Salesiani e truffa, lo strano accostamento – Era il 13 novembre del 2012 quando sul “Corriere della Sera” compariva un articolo, firmato da Fiorenza Sarzanini, che metteva in luce come il cardinale Tarcisio Bertone ammetteva di «essere stato truffato sui Salesiani». Salesiani e truffa, un accostamento innaturale, strano ma reale. Tre anni fa si parlava di rischio fallimento per i Salesiani. L’Ordine religioso che si ispira a don Giovanni Bosco ha provato a scongiurare il sequestro di 130 milioni di euro. Lo stesso Bertone, con una lettera che all’epoca suscitò clamore, chiese al giudice Adele Rando di non chiudere l’indagine contro le persone che «hanno provocato un danno ad una delle più grandi istituzioni educative della Chiesa cattolica e si sono comportati nei miei confronti in un modo riprovevole». Questioni che si sono susseguite nell’anno 2012, ma in realtà la vicenda controversa dei Salesiani risale a oltre vent’anni fa. Già, ma cosa c’entra il cardinale Bertone? A quanto pare il porporato ha partecipato, per ben cinque anni, a un negoziato segreto che aveva al centro l’Istituto religioso cattolico.

La morte del “marchese di Dio” e il faccendiere di Aleppo – Un’altra data da segnare bene in mente in questa complessa vicenda, che rischia di assumere tinte fosche, è il 5 giugno 1990, quando nella Capitale muore Alessandro Gerini, ovvero “il marchese di Dio”. Un nome che è tutto un programma, ma a dispetto del suo omonimo, “il marchese del Grillo”, non provoca risate e divertimento. Anzi, la faccenda di Gerini è seria. Il patrimonio di uno degli uomini più ricchi d’Italia era costituito da immobili, terreni, ingenti somme di denaro, preziose opere d’arte e viene lasciato in eredità alla «Fondazione Gerini», ente ecclesiastico riconosciuto da Papa Paolo VI nel 1967 e posto sotto il controllo della Congregazione Salesiana. A questo punto della vicenda sono entrati in gioco i nipoti del defunto Gerini, che hanno impugnato il testamento e avviato cause giuridiche. In seguito è emersa una figura destinata a far discutere. Si tratta del faccendiere di Aleppo, in Siria, Carlo Moisè Silvera. Un personaggio già noto alla magistratura per aver contribuito a qualche dissesto finanziario. Sta di fatto che Silvera si accredita come rappresentante degli eredi e propone una transazione alla Fondazione e all’economo dei Salesiani, don Giovanni Battista Mazzali. Una trattativa che sembra andare avanti tra mille difficoltà, anche se nel 2007 le parti sono vicine a un’intesa e mediatore diventa l’avvocato milanese Renato Zanfagna, legale della società “Gbh spa” che ottiene l’opzione di acquisto dei terreni.

I dubbi della Fondazione e la percentuale del faccendiere Silvera – Silvera e Zanfagna rappresentano interessi diversi, ma in alcune circostanze camminano di pari passo. Molto strano, considerando che i due (secondo una versione ufficiale) non si conoscono. L’avvocato Zanfagna diventa sempre più influente e riesce a ottenere, come rivelato dal “Corriere della Sera”, incontri con il cardinale Bertone. Nel frattempo arriva l’8 giugno del 2007. È la data in cui viene siglato l’accordo in sede civile. Con l’obiettivo di concludere ogni controversia, la Fondazione versa 16 milioni: cinque milioni ai nipoti di Gerini, 11 milioni e mezzo a Silvera che li ha rappresentati. Inoltre era stato deciso di aumentare la percentuale del faccendiere di Aleppo, dopo aver effettuato la stima complessiva dell’intero patrimonio. E la commissione di periti (guarda caso presieduta dall’avvocato Zanfagna) aveva stabilito che il patrimonio equivaleva a circa 658 milioni di euro, dunque la “provvigione” per Silvera lievitava fino a 99 milioni di euro. Dalla Fondazione si iniziò a pensare a un raggiro e così si rifiutarono di pagare e nel 2009 il faccendiere Silvera chiese e ottenne il sequestro dei beni. Era il 18 marzo 2010. Per ordine del Tribunale di Milano vennero messi i sigilli a beni mobili e immobili per un valore di 130 milioni di euro. Tutto ciò accadeva cinque anni fa e da quel momento l’esistenza della Congregazione dei Salesiani è stata messa a rischio.

