Storie di stalking e violenze tra Calatabiano e Taormina – Storie di convivenze complicate anche nella zona jonica. Il tema è sempre lo stesso: stalking. Una donna si è recata dai carabinieri per denunciare il suo ex convivente e mentre era dalle forze dell’ordine (potenza della tecnologia) le è arrivata una foto dell’uomo con un cappio al collo. La donna ha mostrato l’immagine ai carabinieri di Calatabiano i quali hanno contattato la centrale operativa di Taormina. A quel punto le forze dell’ordine, riconoscendo il posto, si sono recate sul luogo e hanno salvato l’uomo. Lo stalker si trovava in un casolare nei pressi di Taormina (per la precisione a Trappitello) e lo hanno condotto in ospedale. Un probabile omicidio è stato sventato, mentre la donna aveva avuto il coraggio di denunciare mesi di minacce e paure. L’uomo, infatti, non si era rassegnato alla separazione e così aveva minacciato con violenza l’ex convivente. Una situazione ormai insostenibile, che aveva spinto la donna a presentare una denuncia. Il timore cresceva giorno dopo giorno e vivere con simili paure non è certo facile.

Che fare? – Non lo è per nessuno. Vicende che spesso sono al centro dell’informazione giornalistica e degli approfondimenti televisivi pomeridiani. Storie di possesso da parte di uomini che confondo le donne con beni materiali su cui porre il proprio sigillo. Retaggi storici che con il trascorrere dei decenni hanno subito drammatiche degenerazioni. La domanda che ci si potrebbe porre in un simile contesto è: come si fa a uscire da un vortice di irrazionalità e violenza? La denuncia, a parole, sembra la strada più semplice da percorrere. Però per chi vive queste esperienze non è così scontato. Quindi è meglio, in primis, parlarne con qualcuno. Confidarsi con un amico, andare da uno psicologo oppure cercare qualche consulente filosofico. In Italia ce ne sono pochi. Si tratta di una figura professionale che si sta affermando con un certo successo sia in Germania che in Francia, per non parlare di Stati Uniti, Canada e Israele. In queste ultime tre nazioni, però, il consulente filosofico ha un’inclinazione “psicologica”.

L’opportunità della consulenza filosofica – Poco importa. Aprirsi a un consulente filosofico è una delle possibilità. Chissà cosa ne potrebbe venir fuori. Certo, occorre precisare che la consulenza filosofia serve a sviluppare una comprensione più profonda del proprio mondo e non a risolvere problemi specifici. Come ha tenuto a sottolineare il consulente filosofico israeliano, Ran Lahav, «il processo della consulenza filosofica consiste nel superare i problemi personali aprendosi alla saggezza». Come Socrate, questa figura professionale ha il delicato compito di far giungere il consultante verso la consapevolezza dei propri problemi. E chi arriva a questo punto, di solito, è sulla buona strada per non commettere gli errori del passato. Per quanto riguarda il caso della vicenda tra Calatabiano e Taormina, la donna era giunta a una propria conclusione: denunciare le minacce e le violenze dell’ex compagno. Una presa di coscienza che, purtroppo, non è così scontata per altre donne. Così, se una signora decidesse di rivolgersi a un consulente filosofico, questo potrebbe iniziare l’incontro con una riflessione e una discussione sulla parola “violenza”.

Riflettere e porre domande senza aspettare risposte – Dall’origine dei tempi è un concetto che fa parte della vita dell’essere umano. Addirittura anche la Bibbia, nell’Antico Testamento, mostra al lettore diversi casi. Il più eclatante, senza ombra di dubbio, è quello che vede come protagonisti Abramo e il giovane figlio Isacco. Il profeta verrà spinto dal suo Dio ad uccidere il sangue del suo sangue. Gli esempi sono innumerevoli e non basterebbe un’intera giornata per elencarli. La letteratura biblica, però, non è la sola ad avere al suo interno casi di violenza. La storia è ricca di questi avvenimenti e quello che è successo ad Auschwitz (simbolo della barbarie nazista) è l’incarnazione di ciò che Hannah Arendt ha chiamato la “banalità del male”. Quell’evento ha posto il dilemma filosofico sul come è possibile che esseri umani normali possano rendersi responsabili di crimini spaventosi? Dopo questo breve excursus, si potrebbe chiedere alla donna che subisce violenze, ma non ha il coraggio di denunciarle: qual è la sua idea sul concetto di violenza? Forse dalla risposta si potrà scorgere il perché ha deciso di non fare nulla in questi anni, rispetto ad una persona che ha usato la forza nei suoi confronti.

L’interessante affermazione della Marzano e il punto di vista dell’altro – La filosofa Michela Marzano, a cui sta molto a cuore la tematica, ha scritto come queste situazioni finiscono spesso nello stesso modo: «Perché lui, che dice di amare la propria compagna anche quando è violento e l’umilia, in fondo non cambia. E queste donne umiliate e violentate, pian piano, finiscono con il convincersi definitivamente di non valere niente, di non meritare nulla». Interessante, vero? È un modo per aprire i propri orizzonti e condividere visioni sulla realtà differenti dalla nostra. Non può che farci bene. Ma proviamo anche a metterci nei panni dell’altro, ovvero dello stalker. Magari non sarebbe giunto a questi gesti violenti e quasi tragici se fosse riuscito ad aprirsi e a parlare in maniera costruttiva con qualcuno. Immaginiamolo davanti a un consulente filosofico. Considerando i suoi atteggiamenti si potrebbe iniziare l’incontro con una riflessione sull’etimologia della parola “gelosia”, che ci ricorda un termine in cui emerge una specie di timore. Ci si riferisce al desiderio di conservare il possesso di un bene che ci appartiene, accompagnato da avversione contro coloro che potrebbero portarcelo via. E’ evidente che un volersi soffermare sulla parola chiave, può far venir fuori una ridefinizione delle coordinate dello stalker. Se la gelosia significa “conservare un possesso”, dovremmo chiedere: amore vuol dire possedere l’altro? E ancora: la persona amata ci appartiene? Se così fosse, l’amore sarebbe un mero possedimento? E dovremmo chiedere allo stalker: qual è la tua idea di amore?

Epitteto e la libertà dalle passioni – Poco importa se risponderà o meno. Ciò che conta è che simili interrogativi attiveranno un processo riflessivo che potrebbe mutare il corso delle cose. Infine si potrebbe far riflettere quest’uomo sulle dicotomie. Far emergere i suoi paradossi lo potrebbe convincere a cambiare strada. Nella vicenda di Calatabiano potremmo mostrare l’assurdità di come una passione può renderci schiavi. E visto che siamo in una consulenza filosofica, si può tirare in ballo qualche pensatore. Potrebbe essere il turno di Epitteto e la sua libertà dalle passioni. Secondo il filosofo dello stoicismo noi non siamo liberi, perché governati dalle passioni e dai desideri. Desideri che ci fanno dipendere da cose che non sono sotto il nostro controllo. Ecco che potrebbe emergere da queste considerazioni il contrasto che anima l’esistenza dello stalker: la grande “passione” verso la tua ex, forse, ti impedisce di assaporare tutto il resto? Se questo “amore”, a volte, ti fa allontanare da tutto, sei veramente libero? E cosa significa per te essere libero? La tua passione ti rende dipendente da cose che non sono sotto il tuo controllo? Per Epitteto, essere liberi significa staccarsi da desideri e passioni e tornare al nostro io interiore. Una lettura diversa, una strada alternativa per provare a impedire tragedie come quelle che troppo spesso leggiamo sui giornali. La filosofia che torna pratica, in fin dei conti, può sempre essere utile nella quotidianità.

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