Quella data che ha segnato la storia contemporanea dell’Italia – Le 17.58 del 23 maggio 1992 sono una di quelle date simbolo della storia contemporanea italiana. È l’ora in cui il tritolo fa saltare in aria il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta Rocco Dicillo, Antonino Montinaro e Vito Schifani. È una ferita, una cicatrice che non andrà mai via sulla pelle dell’Italia. Anzi, ogni anno torna a far male, a farsi sentire. Questa mattina i social network sono invasi da foto del giudice palermitano, dalle sue frasi, da messaggi contro la mafia. Durante la giornata si susseguiranno eventi in tutta Italia e a tal proposito è giusto ricordare che l’Istituto comprensivo di Francavilla di Sicilia, con la classe V della scuola primaria “G.Sergi” di Graniti, con il suo elaborato ha vinto il concorso nazionale per le scuole “Riprendiamoci i nostri sogni. Educhiamo i nostri giovani a crescere coltivando semi di legalità”. Buon segno per il territorio siciliano. Ma bastano tutte queste ricorrenze per combattere la mafia e diffondere la legalità?

La legalità e la liquidità sociale – Ovviamente no. Il rischio è che il giudice Falcone, al pari di Borsellino e di altri martiri laici della lotta alla mafia, vengano santificati e perdano il contatto con la realtà. Il pericolo è smarrire il senso delle loro azioni, della loro quotidianità e citarli solo quando la nostra coscienza vuole rifarsi una verginità. Ed è in questo momento che la parola legalità si svuota di ogni significato. La legalità perde ogni valore quando viene strumentalizzata per fini politici e soprattutto durante le campagne elettorali, la legalità rischia di confondersi nella liquidità contemporanea quando qualche assessore regionale, che ha benedetto mostre di improbabili e massoniche Fondazioni in giro per la Sicilia, si permette di citare Giovanni Falcone e la quotidianità della legalità. La legalità smarrisce il proprio significato quando diventa un argomento da curriculum vitae, un vanto per il cursus honorum in vista di incarichi rilevanti. È possibile che il sacrificio e il modo di agire di Giovanni Falcone non abbiano insegnato niente?

Il senso della legalità – Si, è probabile. I professionisti dell’antimafia, volendo citare Sciascia, sono sempre in prima fila per fare celebrazioni e soliti rituali ormai vuoti e privi di significato. Di fronte a un contesto così decadente sorprende, e non poco, che la “banalità del male” della mafia passi in secondo se non in terzo piano. Gli affari sporchi, quel modo di pensare, l’intreccio perverso con il potere. Tutto è rimasto intatto, mentre la parola legalità, da parte di molti “attivisti”, è stata prostituita per fini personali. Oggi, addirittura, ci sono presidenti della regione che la tirano in ballo per difendere il proprio discutibile operato perché loro sono il bene e gli altri il male assoluto. Forse, come dice Andrea Camilleri, si è perso il senso della legalità, si è smarrito quel «confine tra legalità e illegalità che produce un disagio altissimo che non è solo morale. Diventa un fatto di costume sociale». La legalità, in poche parole, dovrebbe far parte della quotidianità di ognuno di noi e non dovrebbe essere un vanto da mostrare su facebook o lo strumento per ottenere visibilità politica che fino a qualche giorno fa non avevamo.

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