11 marzo 2011, il giorno eterno – Oltre 18 mila tra morti e dispersi. Un bilancio pazzesco, un numero enorme, una tragedia impossibile da raffigurare nella mente di chi Fukushima non la viveva prima del terremoto e dello tsunami che l’hanno devastata. Oggi tutto il Giappone si ferma per commemorare ogni singola unità di quella cifra, che resterà incisa per sempre nella storia del Paese e del mondo intero. Perché Fukushima è stata la prima grande tragedia che ha coinvolto in tempo reale tutto il pianeta grazie ai social network. Chi l’ha appreso da Twitter e lì ne ha seguito gli aggiornamenti, chi da Facebook, in una giornata nella quale l’angoscia, il dolore e lo sgomento strinsero la Terra attorno a quel suo piccolo pezzo ferito, distrutto com’era difficile immaginare. Quella stessa Terra che per la scossa di terremoto, magnitudo 9.1 della scala Richter, spostò di 17 centimetri il proprio asse di rotazione.

A Fukushima si continua a morire – Oltre 18 mila tra morti e dispersi. Quelli a cui corre la memoria oggi, ma che, purtroppo, non costituiscono un bilancio completo. Perché a loro sono da aggiungere tutte le persone che l’11 marzo 2011 si salvarono, ma sono morte dopo, a causa del disastro nucleare della centrale costruita sulle sponde colpite dallo tsunami. Proprio ieri, il quotidiano giapponese Tokyo Shimbun ha fornito il dato del solo 2014: 1.232 persone decedute per cause legate all’incidente nucleare. La maggior parte non a Fukushima, città praticamente fantasma, ma a Namie (359 decessi) e Tomioka (291), che sorgono lì, nei pressi della centrale. Numeri che anno dopo anno si ripetono e continueranno a susseguirsi, dicono alcune stime, per almeno un decennio. Perché l’esposizione alle radiazioni provoca non solo tumori, ma anche malattie genetiche che poi si trasmettono, o insorgono, nelle generazioni successive. Per scampare alle radiazioni, ad oggi, quattro anni dopo, circa 120 mila persone non sono potute ritornare nelle loro case, troppo vicine alla centrale, all’interno della “zona rossa”, quella nella quale nessuno mette piede da allora.

Lavori in corso – Fatta eccezione per chi dentro la centrale ci deve lavorare. Operai, ingegneri, fisici, persone a cui ora tocca limitare il più possibile i danni, perché Fukushima è un fuoco che non si spegne. Lo smantellamento del sito richiederà decenni, si parla di 30-40 anni da oggi. Bisogna rimuovere tutte le scorie del combustibile nucleare, operazione che la Tepco (Tokyo Electric Power Co.) prevede di completare tra il 2020 e il 2022. Perché prima occorre stabilizzare i sei reattori che costituivano l’impianto, raffreddarli e spegnerli. Attualmente, però, di almeno tre di essi non si conosce esattamente l’ubicazione dei noccioli fusi, perché si sa che la fusione è avvenuta attraversando i contenitori d’acciaio a pressione e scendendo nella parte bassa della struttura che li ospita. Ma non si sa di quanto e dove precisamente. Poi bisogna bonificare e portare via l’acqua contaminata che viene utilizzata per raffreddare i nuclei. Attualmente, quella usata nel corso di questi quattro anni è contenuta in più di mille vasche, per un totale di oltre 320 mila tonnellate di acqua. Di queste, secondo quanto riporta Greenpeace, allo scorso 8 febbraio ne erano state trattate 297 mila tonnellate. Il problema è che non si riesce a bonificarle del tutto, perché c’è un isotopo radioattivo chiamato trizio che non si sa come trattare.

Due muri per salvare il salvabile – E non è l’unico problema, perché sotto la centrale di Fukushima la Tepco stima che scorrano circa 800 tonnellate d’acqua al giorno, che vengono contaminate e in gran parte vanno a finire nel Pacifico. Secondo la Tepco la contaminazione avviene per la radioattività del terreno, le cui sostanze arrivano nelle falde acquifere e le inquinano. Non succede, secondo la società giapponese, ma ciò non è stato provato, che l’acqua sotterranea venga a contatto con l’acqua presente nei reattori. In ogni caso, per evitare che ciò si verifichi, si stanno tentando due strade: un muro di lamiera e un muro di ghiaccio. Il primo correrebbe lungo un tubo d’acciaio di 770 metri, in costruzione a trenta metri di profondità, ovvero, stando alla Tepco, sotto lo strato di terreno permeabile. Il secondo è un’opera faraonica e futuribile, sulla cui efficacia restano molti scetticismi, anche in alcuni consulenti internazionali della Tepco e in un commissario della società di regolamentazione nucleare giapponese. Questo muro di ghiaccio verrebbe costruito tutto attorno alla centrale e potrebbe portare a ridurre di due terzi il volume delle acque radioattive che finiscono nell’oceano. In pratica, il terreno verrebbe forato da oltre 1500 tubi d’acciaio di 30 metri che verrebbero raffreddati a 30 gradi sottozero. Il muro avrebbe una circonferenza di un chilometro e mezzo e resterebbe issato per sei anni, cioè il tempo che si reputa necessario per sigillare i reattori. Insomma, la corsa contro il tempo a Fukushima dura da quattro anni e non si fermerà per almeno un trentennio. Periodo durante il quale le si proveranno tutte per limitare danni perlopiù irreparabili all’ambiente e alle persone.

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