Orazio Strano-blogTAORMINA ©2015

“Poeta di piazza”, lo definì Salvatore Quasimodo, premio Nobel per la letteratura. Orazio Strano, catanese di Riposto, pescatore e barbiere per mestiere e chitarrista per hobby, studi non oltre la quinta elementare, fu il primo e certamente il più popolare dei cantastorie di Sicilia, applaudito in tutta Italia, molto noto anche tra i nostri emigrati in Germania, Francia, Belgio, Svizzera, Stati Uniti, Australia. Raccontava storie e cantava in strettissimo dialetto siciliano, ma per uno dei tanti miracoli dell’arte (quella vera) riusciva a farsi capire da tedeschi, francesi, inglesi, spagnoli, svedesi, portoghesi, sloveni, russi, cinesi, giapponesi. Al “Piccolo Teatro” di Milano, dove fu chiamato dal regista Giorgio Strehler a presentare il suo originalissimo recital per due settimane, lo capirono perfettamente ed applaudirono a lungo i milanesi, con grande simpatia e tanto calore, a cominciare dalla milanese “doc” Ornella Vanoni.

Lo ammirai e intervistai nella mia Taormina quando muovevo i primi passi nel giornalismo come corrispondente del quotidiano “La Sicilia” di Catania. Erano gli anni Cinquanta ed una delle manifestazioni più importanti, nei programmi della Azienda di soggiorno e turismo, era il Raduno del costume e del carretto siciliano, tradizionale appuntamento con la primavera. Una originalissima festa di colori e suoni, la più tipica, la più vicina all’animo popolare e proprio per questo la più avvincente, la più apprezzata dai turisti. “Non c’è forma d’arte che esprima meglio del folclore l’anima di un popolo”, diceva il francese Apollinaire.

Ad aprire la festa era la sfilata dei carretti con a bordo suonatori di fisarmoniche, friscaletti e tamburelli, in uno sfavillio di pennacchi e bardature, con la coinvolgente colonna sonora di vecchi motivi siciliani e l’incredibile fluttuare della folla di turisti che si accalcava  con macchine fotografiche e video-camere. Carretti da spettacolo, costruiti apposta per questo tipo di manifestazioni: c’era il gusto per la opulenza decorativa delle bardature e dei pennacchi, per la ricchezza cromatica delle pitture sui mascellari (le sponde). A fabbricarli erano rimasti in pochi, nei paesini alle falde dell’Etna. L’ultimo dei grandi artigiani, in questo campo, fu “mastru Puddu Quadaruni”, il quale partecipava alle sfilate dei suoi carretti con l petto super-decorato alla maniera de grandi generali: andava fiero delle medaglie conquistate sul campo, in Sicilia, in Italia ed all’estero.  I gruppi folcloristici sfilavano dopo i carretti e si esibivano poi in piazza. Un “carosello” di musiche, canti e danze: incantavano i guizzi dei solisti di tarantella, i virtuosismi dei suonatori di friscaletti e “marranzanu”, la carica espressiva dei duetti, la poliedrica vivacità  dei cori, ora caldi e ilari, ora pieni di struggente malinconia.

E dopo i gruppi folcloristici, in piazza IX Aprile, era Orazio Strano ad esibirsi. Le sue storie (che spesso doveva accorciare per esigenze di tempo, ma che comunque non duravano meno di un’ora) si svolgevano col ritmo delle sequenze e dei primi piani, tipico dei primo cinema muto; solo che le facce dei personaggi, anziché scorrere su uno schermo, erano stampate su un cartellone e uno dei suoi due collaboratori le indicava al pubblico con la bacchetta.

Semiparalizzato da una artrite deformante e issato su un seggiolino agganciato al tetto di una vecchia Fiat 1400 (prima di acquistare l’auto, viaggiava per molti e marine su un calessino trainato da un asinello), il “poeta di piazza” Orazio Strano faceva spettacolo da solo, come autore dei testi e delle musiche e interprete. Commentava la sequenza con la sua voce ora calda e profonda, ora acuta e tagliente, con la sua straordinaria mimica e quel suo frequente richiamare l’attenzione ansiosa della gente con uno stentoreo “Signori!…”, servendosi unicamente delle poche note che tirava fuori dalla sua vecchia chitarra. Ed a mano a mano chela narrazione si faceva più commossa e vibrante, voce, musica e grido intercalato crescevano d’intensità, si allungavano straziati o crepitavano a mitraglia, invocavano o maledicevano, e sulla rotonda faccia del cantastorie gli occhi si accendevano come tizzoni.

La infelice storia d’amore di Ninetta Ferro e Turiddu Minera, dello schiaffo del padre alla “svergognata”, e poi della fucilata che la stese al suolo, del marito accusato ingiustamente, dei carabinieri che andarono ad arrestarlo, dell’innamorato impazzito che parti per l’America e finì i suoi giorni disperato, si diffondeva sopra le teste degli spettatori che gremivano la piazza e agganciava tutti. I toni, il volto drammatica del cantastorie, le sfumature della sua voce quando dalla battuta piana, quasi discorsiva, passava d’improvviso al cantato su una semplice nota di chitarra, avevano qualcosa di struggente. E alla fine la piazza scaricava in un fragoroso applauso la tensione accumulata. Applaudivano anche gli stranieri, ai quali (miracolo dell’arte, che riesce a superare anche le bandiere delle lingue) non era sfuggito un solo particolare di quella intricata, appassionata e  appassionante storia.

Erano tante le storie scritte, narrate e cantate dal “poeta-cantautore” Orazio Strano:. sulle truci vicende legate alla vita ed alla morte del bandito Salvatore Giuliano, sulla mafia, sui morti ammazzati di Palermo, ma anche sulla vita di papa Giovanni XXIII e sull’assassinio di John Fitzgerald Kennedy: il “poemetto cantato” sulla tragica fine del popolarissimo presidente americano, ha raccontato il giornalista italo-americano Lucio Basco, gli fece vendere parecchi dischi negli Stati Uniti. “La Sicilia e l’omini so”, il titolo del suo recital al “Piccolo” di Milano nel 1955, che aveva portato poi in tutta Italia con successo (e l’intervento di importanti case discografiche). Ma nella maturità i suoi interessi artistici si estesero anche a personaggi non siciliani.

Morì nel 1981, a 77 anni. Dalle piazze che lo avevano acclamato si era dovuto allontanare una ventina di anni prima, per l’aggravarsi della artrite deformante che lo aveva colpito in gioventù. Aveva continuato però a scrivere testi e comporre canzoni: per altri cantastorie e soprattutto per il figlio Salvatore, che erediterà il mestiere del padre. La tradizione continua, per fortuna. “Una tradizione che in Sicilia si associa spesso al folclore”, spiegava negli anni Cinquanta il “vulcanico” regista triestino-milanese Giorgio Strehler, “ma che appartiene certamente al mondo dell’arte, alle forme più genuine e autentiche dell’arte  poetica e della cultura musicale popolare, e per questo deve essere incoraggiata, valorizzata, non lasciata in un cantuccio, come produzione di scarto”. Lui, le canzoni della malavita milanese, le aveva lanciate con Ornella Vanoni in campo nazionale e internazionale. Farà lo stesso con quelle siciliane del “poeta di piazza” Orazio Strano, il geniale regista del “Piccolo” di Milano.    

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