Il 9 luglio 1943 è una giornata scolpita nella mente di molti anziani taorminesi. Per ben due volte Taormina fu colpita dagli enormi aerei anglo-americani: il primo bombardamento intorno a mezzogiorno colpì duramente la zona nei pressi dell’hotel San Domenico, dove in quel momento erano in svolgimento gli Stati Generali dell’esercito tedesco. In quel bombardamento morì mio nonno Don Peppe Manuncola, chiara la motivazione del nomignolo assegnatoli, uomo mite venditore di vino che andava a prendere lui stesso con un vecchio carretto alle pendici dell’Etna o in provincia di Siracusa. Il secondo bombardamento verso le quattro del pomeriggio colpì il Corso Umberto all’altezza del Banco di Sicilia lasciando un’enorme voragine che inghiottì antichi palazzi e con essi molti taorminesi. Di quel triste giorno non ho sentito raccontare aneddoti da mio padre, che a quel tempo cucinava per le truppe italiane al Nord e che rivide la sua famiglia decimata e il suo paese distrutto solo due anni dopo, a guerra finita.

Da lui ho sentito altre storie, altri ricordi. Di quel triste giorno ho ancora nell’orecchio i racconti narrati in modo minuzioso e pacato del professor Giacomo Altavilla, scomparso da qualche tempo. Il suo vissuto riempie ancora oggi le pagine fitte di un lungo diario, testimonianza e ritratto di quel tempo triste e lontano. Giacomo Altavilla è nato a Messina proprio durante il terremoto del 1908 di cui conserverà per tutta la vita, una cicatrice profonda nel suo animo e nel suo fisico. Trasferitosi a Taormina, studiò lingue, e grazie a questo fu chiamato come interprete ufficiale dal comando degli alleati che giunse a Taormina il 14 agosto del 1943 e vi rimase sino alla fine del conflitto mondiale. Poliglotta, console della Danimarca, ha dedicato tutta la sua vita a insegnare lingue a intere generazioni di giovani taorminesi. Minuto, con un po’ di pancia e con occhi vispi e intensi, cresciuto in una famiglia adottiva e bilingue, ha sempre trasmesso l’idea che imparare una nuova lingua possa letteralmente cambiare il modo di vedere il mondo. Imparando il giapponese per esempio in cui ci sono diversi termini per definire i colori e le loro sfumature, “il cervello” – ti diceva – “percepisce il colore in modi diversi”.

Potremmo dire che imparare una lingua nuova significa anche crearsi una “vita alternativa”, una “nuova anima”. Affascinato dalla molteplicità delle lingue, intese non come regole, costruzioni, strumenti da apprendere ma come cultura, usi, tradizioni che sono descritte attraverso esse, il professor Altavilla, è stato l’antesignano di moderne metodologie d’insegnamento linguistico. Metodologie che prima applicava su se stesso con ottimi risultati e poi con dedizione sui suoi alunni. Di lui ho dei ricordi nitidi, intensi, uomo schivo, gentile, di un’educazione antica, come i maglioni senza maniche che usava su camicie e pantaloni rigorosamente di colore pastello, lui mio mentore mi accoglieva con un dolce sorriso in una casa in via Dietro Capuccini, dove credo vivesse da sempre con sua moglie, taorminese doc, in una simbiosi rara. Il suo segreto: una mente attiva a qualsiasi età, non smettere mai di volere imparare e di amare profondamente il proprio lavoro. Il professor Giacomo Altavilla mi ha lasciato in eredità, non solo i suoi quaderni pieni di appunti grammaticali, fonetici, sintattici d’inglese, tedesco, francese e russo che mi hanno seguito dagli studi all’università sino in tutte le scuole in cui ho insegnato, ma quei veri valori che sono l’onesta intellettuale, la serietà professionale e l’amore per la conoscenza. E come Roberto Benigni nel ruolo di un professore di lettere incoraggiava i suoi alunni a innamorarsi della poesia nel film “La tigre e la neve”, Altavilla con il suo esempio mi ha fatto innamorare perdutamente di quella capacità di aprirsi all’altro, di abbracciare un’altra cultura, di sperimentare altri mondi che solo la conoscenza di una lingua ti può dare.

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