Narrare la vergogna – Secondo la regina Rania di Giordania il turismo è «risorsa di pace». Una dichiarazione pronunciata all’interno di un contesto che vede la Giordania minacciata da infiltrazioni jihadiste e dai ben noti tentativi dei fondamentalisti islamici dell’Isis di destabilizzare la zona. Però proviamo a trasferire questo concetto nel nostro Paese e per essere precisi in Sicilia. Turismo sinonimo di pace. Un’attività, è chiaro, che può diffondersi con rapidità solo in contesti pacificati e non bellicosi. Ma chissà se un giorno anche in Giordania o nei paesi confinanti, quando sarà concluso l’incubo del presunto Stato Islamico, qualche veterano o parente del Califfato si farà intervistare e racconterà usi e costumi delle loro barbare tradizioni. Qua, in Sicilia, ci siamo già arrivati. Il riferimento non è a qualche jihadista, ma a parenti di sanguinari boss mafiosi che vengono intervistati e fotografati come delle celebrità. Colpa della cinematografia, dirà qualcuno, che in alcuni paesi, come gli States, ha creato il mito del mafioso siciliano. Molti americani, a quanto pare, ci vanno pazzi.

Il turismo mafioso – Forse, ma non è che in Italia, considerando le recenti fiction, ci si è comportati meglio. Almeno oltre oceano hanno creato dei capolavori della filmografia internazionale. Noi, invece, ci siamo limitati a delle serie tv sulle reti commerciali. Ma al di là di questa considerazione, la vicenda è un’altra. Ormai da diversi mesi decine di turisti americani incontrano con frequenza il figlio del capomafia Bernardo Provenzano, Angelo. I meeting avvengono durante la tappa palermitana di un giro organizzato da un tour operator di Boston. Nel corso degli incontri Provenzano, 39 anni, racconta ai turisti la sua vita e il rapporto col padre. Gli interventi sono preceduti da una breve introduzione sulla storia della mafia fatta da un ben documentato organizzatore. Neanche Cetto La Qualunque sarebbe arrivato a tanto. Sembra una commedia dell’assurdo. Ci si può sorprendere, ma chi vive in Sicilia non si scandalizza più di tanto e non perché non prova fastidio e vergogna verso l’atteggiamento mafioso, ma in quanto in tutte le città dell’isola c’è sempre qualcuno pronto a commercializzare su un tema del genere.

Sappiamo valorizzare il nostro turismo? – I turisti scendono dalle navi da crociera, vagano come anime in pena (per esempio a Messina) e si siedono in qualche locale dal nome e dalla musica che ricordano e fanno venire in mente i soliti stereotipi. Ma di chi è la causa di tutto ciò? Della mentalità dei siciliani? In realtà andrebbe rispolverata la mai risolta questione meridionale, l’assenza di una classe politica impegnata, anche a livello nazionale, nel rivalutare il meridione e non considerarlo come un semplice bacino di voti. Se il figlio di Provenzano è la guest star di americani e viaggiatori provenienti da ogni parte del mondo, bisognerebbe ammettere che il vero problema sta nel sistema siciliano che non riesce a valorizzare, nel vero senso della parola, le sue reali bellezze e lascia spazio a simili porcherie. Non siamo in grado di trasmetterle al resto del mondo, non siamo capaci di comunicare, non salvaguardiamo il territorio, non offriamo “continuità turistica”, non crediamo nella destagionalizzazione, non muoviamo un dito per i trasporti aerei, ferroviari e stradali, consideriamo il settore turistico come una mangiatoia clientelare. Spesso non conosciamo bene neanche i territori (culturali e ambientali) in cui viviamo. In poche parole non ci si impegna per far innamorare e appassionare i turisti alle reali bellezze locali. Siamo sicuri che il problema è il figlio di Provenzano? Semmai si tratta di una causa, della conseguenza paradossale di un vuoto insopportabile lasciato dalle nostre istituzioni e dalle classi dirigenti che di volta in volta andiamo a eleggere.

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