Un pericolo attuale – Lo slogan delle ultime settimane diffuso in Sicilia e in particolar modo nella città di Messina è #ilferribottenonsitocca. Un hashtag che ha fatto, con rapidità, il giro del web e dello Stretto arrivando, senza bisogno di Ponte, a Villa San Giovanni e quindi in Calabria. Una protesta nata dalla possibilità, paventata da Trenitalia, di eliminare (in buona parte) dal mese di giugno i treni a lunga percorrenza che collegano la Sicilia al resto d’Italia. Dopo la marcia indietro dei vertici dell’azienda di trasporti, il pericolo è tornato attuale. È probabile un forte ridimensionamento del traghettamento dei treni sullo Stretto. Per Trenitalia e il ministro dei Trasporti, Maurizio Lupi, vorrebbe dire velocizzare una tratta che, di solito, procura dei ritardi sin troppo evidenti. Il sindaco di Messina, Renato Accorinti, ha detto di non essere d’accordo al piano di dismissione. Nel frattempo si attendono le prese di posizione degli altri primi cittadini dell’isola, ma il problema viene da lontano e la questione non è così semplice.

Le speranze sui treni diretti a Siracusa e Palermo – Non è da dicembre che i treni a lunga percorrenza non funzionano al meglio. È ormai noto che al sud, e soprattutto in Sicilia, viene inviato un materiale di “seconda mano” che di solito non è più usato al nord. Quindi nelle carrozze dirette a Palermo o Siracusa ci si può trovare nel bel mezzo di qualche disagio. L’aria condizionata che non funziona in estate è un classico. Per non parlare dei disagi procurati da qualche guasto e dei bagni che non sono il massimo del confort (in particolar modo per i disabili). “Dovranno sostituire prima o poi questo materiale”, sostiene qualche passeggero tra una carrozza e l’altra. “Ho sentito che da gennaio cambieranno le cose”, ribatte qualcun altro. E intanto i mesi passano, anzi sono trascorsi degli anni, decenni. La situazione è sempre la stessa. Anzi, va peggiorando. Nel periodo in cui andava di moda il “federalismo” in salsa leghista si pensava che fosse l’inconsistenza della classe politica meridionale a non riuscire a pretendere per il proprio territorio un servizio di trasporto degno di questo nome. Nel frattempo Umberto Bossi si è fatto da parte e il leghismo si è evoluto (o involuto) in nazionalismo alla Salvini.

La politica dimostra di non continuare a comprendere le esigenze del territorio – Grandi cambiamenti sullo scenario politico italiano, ma quell’affermazione è rimasta come una sorta di pietra miliare che accompagna ogni viaggio della speranza verso il sud. È come se su questi treni il tempo non passasse mai. Un bel paradosso per un mezzo che dovrebbe fare della velocità la sua prerogativa principale. È una considerazione giunta a una possibile svolta nel modo di interpretare il trasporto meridionale. Nella tratta che arriva a Villa San Giovanni e poi prosegue, grazie ai traghetti, verso la Sicilia, non si può andare avanti in questo modo. È complicato scendere nella stazione calabrese e salire sul primo aliscafo o su qualche nave di compagnia privata, sia quando le condizioni del tempo non sono delle migliori, sia per le persone disabili che in quel tratto di strada incontrano qualsiasi barriera architettonica. Dunque, in primis, si potrebbe potenziare questo servizio. Lo si dovrebbe rendere “civile”. Poi, evitando la costruzione del ponte sullo Stretto, si dovrebbe investire nell’alta velocità fino a Villa San Giovanni e da Messina Centrale in poi. In condizioni del genere non peserebbe ai passeggeri scendere in Calabria e risalire sul treno a Messina, perché sanno bene che si perderà meno tempo rispetto al traghettamento con tanto di treno a bordo. Più che dire #ilferribottenonsitocca, tocchiamolo, modernizziamo i trasporti siciliani e proviamo a cambiare questa vergogna tutta meridionale che le classi politiche passate e anche presenti hanno dimostrato e dimostrano di non comprendere.

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