Un vuoto alle ore 20.30 – Quando alle 20.30, dopo il telegiornale della sera su Rai uno sta per iniziare il programma “Affari tuoi”, condotto dal simpatico e bravo Flavio Insinna, viene un po’ di tristezza, di malinconia a chi guardava con passione e ammirazione Enzo Biagi svolgere il proprio lavoro tramite “Il Fatto”. Quella musichetta, quelle interviste composte da domande scomode, ironiche e taglienti, hanno lasciato un vuoto. Per una serie di ben note circostanze, purtroppo poco bulgare e molto italiane, l’approfondimento giornalistico di Enzo Biagi venne eliminato dai palinsesti della Rai. Una decisione che provocò indignazione, ma con il trascorrere degli anni, tra Max e Tux e i pacchi regionali ci abbiamo fatto l’abitudine. «Scavicchi ma non apra», è un’affermazione che Biagi non avrebbe mai pronunciato e forse si sarebbe rivolto a un notaio in altre circostanze. Ma si sa, i tempi cambiano e così di quella trasmissione sono rimasti soltanto i ricordi. Per chi apprezzava lo stile di Enzo Biagi poteva seguirlo sulla carta stampata e la sua onestà intellettuale emergeva sempre anche dalla colonne dei quotidiani nazionali, non veniva messa in seconda pagina.

L’amicizia con Tommaso Buscetta – Così, come racconta nell’intervista che gli fece Saverio Lodato il 27 maggio del 2002, Enzo Biagi non nascose la sua amicizia con Tommaso Buscetta e possiamo soltanto immaginare a quali critiche oggi, più che mai, sarebbe stato sottoposto dai cosiddetti professionisti dell’antimafia: «Per me la Sicilia era Sciascia, ma era anche Tommaso Buscetta. Di cui sono stato amico. E quando è morto ho detto: “Ho perso un amico”. E un giornale molto per bene, un giornale di destra, mi ha attaccato. Ma era la verità. Io ero amico di Tommaso Buscetta e lui era amico mio. E ho le fotografie del matrimonio della figlia di Buscetta che si è sposata benissimo, anche con i diritti d’autore, che abbiamo condiviso, del libro “Il boss è solo”. Sono tutti in smoking, con vestiti bianchi, nuovi. Quelle fotografie sono delle meraviglie. La moglie disse a don Masino: se devi raccontare la tua vita, la devi raccontare a Enzo Biagi. Ero un autore che don Masino leggeva ed ero un autore che piaceva alla famiglia. Da lui, in America, mi ci portò l’FBI, con un giro che non finiva mai. Mi sono fermato vicino a dei distributori di benzina, poi hanno cambiato macchine, poi abbiamo girato ancora, siamo saliti su altre macchine. È passato un autobus di quelli della scuola, con su scritto il nome della scuola. Ti do la mia parola: il mio problema era quello di dimenticare dove mi trovavo e dove stavamo andando. Buscetta lo rimpiango come una persona che mi ha voluto bene e alla quale ho voluto bene. Poi lui aveva la sua storia, la sua filosofia. Ma confermo: il mio amico Tommaso Buscetta non c’è più».

La mafia ha diversi accenti – Critiche, affetti con il pentito Buscetta. Dietro l’educazione e la pacatezza che conoscevamo tutti, c’era un uomo fermo e convinto delle proprie azioni. Enzo Biagi era un gigante del giornalismo, perchè sapeva decidere e prendere posizione senza farsi influenzare da tutto il resto. Non aveva problemi a parlare della mafia e credeva, già in quel periodo storico, che la “cultura mafiosa”, anche se con accenti diversi, esisteva ed esiste nel resto d’Italia senza alcuna distinzione. Una verità che fino a qualche anno fa poteva sembrare una bestemmia laica, un tentare di camuffare la realtà e ribaltare la questione meridionale: «Quando ho cominciato a fare questo mestiere, della mafia se ne parlava molto meno di oggi, quasi non se ne parlava. Anche se quando se ne parlava, se ne parlava nel modo giusto. Mi chiedi se uno come Tommaso Besozzi, che svelò le bugie di stato sulla morte di Salvatore Giuliano, sarebbe riproponibile oggi. E ti rispondo di no. Perché le inchieste non si fanno più. Nei giornali ci sono approfondimenti, ci sono paginoni. Ma non raccontiamo più l’Italia. Torno in Sicilia a 82 anni. E ritrovo la mafia? No, ritrovo l’Italia. Esistono tante forme di mafia, e vorrei cominciare a distinguere. Tante associazioni che si ritrovano, che si danno convegno, che fanno le gite, che fanno i viaggi, che fanno i pranzi. Tutte forme di mutua assistenza. La mafia parte da suoi principi distorti e dalle distinzioni fra gli uomini: “chi nasce tondo non può morire quadrato”. Divide per categorie, ma questo accade nella società, nella vita. Conoscevo un nobile che litigando con tizio in un caffè, disse: “se non ci fosse stata la rivoluzione francese noi due non ci saremmo neanche visti”. E aveva un fondamento di ragione…Cosa voglio dire? Che la mafia in Sicilia prende certi aspetti, in altri posti prende altre forme, magari nel rispetto della legalità, ma insomma sono delle mutue: “io do una mano a te tu dai una mano a me”. È un po’ nel Dna. In Italia non si ottiene niente senza intercessione. Anche per parlare con Gesù ti rivolgi a sua madre, o ai santi. Abbiamo persino i santi specialisti: contro il mal di gola, contro il mal d’orecchi…No? Quindi ci vuole sempre qualcuno che ti dia una mano. È il bisogno di solidarietà, di assistenza, che in certe forme diventa mafia».

