Si è svolto pur lontano da Taormina un evento che pure porta in primo piano la città e una delle realtà più interessanti del territorio siciliano, BlogTaormina, il portale d’informazione della perla dello Jonio, dove politica, attualità e cultura si incontrano con notizie dall’Italia e dal mondo. Vincenzo Pellegrino, uno dei redattori che si occupa di arte e cultura, ha presentato a Nocera Inferiore, ospite del Centro Studi Medea, il libro ebook “La tessera di grigio crisoprasio”, edito da Contanima, raccolta di poesie e anche piccolo omaggio alla città di Taormina, in cui l’artista riconosce le caratteristiche di luogo che inclina all’esperienza poetica, e alla presentazione è stata abbinata una piccola mostra del suo fare artistico come scultore e pittore.

Permettetemi un’eresia: di violare l’etichetta delle aride introduzioni da catalogo e provare a dire di Vincenzo – che pure non conosco personalmente –  piuttosto che di Pellegrino. Cada, allora, il cognome – e, semmai, diventi un’apposizione, per suggerire d’un poeta che girovaga tra le postazioni di un’ispirazione senza requie, con l’ebbrezza d’essere spossati e l’istinto vitale della ricerca inesausta. Incurante del naufragio annunciato, perché il naufragio è un altro viaggio.

Vincenzo, dunque. Che non rinuncia a cercare una bussola, anzi, a definire mappe di città invisibili, nel naufragio annunciato del provare a dire cosa sia la poesia. S’interroga, dunque, prima di fare. Ma in tanta riflessione cade il riflessivo, cade il “si”: più che una domanda allo specchio, il saggio introduttivo sembra il tentativo di condividere, in maniera personalissima, una sorte comune, quella di rintracciare il senso della poesia, il luogo – già battuto, e sempre mutevole – a cui appartenga l’attesa del senso, la tensione d’attendere. Poi, mollati gli ormeggi, arriva la tensione di chi fa. Con l’incipit de La tessera di grigio crisoprasio non germoglia la poesia, bensì le poesie – un plurale che travalica la dimensione quantitativa, per farsi indizio d’un perpetuo tornire immagini, d’un trascorrente tornare su domande senza risposta, su territori della memoria, su luoghi che furono dell’esistere ed ora sono nell’impossibile mappa della scrittura poetica.

Un Vincent, pittore olandese, ebbe ad esprimersi una volta sull’arte del quasi amico Paul Gauguin usando parole che, mutatis mutandis, si avrebbe la tentazione di adoperare per Vincenzo:  “un’immensa poesia (…), qualcosa di gentile, di sconsolato, di meraviglioso”.

La gentilezza, ne La tessera di grigio crisoprasio ma ancor di più nei Dieci fogli di Taormina, è nel dar luogo ad una poesia colta, ma allo stesso tempo umanamente dubitativa, protesa a voli vertiginosi così come a subitanei accostamenti – in una parola: sincera (“Condivisi cose\ e forse recitai su assi sconnesse\di ebano e d’avorio.\ Ciò che mi colpì è che tu cantavi”). Nell’era del digitale, le proposte dei talenti abbondano; ma agli abili è sempre meglio preferire i sinceri.

Di sconsolato, in tanto dubitare, c’è il rincorrersi d’espressioni che compongono quasi una segnaletica del disorientamento: da “l’inquietante vuoto” a “l’assurda vacuità”, dalla “nuda terra” al “perfido refrigerio”, fino al “guscio della tua paura”. Pure, s’invoca lucidamente nel saggio d’apertura, e si lascia trasparire per squarci vertiginosi, un baleno di speranza, che anzi necessita d’affaticarsi: non ci sarebbe ascesa senza caduta, né avrebbe senso l’anelito al movimento senza la percezione della paralisi.

Di meraviglioso c’è il meravigliarsi, più che il meravigliare. In questo caso, invece, il riflessivo serve, perché solo chi ha il coraggio di farsi invadere l’anima dagli umori del mondo, e così stupirsi come Pellegrino in Trinacria, può condividere il senso della scoperta, anziché isolarsi nella stucchevole esecuzione del versificatore. Se quel famoso poeta barocco, Giambattista Marino, diceva che “del poeta il fin è la meraviglia”, oggi, con cambio d’articolo determinativo e rimontaggio sintattico, si rovescia il senso: “del poeta la meraviglia è la fine”, ossia, chi oggi volesse fare solo i bei versi avrebbe la vanità – in tutti i sensi – del virtuoso.

Così, ci teniamo Vincenzo e le sue affabulazioni affaticate, la sua disarmante capacità di disarmarsi dall’erudizione e prendersi i piacevoli rischi del trovatore, “Tra gli inesorabili \ stupori e strani oracoli\ cifre segnate ed arche\ di assunte e di miracoli\ antenne e magiche cassette\ stanze meraviglia…”. Vero, è un paesaggio rischioso, ma come scriveva Rimbaud, “Io voglio essere poeta e lavoro per divenirlo”. Così, per Vincenzo, il corpus poetico, anzi, il corpo di poeta, diventa come nell’opera -Epochè-, “derelitto e forte”, incurante che la ricerca della Verità naufraghi in una “splendida eresia”. C’est la vie, lo diciamo in francese – perché sempre da quel poeta transalpino, Rimbaud, rimbalza l’idea che il poeta “giunge all’ignoto, e anche se, sgomento, finisce col non comprendere più le sue stesse visioni, pure le ha contemplate! Muoia pure nel suo balzo attraverso le cose inaudite e innominabili; altri orribili lavoratori verranno e cominceranno dagli orizzonti dove egli è crollato”.

Si cominci, allora, da quegli orizzonti ricomponibili in tessere, o da quelle mappe ridisegnabili in fogli. Buona lettura.

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