Una litania a ritmo del treno – «Ni stamu cassariannu» è l’affermazione che proviene dal corridoio della quarta carrozza del treno intercity 723 partito da Roma e diretto in Sicilia. Giunto a Napoli, nella giornata di ieri, con 105 minuti di ritardo a causa di problemi tecnici, il mezzo di trasporto offre sempre uno spaccato della popolazione meridionale e in questo caso siciliana, considerando che i vagoni, una volta giunti nella stazione di Messina centrale, vengono diretti in parte a Palermo e il resto a Siracusa. Il signore, con tanto di parrucchino sin troppo evidente, che ricorda un personaggio uscito dai libri di Andrea Camilleri sul Commissario Montalbano, pronuncia questa affermazione anche a Villa San Giovanni, quando il treno sta per essere imbarcato sulla nave diretta in Sicilia. È una litania che va a ritmo del convoglio, il quale ha cercato di recuperare l’imbarazzante ritardo. In effetti è giunto a Messina con 80 minuti di passività. Un ridimensionamento, ma sempre di un ritardo si tratta. Poco importa, i siciliani non si lamentano. Hanno una maledetta capacità di soffrire paragonabile soltanto a quella del popolo russo, come veniva ricordato nel film “Il dottor Zivago”.

Il contentino delle cibarie – Nella questione trasporti dell’isola mediterranea, un treno del genere è una testimonianza dei problemi che ci trasciniamo da decenni. Carrozze vecchie e logore destinate a una popolazione di serie B (per alcuni il sud è solo un bacino di voti): mancano le prese per la corrente, la pulizia lascia il tempo che trova e lo stesso vale per i bagni funzionanti. Molte persone mettono i piedi sui sedili senza che nessuno gli dica nulla. Potete immaginare la puzza che si alza da uno scompartimento all’altro. Il ritardo viene alleviato con un sacchetto marrone colmo di cibarie: c’è una brioche, un succo di frutta, una bottiglietta d’acqua e un pacchetto di grissini. Mangia che ti passa. È come dare le noccioline alle scimmie. Un contentino all’animale in gabbia, che dimentica per un momento di essere in prigione e in condizioni di sofferenza quando gli vengono lanciate banane e frutta secca. Il paragone potrebbe far venire un pruritino a qualche benpensante, ma ce ne faremo una ragione. C’è chi deve andare a Milazzo, chi a Taormina e chi, mischino, dovrà attendere la fermata per Siracusa (a quest’ora sarà arrivato?).

Quanta speranza – È il treno della speranza, un sentimento che da queste parti non muore mai. Anche quando ci si trova con il culo per terra si spera sempre in qualche “miracolo”. Il materiale messo a disposizione dall’azienda è quello che è, anche se bisogna dire, per amore della verità, che i treni ad alta velocità e in generale quelli moderni, in Sicilia (a eccezione della tratta Messina-Patti), non potrebbero mettere “rotaia”. Mancano infrastrutture degne di questo nome. Qualcuno ha dovuto confondere il termine “tradizionale”, parlando di Sicilia, con qualcosa di vecchio e arrugginito. Non è così. Tradizione può fare rima anche con innovazione e tecnologia. Un binomio che in diverse parti del mondo produce ricchezza e civiltà. In Sicilia, invece, sembra un’utopia. E allora continuiamo a viaggiare su questi mezzi di trasporto che, per chi non ha una beneamata minchia da fare tutto il giorno, sono un rilassante passatempo. Ma il resto della popolazione sicula, potrebbe identificarsi con l’affermazione del signore della carrozza quattro con parrucchino marrone: «Ni stamu cassariannu».

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