blogTAORMINA ©2015

«Unni stamu jennu a finiri» – Ogni tanto il maestro Franco Battiato canta e scrive in siciliano. In alcuni casi non si riferisce al territorio siculo, ma le sue parole fanno pensare, per forza di cose, a questa terra. Il legame linguistico è troppo forte, non c’è niente da fare. Così anche nella canzone “U cuntu”, inserita nel disco pubblicato qualche anno fa, “Il tutto è più della somma delle sue parti”, il cantautore di Jonia (oggi Riposto) poteva riferirsi anche ad altro, ma il collegamento con la Sicilia è immediato. Soprattutto con l’isola in queste condizioni, dove le difficoltà della macchina amministrativa stanno contribuendo a creare una situazione davvero difficile per le cittadine e i cittadini del luogo. «Ti ni stai accuggennu, unni stamu jennu a finiri», canta Battiato. Ed è proprio così. È come se non ci fosse limite al peggio. Commissariamenti, ribaltoni e cambi di casacca continui della classe politica, soliti carrozzoni che percorrono le autostrade sicule piene di buche e interruzioni, trasporti regionali che rischiano di essere ridimensionati anche se si parla di alta velocità, luoghi storici e culturali poco valorizzati, piccoli centri che il mondo ci invidia violentati da speculazioni edilizie.

«Stamu piddennu ‘u sennu» – «’Usennu stamu piddennu ‘u sennu», è la strofa con cui Battiato introduce il suo brano riflessivo. Non potrebbero esserci parole migliori quando si pensa ad alcune scelte scellerate delle classi dirigenti siciliane. Sindaci del Partito Democratico sfiduciati dal Partito Democratico, politici che fino a ieri si definivano “liberali” e oggi sono saliti sul carrozzone di Matteo Salvini, gente che cambia partito come se cambiasse un jeans, democristiani che diventano autonomisti. Parole come meritocrazia e digitalizzazione sembrano delle bestemmie urlate in qualche sacra processione di paese. «Nan sacciu cchi fu a ieri visti ‘a motti addummisciuta ‘nda ‘na gnuni nan si uosi arrusbigghiari», e infatti in un contesto del genere anche la morte si è voluta svegliare. Si è ripresa dal suo lungo sonno e non potrebbe essere altrimenti. Le parole di Battiato, anche se involontariamente, ci portano di fronte alla Sicilia dei giorni nostri. Quella in cui vengono sequestrati in continuazione beni alla criminalità organizzata, ma è come se queste ricchezze si raddoppiassero ogni volta.

Fare “u cuntu” con la Sicilia che non ci piace – L’ultima è quella eseguita dalla Direzione investigativa antimafia (Dia) di Catania, che ha sequestrato beni per un valore di un milione di euro nei confronti di Salvatore Marino, 45 anni, originario di Raccuja (Messina), ritenuto esponente del clan dei “Carateddi” guidato dal boss Orazio Privitera. Per non parlare dei tanti signorotti locali che lavano il denaro sporco tra qualche supermercato e altre attività. No, questa non è la Sicilia che Battiato racconta in alcune sue canzoni. Ma potrebbe corrispondere al brano “U cuntu”, dove l’artista catanese conclude con una citazione latina: «Hic et nunc non habeo dispositionem mentis latus mundi insanus est malus imbutus malis libidinibus», ovvero “Adesso non ragiono. Il mondo (il lato mondano, ciò che è terreno) è impazzito. Negativamente ispirato (educato) a causa di cattive passioni”. Già, e dalle cattive passioni dovrebbe guarire anche questa terra, ma per farlo bisognerebbe, in primis, fare “u cuntu” con la parte di Sicilia di cui ci vergogniamo. Parlarne, affrontarla e provare ad andare oltre.

© Riproduzione Riservata

Commenti