municipalità consenta ai pur necessari cantieri di schermarsi, rispetto alla strada principale, utilizzando quel che meglio conviene e aggrada. Una città d’arte, anche quando “incarta” un monumento o un palazzo che aggetta su una via principale non può consentire che l’appaltatore utilizzi ciò che capita! E quindi tra involti di rosticceria e palazzi incartati alla buona, sorge spontanea la domanda: Taormina la consuma qui o gliela incarto?

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