Cos’è un artista se non una persona con una sensibilità maggiore, con un’eccentricità più acuta, con occhi e cuore da fanciullino, una persona che esprime se stessa e legge la realtà con una marcia in più, un creatore di opere dall’alto valore estetico, sociale, intellettuale. E se penso a un’artista, a un’artista poliedrica, con una vita lunga e intensa trascorsa a Taormina, penso ad Amelia Scimone, musicista, attrice, cantante, cantautrice, scrittrice. Amelia ha fatto dell’arte la sua essenza stessa. Figlia di immigrati italiani in America, sorella di Chico ed Egisto, inventori del night club in Sicilia, Amelia ha ereditato l’amore per la musica e per il piano dalla madre.

Donna bellissima, – a tal punto che un giovane si è ucciso per lei – è stata protagonista assoluta della dolce vita taorminese negli anni cinquanta e sessanta, dettandone anche la moda in maniera personale e stravagante; femminista ante litteram, è stata la prima donna a suonare nei piano bar. L’Hotel San Domenico è stata la sua seconda casa, qui con la sua straordinaria abilità di suonare senza spartito e di creare arrangiamenti del tutto personali ha incantato gli ospiti dell’albergo, sino alla bella età di 89 anni, diventando anche amica di molti personaggi famosi del mondo del cinema e dello spettacolo.

Ma Amelia ha fatto anche incontri storici come quello con la regina Vittoria di Svezia a cui dedicò una composizione, “Il valzer della principessa”.  E di questi incontri te ne parlava con assolutà semplicità e infinita dolcezza; lo scorrere del tempo per lei era qualcosa che non le riguardava, ciò che importava era la giovinezza dei sentimenti e delle idee e quel suo modo di vivere l’arte in tutte le sue sfumature e in tutte le situazioni. Amelia Scimone è stata un simbolo di donna indipendente e piena di talento, ha contribuito all’affermazione di tale immagine la sua figura di donna impegnata a perseguire la propria indipendenza e la propria affermazione artistica contro le molteplici difficoltà e pregiudizi incontrati nella sua vita. La ricordo sempre con un leggero eyeliner blu scuro che le risaltava l’intensità del colore dei suoi occhi e un filo di rossetto un po’ troppo rosso, ma guai a dirglielo o guai a insistere di usarne uno di un altro colore. La ricordo prima di entrare in scena – e le sue erano entrate in scena alla grande-  precisa, perfetta, nel suo ruolo che lei aveva studiato minuziosamente in ogni dettaglio e personalizzato con un tocco suo, unico, che poteva essere una battuta in più, un fiore nei capelli, una sciarpa avvolta al collo, un sorriso. Nulla lasciato al caso ma allo stesso tempo tutto in una creatività recitativa assolutamente estemporanea. Il suo un metodo senza metodo, un flusso di ispirazione, che solo gli artisti completi hanno, gestualità e vocalità studiate ma al contempo naturali di sicuro effetto e l’applauso giungeva scrosciante e lei, come una bambina a cui danno un regalo desiderato, ne era soddisfatta. Vanità, pura vanità. Beh, sì, Amelia era vanitosa ma era soprattutto una donna intelligente, coraggiosa e gioiosa.

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