Le divisioni libiche favoriscono l’Isis – La strage di Tunisi è stato l’ennesimo campanello d’allarme. I fondamentalisti islamici continuano a mostrare i muscoli anche nel Nord Africa. Non solo in Libia, ma anche in paesi considerati “tranquilli” come la Tunisia. I lupi solitari, del resto, possono infiltrarsi dovunque. Nella complessa nazione libica le milizie jihadiste del Califfato fanno leva sull’indecisionismo del fronte anti-Isis e sulle drammatiche divisioni all’interno del Paese. È più difficile del previsto far sedere a un tavolo e trattare per raggiungere un accordo l’ex CNG di Tripoli e il Governo riconosciuto a livello internazionale di Tobruk. L’inviato speciale delle Nazioni Unite, Bernardino Leon, sta cercando in tutti i modi di raggiungere un’intesa, ma l’esito, come riferito dal “Portale Difesa”, dovrebbe essere negativo. Divisioni che continueranno a favorire la propaganda del presunto Stato Islamico. Intanto l’Italia è davvero preoccupata. La vicinanza alla polveriera mediterranea e gli interessi economici in Libia sono i due temi caldi del momento.

Ennesimo pozzo di gas. Le ricchezze della Libia nelle mani del Califfato? – Eni non ci pensa neanche ad abbandonare il Paese. Anzi, negli ultimi giorni ha scoperto un passaggio rilevante di gas e condensati offshore a Bahr Essalam Sud, che si trova a 82 chilometri dalle coste libiche e a 22 chilometri dal campo di produzione di Bahr Essalam. Stando alle stime dell’Eni dal pozzo si potranno estrarre al giorno circa un milione di metri cubi di gas e oltre 600 barili di condensati. Eni, inoltre, ipotizza che dopo l’avvio dell’attività si potrà produrre al giorno 1,5 milioni di metri cubi di gas e 1.000 barili di condensato. Un ennesimo pozzo, una miniera d’oro che conferma le potenzialità della Libia e sottolinea il rapporto privilegiato del Paese nordafricano con l’Italia e con l’Europa in generale. Una scoperta, però, che deve mettere ancora più in allarme per la situazione geopolitica della nazione. Un’instabilità che potrebbe favorire le truppe dell’Isis e mettere in discussione i rapporti commerciali che legano il Belpaese alla Libia. Non è in pericolo soltanto il gasdotto Greenstream che giunge fino a Gela, ma anche i campi di Wafa e Bahr Essalam da dove viene esportato il gas per il nostro Paese.

L’Italia potenzia il controllo nel Mediterraneo. Parte l’operazione “Mare Sicuro” – Motivi per ricordare l’importanza della Libia nella politica estera italiana. Eni, al momento, continua a garantire cospicue forniture di gas, da almeno un mese ha dovuto mettere al sicuro i propri dipendenti negli impianti offshore in mare e quindi il numero delle unità operative si è ridotto al minimo. Però la società energetica italiana ha tenuto a precisare, in tempi non sospetti, che dispone di risorse sufficienti per garantire la produzione ordinaria e il trasferimento delle forniture in Italia e nel resto d’Europa. Certo, il tutto potrebbe precipitare e dalla Tunisia è arrivato un ennesimo campanello d’allarme. In più si attende con apprensione l’esito della battaglia di Sirte, già ribattezzata la nostra Kobane. Per prevenire disastri politici ed economici, il governo italiano ha deciso di inviare unità navali, team di protezione marittima, aerei, elicotteri, velivoli a pilotaggio remoto e da ricognizione elettronica. L’operazione è quella annunciata qualche settimana fa, ma si chiamerà “Mare Sicuro”.

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