Bertone, Villanueva e la perizia della Santa Sede – Intanto la Procura di Roma avviava l’indagine, interrogava e metteva sotto accusa i protagonisti. Però l’11 giugno del 2012 chiese l’archiviazione del fascicolo: «Non c’è stato alcun raggiro, la transazione è valida», afferma il Pubblico ministero. Il cardinale Bertone, il 24 settembre 2012, tentò una mossa disperata. Scrisse al giudice Adele Rando dicendo che aveva «dato il consenso alla soluzione negoziale, ma ho scoperto soltanto dopo che il valore del patrimonio era stato gonfiato a dismisura per aumentare la somma destinata a Silvera, depauperando e umiliando l’attività benefica della Congregazione». Una missiva che non aveva prodotto i risultati sperati. Il giudice archiviava la denuncia della Fondazione Gerini contro i mediatori e il faccendiere Silvera otteneva il diritto di percepire la somma di 100 milioni di euro. Ecco il colpo del ko per i Salesiani. Nel 2014, però, il Rettore maggiore della Congregazione, Pascual Chavez Villanueva, aveva chiesto nuovi accertamenti alla Procura di Roma sulla spartizione dei beni dei Salesiani. Il presbitero messicano aveva constatato che le autorizzazioni emesse dall’ordine ecclesiastico per approvare l’eredità di 130 milioni di euro agli eredi del marchese Alessandro Gerini erano state “falsificate”. Una novità, come metteva in luce Nicola Tranfaglia, venuta a galla dopo una perizia effettuata dai sistemi informatici della Santa Sede e disposta dalle stesse gerarchie vaticane con il benestare di Papa Francesco. Invece di avere delucidazioni su tutta la vicenda, più trascorrono gli anni e maggiori sono gli intrecci.

La mossa del comune di Taormina e il vincolo al cambio di destinazione d’uso – Però oggi quel credito di 130 milioni di euro viene preteso tramite vendita all’asta. I Salesiani devono vendere e come appreso ormai da qualche anno, anche la casa salesiana di Taormina, che risiede nella Perla dello Jonio da più di un secolo e ha contribuito a formare ed educare diverse generazioni, sta per essere abbandonata dai membri della Congregazione. Il 2 dicembre del 2012 la Real Estate Advisory Group Spa annunciava la vendita dell’intera struttura dell’Oratorio “San Giorgio” di Taormina. Una notizia che aveva procurato sdegno nella cittadinanza e l’ex sindaco, Mauro Passalacqua, non aveva esitato a definire l’accaduto «assurdo». L’Unione ex Allievi/e “Don Bosco” e l’Adma in questi anni si sono impegnati per portare avanti delle petizioni e delle raccolte firme. Prese di posizione che avevano spinto il comune a porre dei vincoli alla vendita dei locali dei Salesiani di Taormina. Il Consiglio comunale del 2 maggio 2013, presieduto in quel periodo da Eugenio Raneri, aveva deliberato all’unanimità un atto di indirizzo finalizzato a impedire il cambio di destinazione d’uso degli edifici in possesso dell’Oratorio Salesiano.

I vertici Salesiani contro l’atto di indirizzo comunale – Inoltre, come si apprende dal documento, «ogni proposta di intervento riguardante gli immobili ricadenti nell’area individuata devono avere l’approvazione del Consiglio comunale». Gli immobili e le aree che dovrebbero mantenere la loro funzione sociale, secondo la delibera, sono la chiesa, l’oratorio, il cineteatro, attrezzatura sportiva, servizi attrezzatura sportiva e aule, residenza privata. Il Consiglio comunale di Taormina aveva previsto soltanto degli interventi di recupero inerenti la manutenzione ordinaria, quella straordinaria, restauro e risanamento conservativo e ristrutturazione edilizia. Fu una decisa presa di posizione che aveva incontrato il “fastidio” dei vertici salesiani, i quali avevano impugnato la delibera del Consiglio comunale presentando un ricorso al Tar di Catania contro l’amministrazione comunale. I Salesiani si definivano «all’oscuro di tutto» e consideravano l’atto di indirizzo approvato dal Consiglio comunale «un eccesso di potere per difetto d’istruttoria, illogicità e sviamento».

L’immobile taorminese è stato già venduto – Secondo l’avvocato Ignazio Scuderi, legale dei Salesiani, ci sarebbe, tra i vari difetti, una «violazione dei principi generali in tema di pianificazione urbanistica». Secondo il legale della Congregazione si tratterebbe di un «atto atipico». L’unico scopo della delibera sarebbe quello di «bloccare i diritti dei Salesiani». I vertici della Congregazione volevano e vogliono il cambio d’uso. Si richiamano alla «disciplina urbanistica», ma, considerando la controversa situazione nazionale in cui versa la loro struttura, hanno bisogno di fare cassa. Il Tar di Catania, intanto, ancora non ha fissato l’udienza, ma ormai come si apprende da fonti attendibili, il complesso che fa riferimento ai salesiani è stato venduto e la trattativa sembra avviarsi verso la definitiva conclusione. Sabato ci sarà una riunione tra gli ex Allievi che hanno fatto un esposto alla Procura perché la “vendita degli immobili è apparsa poco chiara”. La parola fine non è stata ancora posta sulla questione Salesiani e considerando gli intrecci e le lungaggini decennali, non è certo una sorpresa.

© Riproduzione Riservata

Commenti