Foto scattata da Guido Santoro, da Monte Pellegrino
Foto scattata da Guido Santoro, da Monte Pellegrino

Brancaccio è uno dei buchi neri dell’informe galassia palermitana, dove i palermitani di via Notarbartolo non vanno o, se lo fanno, rischiano di rimanervi risucchiati per sempre. Brancaccio, teatro della nota vicenda di Padre Pino Puglisi, è lo scenario scelto da Alessandro D’Avenia per il suo nuovo romanzo, Ciò che inferno non è, la cui marcia trionfale è partita il 28 ottobre. Il libro, da allora, è saldamente presente nelle top 20 dei best sellers. Siamo alla terza prova di scrittura del luminoso astro nascente della narrativa italiana (il suo esordio brillante, Bianca come il latte, rossa come il sangue, ha venduto più di un milione di copie). Il risultato provoca qualche fastidio e molte gioie. Lo stile è stucchevole. Riccioli neri di prosa verbosa si addensano sulla pagina bianca, fino quasi a nasconderla. No, non è Giacomo Serpotta, le cui linee a carboncino sono sinopia celata sotto i candidi putti giocherelloni e sotto le istrioniche virtù. A quanto pare l’autore ama il barocco. Ma che vuol dire “barocco”? Parlarsi addosso?

Il siciliano impiegato nel libro è lingua caricaturale, balbettata, conosciuta dall’esterno senza coglierne l’intima liricità. È normale, lo parlano così i giovani di belle famiglie cresciuti in strade come via Galileo Galilei. Palermo è raccontata con qualche imprecisione (i greci non hanno mai conquistato la città, non esiste il mercato della Kalsa, Massimo d’Azeglio diventa Cesare d’Azeglio, ecc.) e alcuni stereotipi. Da Brancaccio, poi, non è vero che il mare si veda. Come da quasi nessun quartiere di Tuttaporto, a dispetto del significato del suo nome in greco. Etimologie, opere d’arte, vicende del passato, rischiano di essere ridotte a pretesto per raccontare una storia. E tuttavia è forse la prima volta che un romanzo di grande respiro coglie finalmente tratti fondamentali dell’anima della città contemporanea. C’è sicuramente il potere ipnotico dello scrittore, che ti cattura nella trama, intreccio di cronaca nera e fantasia, e ti rende verosimili i personaggi immaginati. 3P (Padre Pino Puglisi) risulta molto simpatico, molto umano, molto esemplare nella sua santa incoscienza. Federico è quasi più reale dei suoi modelli reali. Anche Manfredi, il fratello maggiore, è un ragazzo incantevole. I dialoghi e l’intesa tra i due sono forse la parte più bella e radiosa del libro. Molti genitori vorrebbero figli altrettanto virili e altrettanto normali.

Lucia è troppo attraente e solare per essere vera. Permalosa al punto giusto, come può esserlo una fanciulla talentuosa di un quartiere popolare, che non sopporta di essere trattata con “carità” da gente facoltosa della Palermo “bene”. Ma il suo portamento aristocratico è innaturale. Un misto di Beatrice e di Laura. Sognata. Trasfigurata. Cantata.

Brancaccio è nutrita dal cuore antico e infartuato della città attraverso un’arteria meridionale. All’estremo opposto di questo corpo martoriato c’è una zona di espansione, anzi la Zona di Espansione, quella Nord, progettata sul prolungamento dell’asse viario più lungo. Quel viale ottocentesco della Libertà (libertà “dai” Borboni, non “per” l’unità d’Italia) che non è mai stato prolungato. Si trasforma in viale Croce Rossa. E muore all’interno di un ospedale, Villa Sofia. Anche allo Z.E.N. si potrebbe scrivere la storia di un prete di frontiera che non è “anti” mafia bensì “per” il riscatto sociale della gente del quartiere. Nessuno gli ha sparato. Ma – questo sì – qualcuno lo ha picchiato. Per sei mesi è stato protetto dalle forze dell’ordine. Padre Miguel Pertini (PMP), argentino, è parente del Presidente con la pipa, quello dei mondiali del 1982. Parla bene l’italiano. Non parla il palermitano, che va oltre il dialetto, è lingua di sottintesi e mezze parole. ‘A megghiu parola è chidda ca ‘un si rici.

C’è un seminario a Segni, alle porte di Roma, quello dell’Istituto del Verbo Incarnato, famiglia religiosa con numerose vocazioni, molto osteggiata. Non perché vive rigorosamente la povertà, ma in quanto si attiene agli insegnamenti di S. Tommaso d’Aquino. Lui era docente lì, di filosofia. Pensatore profondo, sembra sempre timoroso di essere strumentalizzato per qualche iniziativa politica o finanziaria. Per questo è facile che dica di no. In effetti allo ZEN risultano, sulla carta, più di 80 associazioni benefiche. Ma chi le ha mai viste? La maggior parte di esse sfrutta il nome tristemente famoso del quartiere per rastrellare contributi e benefici. E tessere accordi elettorali. Senza far nulla di serio per gli abitanti del luogo. C’è poi Zamparini, il patron del Palermo. Rilevare la squadra di calcio è stato per lui l’ago che gli ha permesso di introdurre il filo: far modificare la destinazione a “verde storico” dell’area a ridosso dello ZEN per costruirvi un centro commerciale, il Conca d’Oro. Sgraziato ma non troppo, a giudicare dalle fiumane di consumatori che vanno a farvi acquisti. Bisogna ammettere però che, da quando c’è lui, il Palermo è ritornato in serie A (tranne la breve parentesi dell’anno scorso) ed ha pure espresso un grande calcio. Anche per questo i totucci lo vorrebbero “santo subito”, come hanno scritto talvolta sui muri delle strade.

Lo ZEN non è l’inferno, come credono i palermitani dei quartieri residenziali. Che non ci sono mai stati. Per prudenza. Ad eccezione degli studenti di architettura, che vengono portati lì da professori arciconvinti che lo ZEN 2 – la parte più estesa del quartiere, quella disegnata da Vittorio Gregotti e altri – sia un capolavoro di composizione architettonica e di insediamento urbano. A detta loro, lo sarebbe anche di ingegneria sociale, se non fosse che i burocrati del Comune di Palermo hanno permesso di occupare le case prima che fossero completate. E non hanno realizzato la “spina” dei servizi. Padre Pertini non la pensa affatto così e lo ha scritto a chiare lettere. Lo ZEN non è l’inferno. Lo ZEN è una palude creata apposta dagli architetti ideologizzati a sinistra per compiacere i politici di varia estrazione, ascari di quelli nazionali. Dalla palude non si esce, a meno che qualcuno non ti lanci una corda. In cambio di voti.

Lo ZEN 1 è molto diverso dallo ZEN 2. Caseggiati come falansteri, non troppo diversi da quelli delle zone migliori della Palermo attuale, non hanno impedito che i proletari a cui vennero assegnati gli appartamenti migliorassero gradualmente le proprie condizioni economiche. E offrissero un’educazione dignitosa a figli e nipoti. Per questo reclamano che si usi un nome diverso per il proprio quartiere. S. Filippo Neri, come la parrocchia. Di fronte alla palude si può restare attoniti, accettando fatalisticamente uno stato di fatto. Non è stato così per Mondello, la magnifica spiaggia dorata di Palermo. Quello era davvero un pantano. Ma venne bonificato alla fine dell’Ottocento. E trasformato in un angolo di paradiso, all’altezza del vicino Parco della Favorita. È lecito sperare che la stessa sorte tocchi allo ZEN? Ed a tutte le periferie desolate delle città italiane?

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