«In Italia bisogna morire per essere presi in considerazione» – Biagi ha attraversato una parte della storia di questo Paese e quindi anche della Sicilia. Aveva compreso, senza nessun pre-giudizio, che il fenomeno mafioso era molto più diffuso di quanto i confini geografici potessero far credere. Enzo Biagi aveva conosciuto Giovanni Falcone e nell’intervista a Saverio Lodato non esitò a definirlo, insieme a Paolo Borsellino, persone davvero speciali che sono in grado, con il loro sacrificio, di riscattare un intero popolo: «Giovanni Falcone l’ho conosciuto il giorno del suo matrimonio segreto, a casa di un amico carissimo, Lucio Galluzzo. E ricordo quest’uomo, Giovanni Falcone, con la moglie, Francesca. Quella sera a cena, a casa di Galluzzo, dove fra l’altro mangiammo un pesce stupendo, in tutto eravamo sei persone. Giovanni e Francesca non avevano voluto nessun altro. Con Falcone ci fu una conoscenza umana, non mediata dal lavoro. Successivamente vidi anche Borsellino, ma non ho un ricordo da poterne parlare. Se ci si salva è perché ci sono questi personaggi sconosciuti, che purtroppo qualche volta devono morire per essere rispettati. Vedi, in Italia, bisogna morire per essere presi in considerazione. A Falcone da vivo gliene hanno fatte passare tante e tante. Diceva Charlie Chaplin: il successo, la notorietà, rendono simpatici. Guardavo questa mattina la cerimonia e mi chiedevo: quanti di questi qui saranno poi stati davvero d’accordo con quest’uomo, quando aveva i suoi problemi? Se riconosci che è un galantuomo, lo devi aiutare da vivo. Però sono i tipi come Falcone e Borsellino che, a un certo momento, salvano la nostra reputazione. Vedevo oggi persino l’ambasciatore americano, Mel Sembler… questi giudici sono diventati veramente patrimonio di tutti. È difficile essere italiani tutti i giorni, in questo sta la loro grandezza. Ero in Sicilia anche il giorno di Capaci. Mi stavo sforzando di ricordare perché mi trovavo qui quando è saltato in aria, sto pensando che cosa potevo fare, parliamo di dieci anni fa, chissà che andavo a cercare, di che cosa parlavo… non mi ricordo più. Che idea mi sono fatto della morte di Falcone e di Borsellino? Che non perdonano. E che colpiscono quando vogliono colpire. Poi ho pensato anche che quando hanno voluto uccidere due presidenti negli Stati Uniti, uno che lo era e il fratello che stava per diventarlo, ce l’ hanno fatta».

L’interesse italiano verso il complotto – A furia di ascoltare e raccontare le storie degli altri, Enzo Biagi era riuscito a carpire i segreti delle persone, del popolo di cui faceva parte, quello italiano. Una nazione particolare che da sempre ha una certa inclinazione verso l’oscuro, il complotto dietro ogni ammazzatina o strage. È una nostra caratteristica culturale, che si può notare nell’interesse morboso verso la cronaca nera e tutti quei programmi di approfondimento che riempiono i palinsesti televisivi: «Il grande delitto è una costante della politica? Non saprei. Balzac ha detto che all’ origine di ogni grande fortuna, c’è un delitto, non necessariamente un omicidio. Boll ha detto che vediamo solo la violenza della barricate, mentre quella della lupara, quella della borsa, quella della banca, quella del prestito, non sono codificate, ma esistono ugualmente. Ci sta anche Brecht, quando diceva che tutti vedono la violenza del fiume in piena, ma nessuno vede la violenza degli argini che lo costringono. È vero: cerchiamo sempre i mandanti dietro le stragi. Forse perché in Italia dobbiamo sempre trovare qualcosa che sia anche dietro, per aggravare… Spesso invece basterebbe quello che c’è davanti. Naturalmente, società segrete, mistero, Beati Paoli, tutto arricchisce. C’è la leggenda, il mistero…».

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